Skip to main content

Lagarde e l’economia nell’era dell’incertezza. La lezione alla Johns Hopkins

Alla Johns Hopkins University di Bologna, Christine Lagarde ha avvertito che l’economia globale sta passando da un’era di rischio calcolabile a una fase di vera incertezza, tra frammentazione geopolitica e rivoluzione dell’intelligenza artificiale. La presidente della Bce ha richiamato la necessità di nuove forme di cooperazione internazionale per evitare che le tensioni politiche soffochino il potenziale economico delle nuove tecnologie

A Bologna, nella città dove cinque secoli fa prese forma il concetto moderno di “rischio”, Christine Lagarde ha scelto di parlare del momento in cui quel concetto rischia, appunto, di non essere più sufficiente. La presidente della Banca centrale europea  (Bce) è intervenuta alla Robert A. Mundell Global Risk Memorial Lecture, ospitata dalla Johns Hopkins University, per riflettere su come stia cambiando la natura stessa dell’economia globale.

Il filo della sua lezione parte da Robert Mundell, l’economista canadese premio Nobel considerato il padre della teoria delle aree valutarie ottimali. È la teoria che, negli anni Sessanta, cercò di definire le condizioni necessarie perché più Paesi potessero condividere una moneta. Quando l’euro nacque, ricorda Lagarde, molti critici usarono proprio quella teoria per sostenere che l’unione monetaria europea fosse destinata a fallire: in Europa la mobilità del lavoro è limitata, i trasferimenti fiscali tra Stati sono ridotti, le economie sono esposte a shock diversi e le differenze linguistiche e culturali sono profonde.

L’Europa non soddisfaceva i criteri indicati da Mundell stesso

Eppure, osserva Lagarde, quella critica ignorava un passaggio successivo del pensiero dell’economista. Negli anni seguenti, Mundell aveva sostenuto che una moneta comune può diventare essa stessa un motore di integrazione: rafforza i mercati finanziari, favorisce la condivisione dei rischi e crea progressivamente le condizioni per il proprio successo. A venticinque anni dall’introduzione dell’euro, la presidente della Bce suggerisce che questa seconda intuizione si sia in gran parte realizzata. Il percorso non è stato lineare e l’architettura resta incompleta, ma la moneta unica ha contribuito ad approfondire l’integrazione europea.

Da qui Lagarde sposta lo sguardo molto più indietro nel tempo, fino al Rinascimento italiano. Proprio nelle città mercantili della penisola nacque il modo moderno di pensare il rischio. I mercanti italiani svilupparono strumenti come i contratti assicurativi, la contabilità a partita doppia e metodi quantitativi per valutare l’incertezza. Prima di allora il futuro era interpretato soprattutto come destino o provvidenza. Con il commercio marittimo e l’osservazione sistematica dei viaggi e dei loro esiti, gli operatori economici iniziarono invece a individuare regolarità, stimare probabilità e attribuire un prezzo al pericolo. Tutti temi di cui la crisi militare in Medio Oriente ci dimostra l’enorme attualità.

Nel 1494 il frate francescano Luca Pacioli codificò queste pratiche in un trattato che avrebbe influenzato per secoli il pensiero economico. Da quel momento l’incertezza poteva essere trasformata in rischio misurabile, cioè in qualcosa che poteva essere modellizzato, assicurato e gestito. È il fondamento su cui si è costruita gran parte della finanza moderna e anche dell’analisi economica delle banche centrali.

Secondo Lagarde, però, questo paradigma sta oggi raggiungendo i suoi limiti. Per gran parte della storia recente — e in particolare negli ultimi trent’anni di globalizzazione — l’economia mondiale ha operato all’interno di un quadro relativamente stabile: regole multilaterali per il commercio, banche centrali credibili, un contesto geopolitico prevedibile. Anche le grandi crisi finanziarie, dalla crisi asiatica alla bolla delle dot-com fino al crollo del 2008, si sono verificate all’interno di una struttura di fondo che rimaneva sostanzialmente invariata.

Oggi non è più così.

Lagarde richiama il concetto di “incertezza knightiana”, elaborato dall’economista Frank Knight: una situazione in cui non si conoscono nemmeno le probabilità degli eventi futuri perché la struttura stessa del sistema sta cambiando. Da un lato si accumulano shock geopolitici — la pandemia, la guerra in Ucraina, la crescente strumentalizzazione delle politiche commerciali — che stanno ridisegnando catene del valore e relazioni economiche. Dall’altro lato si sta aprendo una rivoluzione tecnologica guidata dall’intelligenza artificiale.

Le due forze spingono in direzioni opposte. L’AI potrebbe far crescere la produttività globale fino a 1,5 punti percentuali l’anno, il salto più forte in un secolo. Ma una frammentazione geopolitica profonda potrebbe ridurre il Pil mondiale del 7% in un decennio — una perdita paragonabile alla somma delle economie di Francia e Germania.

La questione è particolarmente delicata proprio per l’intelligenza artificiale. A differenza di molte innovazioni del passato, questa tecnologia dipende fortemente dall’integrazione globale. I suoi componenti chiave sono distribuiti in pochi nodi della geografia industriale: la raffinazione delle terre rare in Cina, le macchine litografiche avanzate prodotte nei Paesi Bassi, la progettazione dei chip negli Stati Uniti, la produzione concentrata a Taiwan. Ricostruire catene di produzione completamente nazionali richiederebbe investimenti superiori a mille miliardi di dollari e aumenterebbe i costi fino al 65%.

Inoltre lo sviluppo dell’AI richiede mercati globali — perché i costi di addestramento dei modelli sono enormi — e grandi quantità di dati provenienti da contesti diversi. Se i mercati e i flussi di dati si frammentano, anche la tecnologia rischia di indebolirsi.

Il paradosso del momento attuale

Eppure, le ragioni economiche per cooperare sono più forti che mai, ma la volontà politica di farlo appare più fragile.

Per affrontare questa nuova era di incertezza, Lagarde propone una strategia a tre livelli. Il primo consiste nel rafforzare e riformare le istituzioni globali — Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, Organizzazione mondiale del commercio — che restano il quadro più ampio per la cooperazione internazionale. Il secondo livello riguarda una cooperazione più stretta tra Paesi alleati, soprattutto nelle catene di approvvigionamento e nelle tecnologie strategiche. Il terzo, forse il più difficile, implica mantenere forme minime di cooperazione anche tra rivali geopolitici, sul modello degli accordi di controllo degli armamenti durante la Guerra fredda.

Lagarde chiude tornando ancora più indietro nel tempo. Nel 1347, ricorda, mercanti genovesi inventarono i primi contratti assicurativi per proteggere i commerci dalle minacce della pirateria e dell’instabilità politica. Condividendo il rischio oltre i confini, riuscirono a mantenere vivi gli scambi in un mondo incerto.

Oggi, suggerisce la presidente della BCE, l’economia globale si trova davanti a una scelta simile: ripetere gli errori degli anni Venti del Novecento, lasciando che tecnologia e geopolitica divergano fino alla crisi, oppure costruire nuove forme di integrazione resilienti.

Robert Mundell non era certo che l’euro avrebbe funzionato, ricorda Lagarde. Ma era convinto che non esistesse un’alternativa credibile all’integrazione. In un mondo sempre più incerto, conclude, quella intuizione resta valida anche oggi.


×

Iscriviti alla newsletter