Si tratta di una proposta, quella presentata dalla maggioranza di governo che, tutto sommato, coglie alcuni aspetti decisivi ed essenziali del nostro sistema politico. E questo perché la sfida di fondo è sempre una sola. Ovvero, come conservare la presenza politica e culturale dei partiti e, al contempo, costruire coalizioni che siano il più possibile esenti e immuni dalla tentazione trasformistica e opportunistica
Carlo Donat-Cattin in tempi non sospetti, cioè nella prima repubblica quando gli equilibri politici erano sufficientemente chiari e netti, diceva spesso che “la legge elettorale è la madre di tutte le riforme”.
Una osservazione semplice ma profondamente vera perché con la legge elettorale nascono e tramontano i partiti, decollano o si indeboliscono leadership politiche e, soprattutto, si formano nuove alleanze e coalizioni politiche.
E questo perché, come diceva appunto il leader della sinistra sociale della Dc, la “legge elettorale è la madre di tutte le riforme”.
Ora, siamo nuovamente entrati nel dibattito su una possibile nuova legge elettorale in vista del voto nella primavera del 2027.
Al di là delle schermaglie politiche dettate da motivazioni contingenti e del tutto strumentali, come sempre del resto, credo che un sistema elettorale che sia in grado di saper coniugare un impianto proporzionale in una cornice maggioritaria possa rappresentare il meglio che la politica italiana può produrre in questa fase contraddittoria e delicata della vita pubblica del nostro paese.
Una proposta, almeno questo pare di capire, che da un lato rilancia l’identità di ciascun partito e che, dall’altro, richiama però tutti i partiti alla necessità di dare un assetto stabile in vista del governo del Paese.
Il tutto condito dal premio di maggioranza alla coalizione che ottiene un consenso al di sopra di una certa soglia – 40%? -, l’indicazione del Premier della coalizione anche se non scritto sulla scheda elettorale; un giusto e sacrosanto sbarramento elettorale che non comprima eccessivamente il pluralismo e senza alimentare un’indebita ed inopportuna frammentazione del quadro politico indicato nel 3%.
E, infine, la scelta dei parlamentari o attraverso listini bloccati ma “corti”, come si suol dire, o il ricorso alle preferenze.
Insomma, si tratta di una proposta, quella presentata dalla maggioranza di governo che, tutto sommato, coglie alcuni aspetti decisivi ed essenziali del nostro sistema politico.
E questo perché la sfida di fondo è sempre una sola. Ovvero, come conservare la presenza politica e culturale dei partiti – anche se ormai parliamo sempre più di partiti personali o di cartelli elettorali – e, al contempo, costruire coalizioni che siano il più possibile esenti ed immuni dalla tentazione trasformistica ed opportunistica.
E questa riforma, ad oggi del tutto potenziale, può centrare questi obiettivi. Poi, certo, il tutto dipende sempre dal comportamento concreto delle singole forze politiche e, soprattutto, di chi le dirige.
Anche perché la solidità delle coalizioni è sempre il frutto di una precisa opzione politica, culturale e programmatica e non può essere il risultato di operazioni tattiche, contingenti e di mero potere.
Ecco perché, al di là di ogni altra considerazione, adesso speriamo che il confronto politico – necessario ed indispensabile – che si apre sul futuro sistema elettorale non sia viziato dalle solite e tristi polemiche sul modello autoritario, il ritorno della minaccia fascista, la compressione di tutte le libertà democratiche, l’azzeramento del pluralismo e tutte le corbellerie che ascoltiamo – ahimè – da ormai molto tempo.
Almeno su questo tema speriamo che prevalga il merito della questione senza ricorrere simpaticamente sempre e solo al rischio della dittatura, del regime o all’eterno fascismo che è sempre dietro la porta.
















