Il Libano è a un bivio, di nuovo, sempre quello che lo tormenta da anni. Il nodo di essere uno Stato, con un esercito, è stato evitato per anni per l’interesse di molti soggetti politici a usufruire del sostegno parlamentare di Hezbollah, che ad esempio risultò decisivo nell’elezione del precedente Presidente della Repubblica. Ora il governo in carica dovrà decidere cosa fare, e questo sembra il nodo terribile con cui fare i conti. L’analisi di Riccardo Cristiano
Le ore trascorse hanno riportato il Libano indietro nel tempo. Hezbollah infatti ha deciso di riprendere i suoi attacchi contro il nord di Israele. Sono stati numerosi, per l’intensità e potenza oggi possibile a Hezbollah, molto indebolita, ma ha agito apertamente, come faceva fino alla guerra del 2024. Allora, dopo bombardamenti tremendi e centinaia di migliaia di profughi, si raggiunse il cessate il fuoco, accettato anche da Hezbollah, il quale ha imposto al partito di Dio di disarmare e a Israele di ritirarsi dal Libano.
Così nei mesi trascorsi la situazione era questa: l’esercito libanese sequestrava parti dell’arsenale rimasto in mano ad Hezbollah, l’esercito israeliano non si è ritirato completamente e colpiva i miliziani ancora in armi, Hezbollah non reagiva. Dopo l’uccisione di Khamenei il quadro è cambiato. Hezbollah ha scelto di dimostrare fedeltà all’Iran, riprendendo la sua azione miliziana.
Questo ha prodotto una reazione israeliana durissima con bombardamenti continui e una nuova ondata di profughi dal sud del Libano, in poche ore circa 30mila, molti dei quali questa volta hanno espresso però non fedeltà al partito che hanno sempre seguito, ma rabbia, diffuso dissenso. Ma per Hezbollah il dado era tratto e la sua linea è stata espressa pubblicamente poco dopo: il tempo della pazienza è finito, “dovevamo agire per difendere il Libano”.
L’impressione di molti analisti libanesi è che il Partito di Dio voglia l’occupazione israeliana del sud del Libano, ritenendola la sola che legittimerebbe di nuovo il proprio rimanere in armi, “la resistenza” e quindi la conservazione delle armi. Questo però questa volta non avrebbe il pieno consenso della comunità sciita, stando a quanto dichiarato da molti profughi ai giornali libanesi e ciò potrebbe pesare. È un dato incerto, da verificare nella pressione che certamente Hezbollah eserciterà, ma il fatto va registrato.
La linea di scontro infatti è con il governo e il Presidente della Repubblica, che dall’inizio del 2025 hanno tentato il disarmo di Hezbollah per dimostrare che il Libano esiste e controlla le armi sul suo territorio. Una visione che andava attuata cautamente, lentamente, per evitare uno scontro aperto con Hezbollah, che avrebbe significato una nuova guerra civile.
Ora, davanti al cambio di linea di Hezbollah che torna ad agire militarmente e ufficialmente, il governo ha dichiarato illegali tutte le azioni armate di Hezbollah e ha ordinato all’esercito di disarmare il partito khomeinista, anche con la forza. Dodici miliziani sono stati arrestati a un posto di blocco dell’esercito. Ma il capo dell’esercito esita ad andare oltre, ha espresso i suoi timori in un colloquio con il Presidente della Repubblica. Intanto la reazione israeliana è durissima, sin qui aerea, su tutte le aree di insediamento di Hezbollah. Poi è stata costituita una zona cuscinetto in territorio libanese presidiata dall’esercito israeliano. Cosa comporterà? Cosa seguirà?
Il punto più delicato, politico, è quello delle azioni da intraprendere da parte dell’esercito libanese. Il nuovo governo libanese, nato all’inizio del 2025, si fonda sull’idea di riportare ogni azione militare sotto il controllo dell’esercito. Controllare le armi sul territorio nazionale vuol dire esistere, essere davvero un governo. Ma Hezbollah, che negli anni passati ha di fatto espropriato il governo del controllo della politica nazionale di difesa, ora rompe frontalmente con questa visione. L’idea di rendere Hezbollah un partito libanese sta fallendo, rimane un partito che risponde a Teheran. Questo evidentemente pone un problema politico enorme al governo, non solo per le sue alleanze internazionali, ma per la sua esistenza come tale.
L’idea di rendere il Libano un Paese realmente sovrano, padrone della sua politica nazionale e internazionale, è stata posta ufficialmente in discussione. Certo, altre carenze di “sovranità”, in tanti altri campi, persistono. Ma il controllo delle armi è decisivo per chi voglia affermare sé stesso come soggetto statuale. Ma andare allo scontro aperto con Hezbollah non è certo facile, anche per le forze di cui i due soggetti dispongono. È qui che potrebbe avere peso la valutazione del dissenso sciita manifestatosi nelle strade del Libano, tra i profughi in fuga di nuovo dal sud, dalle loro case appena rifatte, a fatica e non in tutti i casi. Peserà? È profondo, reale? Hezbollah riuscirà a sedarlo in un modo o nell’altro? E poi va valutato quanto perdono i pasdaran nell’attuale leadership di Hezbollah.
Il Libano è a un bivio, di nuovo, sempre quello che lo tormenta da anni. Il nodo di essere uno Stato, con un esercito, è stato evitato per anni per l’interesse di molti soggetti politici a usufruire del sostegno parlamentare di Hezbollah, che ad esempio risultò decisivo nell’elezione del precedente Presidente della Repubblica. Ora il governo in carica dovrà decidere cosa fare, e questo sembra il nodo terribile con cui fare i conti.
C’è un rischio di guerra civile in caso di scelta netta. Esiste davvero la possibilità di affrontare uno scontro aperto, anche nella società? È troppo? E dall’altra parte, può il governo accettare che in questo frangente Hezbollah agisca senza riconoscere l’esistenza di un governo centrale? Lo spazio intermedio che si era trovato sembra svanito, ma la guida dell’esercito cerca di rinnovarlo. E Hezbollah, ribadiscono molti opinionisti libanesi, punterebbe sull’occupazione israeliana del sud per ritrovare il modo di presentarsi come “resistenza”. Le voci del dissenso sciita sono state espresse in piazza, ma non esiste un soggetto politico che le rappresenti.
















