La premier aumenta ancora il pressing su Bruxelles affinché metta mano il prima possibile al sistema di tassazione per le emissioni fossili, prima che l’impennata di greggio e gas divori la crescita degli ultimi anni. E sui carburanti Roma è pronta alla stretta per chi specula. La sponda tedesca e belga che può far breccia in Europa
Quello che davvero può far male davvero male, a un Paese dipendente dall’energia altrui come l’Italia, è un conflitto che, per stessa ammissione di Giorgia Meloni, è ancora tutto da decifrare. E il cui perimetro da fissare. Per questo, nei giorni del petrolio poco sotto i 100 dollari al barile, del gasolio oltre i due euro al litro e del gas a ridosso dei 50 euro a megawattora e del G7 pronto a sbloccare oltre un miliardi di barili di riserve strategiche, la premier è tornata a spingere, nel corso del suo intervento al Senato che precede il Consiglio europeo della prossima settimana, per una presa di coscienza da parte dell’Europa, affinché metta presto e bene misure concrete per circoscrivere l’incendio sui prezzi dell’energia. Concetto messo nero su bianco pochi giorni fa dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, quando a mercati già in fiamme e greggio impazzito, aveva paragonato l’attuale situazione a quella del 2022, quando la guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina aveva ricordato al Vecchio continente che solo chi produce elettricità in casa propria è immune dagli shock.
Ora per l’Italia, il cui mix energetico si fonda essenzialmente su gas e rinnovabili, con una quota di fossili poco superiore all’11% e nell’attesa di riabbracciare, forse, un domani il nucleare, è tempo di tornare a battere i pugni per quella che è, per Palazzo Chigi, non tanto una battaglia, quanto una scelta di buon senso: la revisione del meccanismo Ets, ovvero la tassazione delle emissioni di anidride carbonica. Come noto, alle aziende vengono assegnate delle quote di emissione in una quantità che si riduce progressivamente nel tempo. Le imprese più inquinanti debbono perciò acquistare altri permessi se vorranno continuare a emettere CO2 senza incorrere in sanzioni, mentre le aziende più pulite, al contrario, hanno la possibilità di vendere le proprie quote inutilizzate. Tutto questo ha un costo, che si scarica sui prezzi finali per gli utenti, vale a dire in bolletta.
La linea di Roma, peraltro già chiaramente emersa nel decreto Bollette, è dunque semplice da riassumere: in una fase di shock geopolitico e prezzi in salita, il costo del carbonio rischia di trasformarsi in un moltiplicatore di tensione per famiglie e industria. Non è una posizione improvvisata. Già al summit di febbraio sulla competitività, Italia, Germania, Belgio e altri governi avevano chiesto una revisione del meccanismo, mentre la Commissione aveva difeso il sistema ricordando che l’Ets ha prodotto circa 200 miliardi di euro di entrate pubbliche dal 2005 e resta uno dei cardini della politica industriale verde europea.
Oggi però, da Palazzo Madama, Meloni ha affondato di nuovo la lama, chiedendo all’Ue di sospendere subito il meccanismo Ets per il termoelettrico “con l’auspicio che la Ue ci consenta di correggere rapidamente questo meccanismo Ets controproducente: in molte Nazioni europee una parte rilevante del costo dell’energia è legato, direttamente o indirettamente, al sistema europeo di tassazione del carbonio, il cosiddetto Ets. Un sistema che necessita di una revisione per correggere una serie di meccanismi che oggi gonfiano artificialmente il prezzo dell’elettricità, con punte che, per la nostra Nazione, toccano i 30 euro per MwH, un quarto dell’intero costo dell’elettricità”, ha detto Meloni.
“Perché, com’è noto, gli Ets sono di fatto una tassa voluta dall’Europa che dovrebbe gravare solo sulle modalità più inquinanti di produzione di energia, come quelle di origine fossile, ma finisce per determinare il prezzo di tutte le forme di energia, anche quelle rinnovabili, che questa tassa non la pagano. Con lo scoppio della crisi in Medio Oriente, il tema dei prezzi dell’energia ha evidentemente assunto ancora maggiore rilevanza ed è per questo che, a livello europeo, stiamo anche chiedendo, in attesa proprio di questa necessaria revisione annunciata per la seconda metà di quest’anno, di sospendere urgentemente l’applicazione dell’Ets alla produzione di elettricità da fonti termiche, cioè dal termoelettrico. Si tratta di un provvedimento che serve subito, e almeno fino a quando i prezzi globali delle fonti energetiche fossili non torneranno sui livelli precedenti alla crisi in Medio Oriente”, ha spiegato ancora la premier, annunciando al contempo l’intenzione di tassare tutte quelle aziende che speculano sui rincari dei carburanti.
Insomma, per Roma non c’è un minuto da perdere sugli Ets. “Al di là di questa misura emergenziale e urgente, chiediamo che la revisione (del meccanismo, ndr) corregga strutturalmente l’effetto inflattivo legato all’applicazione congiunta delle regole europee di fissazione del prezzo dell’energia elettrica e dell’Ets. Un sistema che dovrebbe colpire solo chi inquina, e non la produzione tramite rinnovabili. Non pagare l’Ets sulle rinnovabili è, peraltro, proprio l’obiettivo che si è posto il Consiglio dei ministri, approvando lo scorso 18 febbraio il decreto Bollette. La nostra aspettativa è che l’Unione europea ci consenta di correggere rapidamente, e in maniera strutturale, questo meccanismo”.
Ma l’Europa è, tanto per cambiare, spaccata. Ed è è proprio dentro questa frattura che poche ore prima di intervenire in Senato, Meloni aveva convocato, insieme al cancelliere tedesco Friedrich Merz e al premier belga, Bart De Wever, una videoconferenza con ventuno leader europei in vista del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo. Palazzo Chigi ha confermato la partecipazione, oltre che dei tre promotori e di Ursula von der Leyen, di Austria, Cipro, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Spagna, Slovenia, Svezia e Slovacchia. Il dato politico più interessante non è solo la quantità dei partecipanti, ma la qualità delle presenze e delle assenze. Nella call è entrato Pedro Sanchez, che al precedente incontro informale al castello di Alden Biesen non era stato coinvolto, mentre è rimasto fuori Emmanuel Macron, proprio nel giorno in cui a Parigi ha presieduto il secondo summit internazionale sul nucleare civile. Sugli Ets l’Europa è ancora solo all’inizio.
















