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Ora è tempo di dire Sì al governo. Come costruire l’alternativa secondo Borghi (Iv)

Dopo il referendum la narrativa di Meloni è crollata, la maggioranza mostra limiti interni e sul piano economico le riforme sono ferme. Per l’opposizione si apre una finestra di opportunità, ma senza illusioni di vittoria automatica. Occorre lavorare sulla centralità delle idee, delle proposte programmatiche e di un riformismo europeo come base per costruire un’alternativa credibile al sovranismo. Colloquio con il vicepresidente di Italia Viva, Enrico Borghi

Turning point. Il voto referendario come spartiacque. Non solo per il governo, ma per l’intero sistema politico. Perché, sostiene Enrico Borghi, vicepresidente di Italia Viva a Formiche.net qualcosa si è incrinato nella narrazione della maggioranza e si è aperta una finestra – ancora tutta da costruire – per l’opposizione. Ma senza illusioni di vittoria facile.

Borghi, il dopo referendum consegna davvero una legislatura diversa?

Sì, siamo davanti a uno snodo. È uno spartiacque politico: si è incrinato il modello narrativo su cui Giorgia Meloni aveva costruito la propria leadership. Il racconto dell’underdog che arrivava a Palazzo per rompere gli “inciuci” si è progressivamente dissolto. Non c’è stata quella ventata di cambiamento promessa, ma piuttosto una fase di stasi.

Cosa è venuto meno, in concreto?

Sono saltate tutte le chiavi narrative. Dal presunto ponte tra Washington e Bruxelles, che nei fatti non si è mai realizzato, fino alla gestione del rapporto con il mondo Maga, che ha mostrato limiti evidenti. Alla fine, la presidente del Consiglio è stata costretta a rifugiarsi dietro l’Europa, smentendo quella postura iniziale.

Il nodo è solo politico o anche economico?

Entrambi. Sul piano delle riforme siamo a saldo zero. E sul versante economico si apre un anno complicato: finisce il booster del Pnrr e il Paese non cresce. Questo rende ancora più evidente la fragilità dell’impianto complessivo.

Lei parla anche di difficoltà interne alla maggioranza.

Sono sotto gli occhi di tutti. Ci sono limiti strutturali nella squadra di governo. Il fatto che vengano allontanate figure chiave lo dimostra. E poi ci sono vicende inedite: una ministra che resiste alle dimissioni, un presidente del Consiglio che chiede la sfiducia con una nota stampa. È un passaggio che trasferisce il conflitto in Parlamento e indebolisce la logica della leadership.

Questo apre automaticamente una prateria per l’opposizione?

No, ed è qui che serve lucidità. Si apre una fase nuova, ma guai a pensare di aver già vinto. Non esistono quindici milioni di voti automaticamente trasferibili. La storia insegna: nel 1993 la sinistra vinse i ballottaggi nelle grandi città, poi nel 1994 arrivò Silvio Berlusconi e cambiò tutto.

Che segnale arriva allora dagli elettori?

Un segnale di distacco dalla maggioranza. Gli italiani stanno dicendo che questa proposta non li convince più. Ma sono elettori esigenti, che valutano e scelgono sulla base delle proposte. Non basta intercettare il malcontento.

E quindi cosa deve fare il cosiddetto campo largo?

Deve passare dal No al Sì. Costruire una proposta di governo alternativa, credibile e leggibile. Parlare a quei quindici milioni di cittadini senza pensare che qualcuno ne abbia la proprietà. Il punto sono i contenuti.

In questo quadro, che ruolo giocherà Italia Viva?

Noi punteremo sulle idee. L’11 aprile lanceremo le primarie delle idee: prima ancora dei nomi, servono contenuti e profili programmatici chiari. Su alcune questioni bisogna essere netti, riconoscibili.

A partire dalla politica estera, che da sempre è terreno di frizione fra le forze progressiste?

Assolutamente. Viviamo una fase di rottura degli equilibri globali. Pensare di chiudersi in una discussione provinciale significa non essere all’altezza di un Paese del G7. La nostra risposta è il riformismo europeo: Stati Uniti d’Europa, una nuova architettura di pace e sicurezza. È la base di una proposta di governo alternativa al sovranismo.

C’è spazio per una convergenza tra le forze progressiste su questo terreno?

Io penso di sì. Con tutte le differenze, ma su un asse europeista e riformista si può costruire una sintesi. È da lì che bisogna ripartire.


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