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Nella crisi iraniana l’Europa usi la saggezza. Parla Manciulli

L’Iran rappresenta uno dei principali centri di sostegno e organizzazione del terrorismo internazionale, capace di utilizzare sia reti sciite sia relazioni opportunistiche con ambienti jihadisti sunniti come leve di influenza e destabilizzazione globale. Teheran avrebbe costruito negli anni un sistema di proxy armati, traffici e relazioni clandestine che estende la propria capacità d’azione ben oltre il Medio Oriente. Una conversazione con Andrea Manciulli, direttore delle Relazioni istituzionali della fondazione MedOr e esperto di terrorismo e sicurezza internazionale

“Prima di tutto occorre acquisire la consapevolezza che la minaccia in Europa è concreta e reale. Dopodiché, sono necessarie grande intelligenza e grande saggezza. L’Europa ha una grande arma, che è la propria cultura, i propri ideali di diritto, democrazia e giustizia. Ma occorre anche guardare al mondo per ciò che è, affrontando la complessità che abbiamo di fronte senza indugiare davanti all’assunzione della responsabilità che ci viene data”. Lo dice a Formiche.net Andrea Manciulli, direttore delle Relazioni istituzionali della fondazione MedOr e esperto di terrorismo e sicurezza internazionale.

Qual è il ruolo dell’Iran oggi nelle reti del terrorismo internazionale e nei processi di destabilizzazione regionale e globale?

Considero da lunghissimo tempo l’Iran uno dei principali sostenitori del terrorismo internazionale e uno degli epicentri dell’organizzazione del terrorismo globale, non soltanto di quello di matrice sciita, che è il più noto, ma anche di quello di matrice sunnita che, pur non originando dall’Iran, è stato protetto e, talvolta, utilizzato.

Occorre infatti sottolineare che, fino ad alcune settimane fa, Saif al-Adel, capo militare di al-Qaeda, era ospitato dall’Iran. Ciò non avveniva casualmente: Teheran ha sempre utilizzato il sostegno e la protezione del terrorismo jihadista come una delle proprie leve di potere e di influenza destabilizzante a livello globale. Per queste ragioni un cambio di regime in Iran sarebbe un grande e importante successo.

Detto questo, pur essendo da sempre un convinto avversario del regime iraniano, occorre considerare lo scenario in tutta la sua complessità, che è elevata.

Quanto è utile tenere conto, per comprendere ciò che accade oggi, dei teatri di conflitto che hanno già attraversato la regione negli ultimi decenni?

Innanzitutto, sarebbe necessario riflettere sulle guerre che negli ultimi decenni hanno interessato l’ampio arco territoriale che dall’Asia si estende al Medio Oriente, dall’Afghanistan, all’Iraq e alla vicenda libica. I bombardamenti, da soli, non hanno risolto mai i conflitti; in quei casi si sono rese necessarie operazioni militari di terra, senza le quali non era possibile prendere il controllo del territorio.

Oggi, il bilancio complessivo di queste vicende è però molto controverso. In alcuni casi si sono registrati successi parziali, ma nella maggior parte dei casi le situazioni si sono concluse in modo non ottimale per l’Occidente e per la Nato. E lo affermo anche da uomo della Nato.

La vicenda afghana ne rappresenta l’emblema: il ritiro voluto dall’attuale Presidente degli Stati Uniti è stato giustificato con l’enorme dispendio di vite umane e risorse economiche, ma ha de facto riconsegnato quel territorio ai talebani. Gli stessi che erano stati i principali nemici durante il conflitto.

Ora, occorre anche precisare che tutti i Paesi coinvolti in queste guerre sono, per dimensioni e capacità militari, significativamente più piccoli dell’Iran. Eppure, anche in quei contesti il conflitto terrestre ha rappresentato una difficoltà enorme. E ignorare questa esperienza significherebbe non comprendere l’evoluzione di questa tipologia di guerra. Uscire dall’Afghanistan e aprire la vicenda iraniana, comunque lo si guardi, non può non apparire come una contraddizione.

Alla luce di questo quadro, quali sviluppi comporterebbe un coinvolgimento militare diretto in Iran?

In tutti questi contesti i conflitti sono degenerati in forme di guerriglia urbana, assedi e scontri prolungati nel tempo. Gli eventi concentrati hanno ceduto il passo ad un lento stillicidio di morti e feriti che si è protratto negli anni.

La guerra attuale è iniziata da diversi giorni e i bombardamenti proseguono, ma appare sempre più evidente che la maggior parte delle strutture di sicurezza terrestri iraniane si sia dispersa nelle campagne, distribuendosi in un territorio vastissimo.

Chiunque intendesse costruire uno scenario di guerra terrestre o nuova prospettiva di regime dovrebbe fronteggiare questa realtà, con l’elevata probabilità di una guerra civile e di combattimenti casa per casa in un Paese di dimensioni enormi e fortemente armato. Bisogna ricordare che l’Iran è tra i principali produttori di Kalashnikov su licenza russa. E che le armi prodotte in Iran sono diffuse in numerose aree del mondo, in particolare in Africa.

Teheran ha gestito in modo sistematico il traffico e la distribuzione di armamenti, utilizzandoli come strumento di influenza e destabilizzazione internazionale. E da qui deriva la sua pericolosità.

Alla luce di queste considerazioni intervenire militarmente sul terreno in Iran rappresenterebbe, a mio avviso, un fattore di rischio estremamente rilevante.

In che misura una comprensione incompleta del regime iraniano e della sua struttura può portare a errori di valutazione strategica?

A mio avviso, una parte degli errori deriva da una lettura culturale superficiale dell’Iran. Il regime iraniano è estremamente pericoloso, lo è sempre stato. Proprio per questo è necessario conoscerlo a fondo e non sottovalutarne la natura. Viceversa, il rischio è che questa vicenda si cronicizzi e degeneri in un focolaio permanente di instabilità capace di alimentare ideologicamente terrorismo e disordine.

Lo scenario che abbiamo di fronte è estremamente complesso, tanto che molti analisti iniziano a metterne in evidenza le criticità, anche per quanto riguarda l’ipotesi di utilizzare le milizie curde, strategia già sperimentata in passato e che oggi non appare come una soluzione efficace, ma come potenziale acceleratore per scenari di guerra civile.

Un altro degli elementi fondamentali riguarda l’eredità strategica di Qassem Soleimani. Attorno alla sua figura è stata costruita una rete di milizie addestrate a ogni forma di guerriglia, guerra psicologica e resistenza, nonché alla formazione di corpi paramilitari in altri Paesi.

Fattore che ci ricorda come l’Iran disponga anche di una dimensione clandestina del potere particolarmente sofisticata. Se è vero che Israele ha dimostrato notevoli capacità tecnologiche e operative, in alcuni casi davvero sbalorditive e di successo, è altrettanto vero che le Guardie rivoluzionarie e i Pasdaran hanno sviluppato una altrettanto notevole abilità nel costruire milizie radicate nei territori.

Che ruolo ha la solidità della struttura sociale e territoriale dell’Iran nella stabilità del regime?

Esistono, come abbiamo potuto osservare nelle ultime settimane, movimenti di opposizione al regime, soprattutto nelle grandi città, dove è presente una popolazione giovane e istruita, per la quale ho personalmente sempre simpatizzato.

Tuttavia, l’Iran è anche un Paese caratterizzato da un’estesa dimensione montana e rurale. In queste aree la componente religiosa più vicina al regime mantiene un peso specifico e potrebbe rappresentare un significativo fattore di difesa e protezione dell’attuale struttura di potere. Ed è un elemento che non deve essere banalizzato.

In che modo la dimensione religiosa influisce sugli equilibri politici e strategici?

Da storico medievale ritengo che la dimensione religiosa sia centrale. L’islam sciita, pur essendo una minoranza, è una comunità coesa e strutturata e rappresenta probabilmente la componente più organizzata dell’universo islamico.

Esiste infatti un’autorità politico-religiosa ben definita, dovuta al fatto che nell’Islam non si è mai realizzata una separazione tra potere religioso e potere temporale analoga a quella che si è sviluppata in Occidente alla fine dell’età moderna. Il potere politico e quello religioso continuano dunque a coincidere, non rendendo possibile una scelta esterna della Guida politico-religiosa. Si tratta di una realtà e, citando Braudel, di una costante storica che affonda le proprie radici tra il VII e l’VII secolo d.C e che, onde evitare errori di valutazione, non può essere affrontata con superficialità.

Quanto pesa oggi la dimensione ibrida e psicologica nelle strategie belliche iraniane?

La risposta iraniana ai bombardamenti ha messo in evidenza la volontà di colpire le vulnerabilità dei Paesi del Golfo. Teheran non ha scelto di colpire soltanto obiettivi militari, ha anche cercato di incidere sulla dimensione psicologica e comunicativa del conflitto, colpendo anche obiettivi civili. Gli attacchi contro impianti di irrigazione e desalinizzazione ne sono un esempio concreto, così come l’utilizzo di armi più piccole e agili, come i droni di dimensioni contenute. Mentre gli attacchi contro alberghi e centri urbani avanzati del Golfo, ad esempio, erano finalizzati a creare panico e disordine, colpendo indirettamente anche infrastrutture come aeroporti e circuiti turistici.

E le conseguenze sono state evidenti: Stati impegnati in rimpatri massicci, caos nei voli, calo del turismo e diffusa percezione di insicurezza. Si tratta di una forma di guerra ibrida e comunicativa con la quale, con ogni probabilità, dovremo confrontarci sempre più spesso.

Al di fuori del quadrante mediorientale, attraverso quali forme potrebbero emergere le minacce connesse al terrorismo e all’apparato proxy iraniano?

Quando scrissi Il nemico silente, presentato pochi giorni prima del 7 ottobre alla presenza dell’autorità delegata per la Sicurezza della Repubblica, Alfredo Mantovano, sottolineai chiaramente come Teheran stesse contribuendo alla ristrutturazione di alcune reti terroristiche, consapevole che il terrorismo rappresenta per il regime una leva di potere e di influenza strategica.

Non era casuale, in questo senso, che figure di vertice legate ad ambienti jihadisti trovassero ospitalità in Iran, né è casuale il rapporto dialettico che Teheran ha mantenuto con l’Afghanistan e con molte delle realtà che gravitano attorno al proprio spazio geopolitico, nel tentativo costante di esercitare un ruolo di influenza.

Questa impostazione strategica era al centro della cosiddetta dottrina Soleimani, che ha portato alla costruzione di quello che viene definito “asse della resistenza”, una rete composta dagli Houthi, dalle milizie sciite attive in Siria e in Iraq, da Hezbollah e Hamas, ma anche da relazioni sviluppate dai servizi di sicurezza iraniani con una parte non trascurabile di movimenti terroristici di matrice sunnita.

Negli ultimi anni si è affermato con forza il modello dei proxy. E, infatti, quando utilizziamo questo termine pensiamo immediatamente a Hezbollah, Hamas, alle milizie sciite in Iraq e Siria o agli Houthi. Tuttavia, il fenomeno è molto più ampio ed il modello proxy è divenuto contagioso. Iran e Russia hanno lavorato intensamente per creare reti di diaspora composte da cellule ibride, a metà tra terrorismo e criminalità organizzata.

Vere e proprie diaspore di strutture, largamente diffuse, dall’Europa agli Stati Uniti, all’America Latina, che oggi operano attraverso traffici di stupefacenti, armi e prostituzione e che possono essere attivate all’occorrenza per finalità terroristiche. Questa, se il conflitto dovesse cronicizzarsi, rischia di essere una minaccia concreta e diffusa, che non possiamo e dobbiamo minimamente trascurare.

In conclusione, cosa può fare l’Europa di fronte a questo scenario?

Prima di tutto occorre acquisire la consapevolezza che la minaccia in Europa è concreta e reale. Dopodiché, sono necessarie grande intelligenza e grande saggezza. L’Europa ha una grande arma, che è la propria cultura, i propri ideali di diritto, democrazia e giustizia. Ma occorre anche guardare al mondo per ciò che è, affrontando la complessità che abbiamo di fronte senza indugiare davanti all’assunzione della responsabilità che ci viene data.

Tuttavia, non possiamo ignorare che il diritto internazionale, nella sua efficacia concreta, appare oggi profondamente indebolito, in particolar modo a partire dalla guerra in Ucraina. Putin ha deliberatamente deciso che l’uso della forza tornasse centrale nello scacchiere strategico globale e lo ha fatto per impedire il declino economico della Russia, aprendo di fatto una nuova era.

Oggi l’Europa, che è un continente economicamente e culturalmente forte, se non sviluppa una propria capacità strategica e di difesa, rischia un profondo declino.

Nella nuova era, chi non possiede anche una dimensione di forza rischia di perdere ogni capacità decisionale e di difesa della propria cultura fondata sul diritto internazionale. Questo è ciò che abbiamo di fronte e non possiamo svicolare né sottrarci alle nostre responsabilità. Ciò vale per l’Italia e vale per tutta l’Europa e l’Occidente.


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