Il referendum sulla giustizia si trasforma in un passaggio politico di prima grandezza, con quasi 30 milioni di votanti e la vittoria del fronte del No. Per Francesco Nicodemo è un voto che boccia il governo Meloni, intercetta la protesta di un Paese arrabbiato e segna l’ingresso nella campagna per le politiche, con un esecutivo ora più fragile e senza il suo presunto tocco magico
C’è un dato che pesa più di tutti: quasi 30 milioni di italiani alle urne per un referendum che, nei fatti, ha travalicato il perimetro tecnico della giustizia trasformandosi in una sfida politica a tutto campo. E in questa competizione elettorale, giocata sul filo della polarizzazione e della mobilitazione, a uscire vincente è stato il fronte del No, capace di imporsi con numeri significativi fondamentalmente contrapponendosi al governo guidato da Giorgia Meloni. Per comprenderne dinamiche e conseguenze, Formiche.net ha parlato con Francesco Nicodemo, spin doctor e fondatore della società di comunicazione politica Lievito.
Partiamo dai numeri: che fotografia restituisce questo referendum?
Parliamo di quasi 30 milioni di italiani che sono andati a votare. Questo dato da solo ci dice che non è stato un referendum qualsiasi, ma un appuntamento politico rilevante. Il No si attesta attorno ai 13 milioni di voti, un risultato che chiude la vicenda referendaria ma apre una fase politica completamente nuova.
Un voto che sembra andare oltre il merito dei quesiti?
Assolutamente sì. Le persone non sono andate alle urne solo per esprimersi sulla giustizia, ma per mandare un messaggio politico. È un voto che si stratifica: c’è un No alla riforma, ma anche una bocciatura dell’azione del governo.
Colpisce la composizione dell’elettorato, cosa si può trarre da questo?
C’è un elemento sorprendente, ed è il voto giovane. Gli under 25 sono andati a votare e hanno inciso. Non è un voto monolitico, ma è evidente una componente generazionale che si è espressa anche in chiave di opposizione, non solo interna ma più ampia: contro Meloni, ma anche contro alcuni riferimenti internazionali come Trump, con una forte presenza di sensibilità pro Palestina.
Quanto pesa il clima sociale?
Pesa molto. Il Paese è arrabbiato, c’è frustrazione diffusa. Questo sentimento si è tradotto in un voto che è diventato un contenitore di dissenso. Il referendum è stato lo strumento attraverso cui questa tensione si è espressa.
Che tipo di sconfitta è per Giorgia Meloni e per l’esecutivo?
È una sconfitta politica netta. E brucia, soprattutto perché arriva a un anno dalle elezioni. Non si esaurirà qui: avrà effetti nel prosieguo dell’anno e inciderà sugli equilibri complessivi. Il cosiddetto tocco magico che le veniva attribuito si è interrotto. D’altra parte, dò atto a Elly Schlein di averci creduto più di chiunque altro e quindi di potersi giocare davvero la leadership del centrosinistra.
Si può parlare di un precedente storico con il referendum voluto dall’allora premier Matteo Renzi?
Il paragone più immediato è col referendum del 2016. Anche allora il voto fu utilizzato per tentare di invertire una parabola politica già in atto. In questo caso Meloni è stata trascinata dentro una dinamica simile e la sua discesa in campo ha accentuato la polarizzazione.
Dal punto di vista territoriale emergono segnali chiari?
Al Sud il voto è chiaramente contro il governo. Non ci sono molti dubbi su questo. È un segnale politico preciso che rafforza la lettura nazionale del risultato.
Che lezione lascia questa campagna sul piano della comunicazione politica?
È una lezione importante. Da una parte abbiamo visto l’utilizzo di testimonial popolari, dall’altra figure percepite come meno empatiche. Questo ha inciso. La comunicazione, ancora una volta, si conferma decisiva nella costruzione del consenso.
Quali scenari si aprono ora?
Di fatto è iniziata la campagna elettorale per le politiche. La decisione su un eventuale voto anticipato spetta solo a Meloni. Se si andrà avanti, si andrà avanti con un governo ammaccato. E non sarà semplice, ad esempio, affrontare il nodo della legge elettorale in questo contesto.
















