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Oltre l’operazione Leonardo-Idv. Cos’è un Oem e perché oggi è importante

Con l’acquisizione di Iveco defense vehicles per 1,7 miliardi di euro, Leonardo è passata da fornitore e integratore a Original equipment manufacturer nel settore terrestre. È una distinzione che, con i tempi che corrono, fa molta differenza

Nel settore della difesa c’è una distinzione, spesso sottovalutata, che separa le industrie realmente sovrane da quelle che lo sono solo parzialmente. Si tratta della capacità di progettare, produrre e integrare un sistema d’arma completo a partire dalle sue fondamenta. È la differenza tra un assemblatore sofisticato e un Original equipment manufacturer (un Oem, appunto). Per un Paese come l’Italia, tradizionalmente caratterizzato da catene di fornitura lunghe e non sempre interamente localizzate sul territorio nazionale, la questione non è secondaria ma tocca direttamente il grado di autonomia con cui lo Stato può equipaggiare le proprie Forze armate, rispondere a urgenze operative e negoziare con i propri partner internazionali. Con la finalizzazione dell’acquisizione di Iveco Defense Vehicles (Idv) da parte di Leonardo, il gruppo di piazza Monte Grappa è ora un vero e proprio Oem nel settore terrestre.

Cos’è un Oem?

Nel linguaggio industriale, per Oem si intende un’entità che detiene la piena responsabilità tecnica e produttiva di un sistema; ne definisce l’architettura, ne controlla la filiera, ne detiene la proprietà intellettuale e, di conseguenza, ne gestisce l’intero ciclo di vita. In ambito difesa, questo si traduce nella capacità di sviluppare una piattaforma — un veicolo, una nave, un aeromobile, un satellite — integrando by design i sistemi d’arma, la sensoristica, l’elettronica di missione e i software di gestione del combattimento. L’autorità tecnica consente infatti di modificare, aggiornare e adattare il sistema nel tempo senza dover dipendere da terzi per le decisioni più delicate. 

Il caso Idv e la trasformazione di Leonardo nel terrestre

È in questo contesto che va letta l’acquisizione di Idv da parte di Leonardo, perfezionata per circa 1,7 miliardi di euro. L’operazione consentirà di integrare le capacità veicolari di Idv con i sistemi elettronici e sensoristici del gruppo. Ma l’acquisizione della divisione veicoli militari di Iveco è solo una parte della strategia di consolidamento terrestre dell’azienda guidata da Roberto Cingolani.

Prima dell’operazione, il rapporto di Leonardo con il settore terrestre era quello di un fornitore di elezione — eccellente nella sensoristica, nelle piattaforme d’arma, nei sistemi di comunicazione e gestione del combattimento — ma pur sempre dipendente da una piattaforma veicolare prodotta da altri. Con Idv direttamente nel gruppo, quella logica si inverte. Leonardo non dovrà più adattare i propri sistemi a scafi e architetture decisi altrove (o comunque elaborati a quattro mani), ma potrà invece concepire la piattaforma e i suoi sistemi di missione come un tutt’uno, integrando le proprie tecnologie by design fin dalla fase progettuale, soprattutto in ottica futura. Il salto qualitativo, in questo senso, è considerevole.

Idv produce infatti una vasta gamma di veicoli militari, dai camion tattici al Vtlm Lince, fino ai mezzi da combattimento ruotati come il cacciacarri Centauro e il Vbm Freccia, realizzati nell’ambito del Consorzio Iveco Oto Melara (Cio), la società consortile paritetica tra Idv e Leonardo — con quest’ultima nella veste di erede di Oto Melara — che da oltre trent’anni è il referente unico del ministero della Difesa nel settore dei blindati. All’interno del Consorzio, Idv è responsabile dei propulsori, dei cambi, di tutti i componenti veicolari, dello scafo e dell’assemblaggio finale dei veicoli ruotati, mentre Leonardo gestisce i sistemi d’arma, i sistemi di visione e controllo del fuoco, nonché l’assemblaggio finale dei veicoli cingolati. Con Idv ora parte del gruppo, la design authority sui programmi resterà (almeno per ora) formalmente in capo al consorzio, ma la realtà è che ora i due attori vivono sotto lo stesso tetto. Insieme alle attività produttive, Leonardo erediterà anche un footprint internazionale articolato, con cinque stabilimenti produttivi tra Italia, Romania, Germania e Brasile.

Va però chiarito un punto rilevante. Per i carri armati e i corazzati  (vale a dire il segmento più pesante) il riferimento rimarrà la joint venture Lrmv tra Leonardo e Rheinmetall, costituita nell’ottobre 2024 e già operativa, con i primi quattro veicoli Lynx consegnati all’Esercito a gennaio 2026 nell’ambito del programma Ac2s per il rinnovo della componente corazzata delle forze terrestri italiane. Sarà sempre Lrmv a produrre anche il nuovo main battle tank italiano, basato sul Panther Kf-51 di Rheinmetall, integrato dalla sensoristica di Leonardo e dalla bocca da fuoco da 120mm targata Oto Melara. Il risultato complessivo di questa architettura è che Leonardo, tra Idv e la Jv con Rheinmetall (e al netto del futuro, ancora imprecisato, del segmento autocarri di Iveco), copre ora in modo complementare l’intero spettro del terrestre, dai i veicoli leggeri ai mezzi logistici, dai blindati di Idv alle piattaforme cingolate con Lrmv. 

La sovranità industriale nell’era della deglobalizzazione

Già durante la presentazione del piano industriale 2026, Cingolani aveva sottolineato l’importanza della trasformazione di Leonardo degli ultimi anni, in particolare sotto il profilo del consolidamento delle aree di business. Se la razionalizzazione interna dei vari segmenti del gruppo nelle quattro divisioni (Elicotteri, Aeronautica, Elettronica per la Difesa e Spazio) è stata una prima fase “domestica”, con l’acquisizione di Idv Monte Grappa muove un altro passo verso la costruzione di un vero e proprio campione nazionale della difesa a 360 gradi, sul modello dei grandi prime contractor americani. 

E ne ha ben donde. Di fronte a un ordine internazionale sempre più frammentato e imprevedibile, e con l’Europa impegnata in un profondo ripensamento del suo rapporto con la propria difesa, una simile aggregazione (tanto a livello nazionale quanto su quello continentale) è un passaggio obbligato per consolidare le capacità e avviarsi con i giusti presupposti verso la (necessaria) fase di scale-up. Non a caso, anche attori come Rheinmetall o la stessa Fincantieri si stanno muovendo in modo simile. Il gruppo triestino, ad esempio, sta percorrendo una strada analoga che, con l’acquisto di Wass (Whitehead Alenia Sistemi Subacquei) da Leonardo, ha realizzato l’integrazione tra la produzione di sottomarini e la produzione del loro armamento principale. Wass è infatti responsabile dello sviluppo dei siluri Black Shark, quelli che equipaggeranno i sottomarini U212 Nfs della Marina Militare, realizzati proprio da Fincantieri. Per l’appunto, un Oem nel dominio subacqueo.


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