Skip to main content

Phisikk du role – Il caso Delmastro e la performance di Giorgia Meloni

Torna il solito psicodramma di una irriducibile solitudine della Meloni. Si dice: “lei sa fare il suo mestiere ma non è così con chi le sta attorno”. C’è una verità in questo, ma occorre assumerla fino in fondo. L’opinione di Pino Pisicchio

A pensarci bene il “caso Delmastro”, il sottosegretario alla Giustizia non nuovo frequentatore di cronache da rotocalco, alquanto diverse da quelle di stretta competenza politica, e il risultato del voto referendario di lunedì sera, sono molto più legati fra loro di quanto non possa apparire e raccontare l’andata delle indignazioni col dito puntato contro il personaggio. Perché? Vado a dire. L’onorevole fratello d’Italia, sotto i riflettori per aver condiviso titoli proprietari relativi ad una attività di ristorazione con una giovane risultata essere figlia di persona fornita di curriculum penalmente rilevante, è stato fatto oggetto di riprovazioni da più parti per la perigliosa contiguità, peraltro prontamente farcita da un corredo fotografico stile selfie a riprova.

Ora in se’ partecipare ad un’attività commerciale con una giovane persona che, da quanto si capisce, non è illustrata nei casellari giudiziari, non sarebbe reato. Tutt’al più risulterebbe cosa alquanto strana per un uomo di governo dedicarsi ad un impegno di ristoratore che, com’è noto ai ristoratori veri, assorbe a tempo pieno, mentre il paese aspetta che ben altri piatti e ben conditi vengano serviti al desco dell’italiano, nel caso delle competenze sottosegretariali, in materia di giustizia. Forse si dovrebbe fare anche per le attività private ciò che viene chiesto ai dipendenti pubblici quando vengono eletti: esclusività di esercizio della carica finché dura, vietando a medici, avvocati, ristoratori, ragionieri e domatori di elefanti di continuare a svolgere la loro professione. Ma non divaghiamo.

Tornando al caso in esame, ci sarebbe un sovrappiù per l’onorevole, di cui si rammenta un’altro episodio che lo vede presente ad una festa di capodanno, in cui un suo collega cominciò a sparare non stelle filanti, ma colpi di pistola, senza voler citare il bailamme sollevato con la sua rivelazione ad altro collega (Donzelli) di notizie riservate su un anarchico detenuto nelle carceri italiane e la famosa foto che lo ritrasse gagliardo con sigaretta in bocca sotto la scritta “Vietato Fumare” nel carcere in cui era in visita. Insomma, una personalità prorompente che mostra grandi momenti di coerenza con le posture trumpiane, in tutta la gamma di tonalità che il rodomontismo in politica può offrire. Comunque di mestiere fa l’avvocato (anche della premier a quanto si apprende) e saprà certamente come difendersi e argomentare nelle vicende che lo riguardano.

Quel che va rilevato è il disappunto, riportato dalla stampa nazionale, della presidente del Consiglio che non avrebbe particolarmente apprezzato questo disturbo da parte del suo sottosegretario alla giustizia, su cui le opposizioni sono saltate senza sconti, alla vigilia del referendum sulla giustizia. E qui torna il solito psicodramma di una irriducibile solitudine della Meloni. Si dice: “lei sa fare il suo mestiere ma non è così con chi le sta attorno”. C’è una verità in questo, ma occorre assumerla fino in fondo: prima dell’exploit elettorale del 2022 che portò Giorgia Meloni al governo, prima donna e primo esponente dell’ex “polo escluso” a ricoprire l’incarico di Primo Ministro, il Partito da lei fondato, erede di Alleanza Nazionale di Fini e del MSI di Almirante, raccoglieva poco più del 4%. Aveva, dunque, una classe dirigente ed una irradiazione organizzativa pari ad un movimento politico di quella portata, peraltro non abituato ad avere tra le mani la fetta più grossa del potere vero. Il 2022 consegnò un consenso quasi sette volte più grande di quello che era la sua capienza effettiva in termini strutturali ed anche di mentalità. Si trattava di un vasto voto d’opinione mai riconosciuto alla destra ex “polo escluso” nell’Italia democratica e repubblicana, che venne accreditato alla Meloni, testimonial evidentemente efficace in quel passaggio storico di una linea politica che da antagonista si faceva più rassicurante nel segno della conservazione piuttosto che della reazione.

Arrivare nella “stanza dei bottoni” sapendo che ogni bottone era stato impostato da predecessori tutti di segno diverso dal suo, ha sollecitato l’istinto della difesa a testuggine: “dentro gli amici di sempre, la gente di cui mi fido, a partire dalla famiglia”. Tra questi c’era un meloniano della prim’ora (e della prima forma-partito, al 4%), di nome Delmastro, ma con lui un’intera generazione. Meloni ha retto fino ad oggi anche nel consenso popolare, disegnando una luna di miele incredibilmente lunga più di tre anni. Regge benissimo il rapporto con il corpo elettorale perché è andata a scuola di politica in mezzo alla gente. L’opposizione in questa sapienza s’è dimostrata parecchio deficitaria. Ma, attenzione: il consenso del governo si tiene quando c’è lei a trainarlo, come alle politiche e alle europee. Non va più così bene, però, alle amministrative, dove la faccia che l’elettore incontra a destra è un’altra, quella del leader locale.

Che succederà lunedì sera? Funzionerà anche col referendum? Meloni temeva la sovraesposizione, sindrome renziana che andò a finire male per lui, ma ha dovuto farne comunque ricorso quando ha capito che la macchina non camminava. Sarà bastato? Quale che possa essere l’esito farà bene a tenerne conto.


×

Iscriviti alla newsletter