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Schlein fa, Conte si accredita. Tutte le insidie per il campo largo dopo il referendum secondo Panarari

La vittoria del No al referendum sulla giustizia nasce da una combinazione di fattori: forte politicizzazione, clima internazionale instabile e mobilitazione emotiva, soprattutto giovanile. Il governo paga l’aver messo in discussione la propria cifra distintiva, la stabilità, e l’incapacità di gestire una narrazione efficace, anche alla luce di alcuni casi interni. Per il centrosinistra si apre una finestra di opportunità che però richiede programma, leadership e coesione. Nessun ritorno immediato alle urne, ma una fase politica più incerta, con nuovi equilibri ancora da costruire. Intervista al politologo Massimiliano Panarari

Non è stato un fulmine a ciel sereno, ma un’onda lunga che ha travolto il referendum sulla giustizia e, con esso, la strategia del governo. Il verdetto delle urne – la vittoria del No – racconta molto più di un semplice stop tecnico: segna una frattura politica, certifica un errore di valutazione e apre una fase nuova, densa di incognite per la maggioranza e di potenziali opportunità per le opposizioni. Una dinamica maturata nel giro di settimane, tra polarizzazione crescente, tensioni internazionali e una mobilitazione che ha sorpreso per intensità e composizione. A tracciare lo scenario su Formiche.net è Massimiliano Panarari, sociologo e politologo dell’Università di Modena e Reggio Emilia.

Professor Panarari, quanto era prevedibile la vittoria del No?

La percezione che il No fosse in vantaggio c’era già da almeno un paio di settimane. È maturata dentro una miscela di fattori: la politicizzazione crescente del referendum, l’irruzione della dimensione internazionale – con il peso simbolico e divisivo di Trump – e una mobilitazione giovanile che ha avuto tratti più emotivi che ideologici.

Il quesito sulla giustizia era particolarmente tecnico. Quanto ha inciso questo elemento?

Ha inciso molto, perché si trattava di un quesito complesso, che richiedeva tempo, informazioni e un confronto tra opinioni diverse. Tutto ciò è stato reso impossibile da un clima politico segnato da una contrapposizione molto dura. Il referendum, per sua natura, tende a polarizzare e in questo caso la polarizzazione è stata accentuata da una politicizzazione spinta, giocata con abilità anche da settori della magistratura e dal centrosinistra.

In apertura si parlava del contesto internazionale. Secondo lei in che modo ha inciso sull’esito finale?

Sì, perché ha contribuito a rendere ancora più difficile una valutazione serena. L’instabilità globale e il posizionamento dell’Italia hanno inciso anche sul voto interno. La difficoltà di Meloni di smarcarsi da Trump ha prodotto irritazione non solo tra gli avversari ma anche in una parte del suo stesso elettorato, con effetti concreti anche sul piano economico percepito.

Quanto, questa del referendum, si traduce in sconfitta politica per l’esecutivo?

In parte lo è. Il governo aveva costruito la propria legittimazione sulla stabilità. Proporre una riforma percepita come una rottura degli equilibri ha rappresentato una contraddizione. Nel momento in cui si mette in discussione l’asset principale, si rischia di perdere consenso. E infatti una parte della punizione è arrivata anche attraverso l’astensione.

Quanto pesa la cultura politica della destra – non sempre garantista e non in tutte le sue articolazioni – su questo esito?

Pesa. Il garantismo non è un valore diffuso in tutto l’elettorato di destra. È più radicato in alcune componenti liberali. Mettere in discussione la magistratura, in un Paese in cui una parte rilevante dell’opinione pubblica la considera un argine alla democrazia – dal terrorismo alla mafia, con figure simboliche come Borsellino – è un’operazione rischiosa che difficilmente paga.

Hanno inciso anche alcune vicende politiche recenti, specie in seno alla maggioranza?

Sì, episodi come il caso Delmastro e le dichiarazioni di Bartolozzi hanno contribuito ad alimentare un clima sfavorevole. In una fase di forte politicizzazione sarebbe servito un gesto comunicativo molto netto da parte della leadership, soprattutto su Delmastro, che rappresentava già un elemento di criticità. Quel segnale non è arrivato e questo ha pesato.

Il cosiddetto campo largo esce rafforzato?

Si apre una finestra di opportunità, ma non è una vittoria automaticamente trasferibile in termini politici. C’è stata anche una straordinaria efficacia comunicativa del cosiddetto partito dei giudici e una mobilitazione (specie da parte dei più giovani) che non coincide con un’adesione strutturata ai partiti di sinistra. Non siamo di fronte a un Paese diventato improvvisamente di sinistra.

Quali sono allora le condizioni perché questa occasione non venga sprecata?

Servono alcuni passaggi decisivi: un programma unitario, anche sulla politica estera; una proposta economica capace di parlare al lavoro e al ceto medio impoverito; e soprattutto una leadership definita. Il tema delle primarie, rilanciato da Conte, è uno snodo importante. Questa vittoria è più attribuibile a Schlein nei rapporti tra partiti, ma Conte lavorerà per rafforzare il proprio ruolo.

E per Meloni cosa cambia adesso?

Dovrà correggere alcune scelte, abbassare i toni e recuperare un dialogo parlamentare più forte. La narrazione che è passata è quella di un tentativo di modifica unilaterale della Costituzione, mentre la difesa della Carta resta sempre una leva molto potente nell’opinione pubblica.

Si può aprire uno scenario di elezioni anticipate?

Al momento no, perché sarebbe un salto nel vuoto. Il quadro resta fluido, con il Capo dello Stato Mattarella nel ruolo di arbitro. Non si possono escludere del tutto nuove geometrie parlamentari, ma le elezioni anticipate non appaiono una strada percorribile nell’immediato.


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