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Perché la riforma Nordio è un ritorno ad un passato pre-costituzionale. Parla Morosini

Per il presidente del Tribunale di Palermo, Pier Giorgio Morosini, sono la storia e la coscienza Costituzionale del Paese a dire No ad una riforma della giustizia che condizionerebbe l’assetto e l’indipendenza della magistratura

Sempre più acceso e polemico, il dibattito referendario evidenzia i molti corsi e ricorsi storici del travagliato rapporto fra magistratura e potere politico.

Per comprendere integralmente tutti i risvolti dell’impatto della riforma Nordio, è essenziale ripercorrere ciò che la magistratura ha attraversato durante il fascismo, quando perse l’indipendenza, diventando un organo gerarchicamente subordinato al ministero della Giustizia.

Nell’Elogio dei giudici scritto da un avvocato, pubblicato nel 1935 da Piero Calamandrei, oltre ai limiti e alle debolezze viene rispecchiata l’altissima dignità della magistratura di allora.

Ma non vi furono soltanto eroismi e resistenze. Lo stesso Calamandrei, che pure definì il fascismo come un “regime della menzogna”, per mantenere la cattedra universitaria giurò fedeltà al Duce e collaborò alla redazione del Codice di procedura civile.

“Per evitare derive estremiste”, sostenne nel 1946 il giurista, quando entrò a far parte dell’Assemblea Costituente, ammettendo che comunque quella sottomissione gli “straziò l’animo”.

Molto più complesso il corto circuito fra magistratura e fascismo.

Fondata nel 1909 a Milano, l’Associazione Generale fra i Magistrati d’Italia, antesignana dell’Anm, non sopravvisse all’escalation di violenze e soprusi che caratterizzarono l’avvento e il consolidamento del regime mussoliniano. Tanto che nel dicembre del 1925, a seguito del rifiuto di trasformarsi in sindacato fascista, l’Agmi deliberò l’autoscioglimento.

L’ultimo numero del giornale dell’associazione “La Magistratura” datato 15 gennaio 1926 pubblicò un editoriale dal titolo “L’idea che non muore“: “Forse con un poco più di comprensione – come eufemisticamente suol dirsi – non ci sarebbe stato impossibile organizzarsi una piccola vita senza gravi dilemmi e senza rischi, una piccola vita soffusa di tepide aurette, al sicuro dalle intemperie e protetta dalla nobiltà di qualche satrapia… La mezzafede non é il nostro forte: la vita a comodo é troppo semplice per spiriti semplici come i nostri. Ecco perché abbiamo preferito morire”.

Nel libro “Ne valeva la pena”, Armando Spataro, già Procuratore della Repubblica a Torino, nel ripercorrere l’impegno di tanti magistrati a difesa della Costituzione, si sofferma con particolare efficacia storica sul rapporto fra magistratura e fascismo.

“Una storia popolata di ricordi dolorosi e di facce ambigue, ma anche di persone amate e di esempi luminosi di coerenza, fino al sacrificio della vita”, scrive Spataro a pag. 283 di “Ne valeva la pena”, per poi aggiungere: “L’indipendenza della magistratura italiana si é faticosamente affermata dopo la caduta del fascismo e dopo un periodo di incubazione nell’immediato dopoguerra. È facile, in poche parole, illustrare le caratteristiche del sistema allorquando la magistratura non era indipendente né autonoma. Era quello un tempo in cui le cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario non si svolgevano più nei palazzi di giustizia, ma a Palazzo Venezia, nelle sale attigue allo studio del duce. Ma l’abbandono dei luoghi istituzionali, la confusione fra sedi pubbliche, sedi private e, sedi di partito, la distruzione dei poteri indipendenti e di controllo, turbava ormai solo poche coscienze”.

Ecco allora, tratta dal libro di Spataro la cronaca della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario del 1940 a Palazzo Venezia:

“Nel vasto salone, presso la cui parete di fondo prestavano servizio d’onore i Moschettieri del duce, si erano schierati in quadrato aperto su di un lato 250 alti magistrati tutti in uniforme del Partito nazionale Fascista. La Corte Suprema era al completo col suo Primo Presidente Senatore d’Amelio, il Procuratore generale Sen. Albertini, i presidenti di sezione, gli avvocati generali e i sostituti. Erano anche presenti tutti i primi presidenti e i procuratori generali delle corti d’appello del Regno e altri alti funzionari del ministero di Grazia e Giustizia e alti magistrati. Appena apertasi la porta che immette nella sala del Mappamondo, la figura del Duce – che era seguito dal ministro della Giustizia Grandi – vi si è inquadrata e la devozione e l’entusiasmo hanno avuto il sopravvento sul fermo costume di imperturbabilità dei magistrati, i quali hanno prorotto in una invocazione altissima. Il Duce rispose sorridendo e levando romanamente il braccio. Alta risuonò poi la voce del ministro di Grazia e Giustizia, il quale ordinò il saluto al Duce. Rimbombò l’A noi e scoppiò tonante un’altra manifestazione di devozione di fede ed entusiasmo”.

Anche se in maniera non omogenea e generalizzata, sotto forma di continuità burocratica la sudditanza ideologica della magistratura al fascismo si trascinò tuttavia fino alla soglia degli anni 60, ritardando l’entrata in funzione degli organi di garanzia della Costituzione, come la Corte Costituzionale e il Csm.

Emblematico in proposito il ruolo di Gaetano Azzariti, presidente del Tribunale della razza durante il fascismo, che nel dopoguerra divenne prima Capo di Gabinetto al ministero della Giustizia del Guardasigilli Palmiro Togliatti e successivamente Presidente della Corte Costituzionale.

“È piuttosto evidente che la vittoria del Sì al Referendum consegnerebbe la magistratura alla politica. È un ritorno ad un passato pre-costituzionale”, commenta Pier Giorgio Morosini, presidente del Tribunale di Palermo.

Presidente Morosini, molte, poche o nessuna le coincidenze fra la sottomissione della magistratura da parte del fascismo egli intenti della riforma Nordio?

Al di là delle etichette di facciata, dobbiamo capire se la riforma costituzionale su cui voteremo il 22 e 23 marzo garantisca la effettiva separazione tra poteri dello Stato. E in particolare dobbiamo comprendere se le novità proposte dalla legge Meloni-Nordio mantengano in vita i presupposti per garantire serenità e indipendenza al giudice e al pubblico ministero nelle indagini e nei processi. I costituenti del 48 avevano affidato quel compito di garanzia al Consiglio superiore della magistratura. L’organo, composto in prevalenza da magistrati eletti da magistrati, aveva sottratto al ministro della Giustizia la competenza su assunzioni, trasferimenti, promozioni e provvedimenti disciplinari delle toghe, ossia la leva con la quale, durante il fascismo, si influenzavano i processi politicamente sensibili. Se non ci si limita ad una lettura parcellizzata delle novità, si coglie nella riforma Nordio-Meloni un evidente svuotamento di quel presidio. Il Csm viene smembrato in due, uno per la magistratura requirente e uno per la magistratura giudicante, che non comunicano tra loro. Gli si sottrae la competenza disciplinare, attribuita ad un terzo organo (Alta Corte). Lo si delegittima e lo si frammenta nella componente togata, con un sorteggio affidato interamente al caso, secondo la logica dell’ “uno vale l’altro”. Il principio della indipendenza della magistratura si mantiene solo sulla carta (art.104), se non rimangono saldi gli istituti che ne garantiscono l’effettività. E la riforma in esame demolisce i principali pilastri dello stesso modello europeo di governo autonomo delle toghe, che sono: l’elettività dei suoi componenti, che rappresentano l’intero corpo della magistratura (giudici e pubblici ministeri); la prevalenza della componente togata su quella laica eletta dal Parlamento; la competenza disciplinare. Ribadisco: è evidente che la vittoria del Sì consegnerebbe il governo delle toghe alla politica. È un ritorno ad un passato pre-costituzionale.

Come reagirebbe la magistratura, nel caso venisse approvata la riforma Nordio?

La magistratura è sempre chiamata a rispettare le leggi dello Stato. Ma l’approvazione della riforma cambia l’orizzonte in cui opereranno giudici e pubblici ministeri. La novità prevede che i componenti laici dei due Csm vengano sorteggiati da un elenco di giuristi predisposto e deliberato dal Parlamento in seduta comune. Una legge ordinaria di attuazione dovrà stabilire due aspetti decisivi. Con quale maggioranza andrà deciso l’elenco dei “sorteggiabili” (semplice o qualificata?). E quale dovrà essere il numero dei giuristi da inserire nell’elenco (solo uno in più del numero dei sorteggiabili oppure quanti in più?). Sono variabili che, se declinate in un certo modo dalla legge di attuazione, possono creare le condizioni per un blocco di consiglieri laici “ideologicamente compatto”, espressione della sola maggioranza politica di turno, senza alcun contributo delle opposizioni. A fronte di una simile compagine, scelta interamente dalla maggioranza politica, avremo una componente togata la cui selezione sarà esclusivamente affidata al caso. Negando l’esistenza di un pluralismo ideale e culturale nella magistratura, i suoi rappresentanti in Consiglio verranno semplicemente estratti a sorte tra tutte le toghe italiane. I sorteggiati saranno simili a monadi svincolate da ogni responsabilità di gruppo e senza una visione delle questioni di fondo, pronte a trasformarsi, più o meno consapevolmente, in terminali di lobby di varia natura che si muovono senza alcuna trasparenza. Tutto questo inciderà in modo decisivo su ogni delibera “politicamente sensibile” del Csm. Si pensi alle valutazioni di professionalità o alle pratiche di trasferimento per incompatibilità ambientale, per i magistrati firmatari di provvedimenti sgraditi o che “non collaborano con il governo” nell’attuazione di certi indirizzi, come accaduto di recente con i giudici che non hanno convalidato i trattenimenti alla frontiera dei migranti. Insomma, si creano le condizioni per inculcare nella mente di ogni magistrato, prima di decidere su qualsivoglia questione, l’interrogativo: cosa rischio?

Reggerebbe ad un simile impatto l’impianto e soprattutto lo spirito della Costituzione?

Lo spirito costituzionale ha subito un colpo letale dalle modalità di approvazione del testo della riforma in Parlamento e dalle decisioni che hanno negato il voto referendario a circa 5 milioni di fuori sede. Mettere mano al patto fondativo, destinato a sopravvivere alle contingenze e alle fluttuanti maggioranze politiche, impone un confronto reale tra opzioni ideali e culturali, e possibilmente la ricerca di una sintesi. Non è accaduto. Per la prima volta nella storia della Repubblica, una legge di revisione costituzionale non assorbe un solo emendamento, nei vari passaggi parlamentari. Il disegno di legge Meloni-Nordio, entrato a Montecitorio nel maggio del 2024, ha raccolto i quattro “sì” da Camera e Senato, senza la modifica di una virgola. A tappe forzate e a colpi di maggioranza, si vuole cambiare radicalmente il rapporto tra i poteri dello Stato. Tornando alla Assemblea costituente, dai resoconti delle sedute del 1947, si comprende che il modello di governo della magistratura, rappresentato dal Csm e dall’unità della carriera di giudici e pubblici ministeri, non fu solo il risultato di una convinta adesione al principio di democrazia, ma pure il riflesso di una diffusa preoccupazione politica. Nel 1947, durante i lavori per la scrittura della Carta, in Italia c’era molta incertezza su chi avrebbe vinto le elezioni generali che si sarebbero tenute nell’anno successivo. E questo determinò una convinta convergenza di tutte le forze politiche (democristiani, socialisti, liberali, comunisti, azionisti) su una soluzione fortemente garantista. Solo una magistratura del tutto indipendente avrebbe potuto offrire una adeguata tutela alle forze che si fossero trovate in minoranza. Oggi viviamo in una stagione di grandi evoluzioni nella società, nel lavoro e nella economia, e quindi é fisiologico e comprensibile che si promuovano progetti di cambiamento che riguardano pure snodi cruciali del sistema istituzionale, quali l’ordinamento giudiziario. Della saggezza dei costituenti del 1948 avrebbero dovuto fare tesoro soprattutto le forze politiche che oggi vogliono stravolgere quel modello di giustizia, senza se e senza ma. Invece, nel corso dei lavori parlamentari sul disegno di legge Meloni-Nordio, abbiamo assistito a sistematiche campagne denigratorie nei confronti di giudici e pubblici ministeri, accusati di fare “opposizione politica” quando emettono atti sgraditi al governo o alla maggioranza parlamentare, senza un minino di interesse per il merito delle vicende e per i motivi della decisione. E se un ampio spettro di forze politiche, di ambienti della grande imprenditoria e delle libere professioni, vive la riforma come scontro di poteri, tra politica e magistratura, come cittadini dovremmo chiederci se è destinata a migliorare la qualità delle risposte di giustizia.


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