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Soldati robot umanoidi in Iran? Le opzioni per un possibile blitz Usa

In una intervista al Financial Times Trump ha affermato che intende impadronirsi del petrolio iraniano con un blitz sull’isola di Kharg. Affermazione che conferma l’intenzione di compiere raid terrestri in Iran. Mini invasioni mordi e fuggi per le quali il Pentagono avrebbe dei piani per risparmiare vite umane. L’analisi di Gianfranco D’Anna

Glocal war, globale e locale la guerra delle guerre combattuta da remoto a distanza di migliaia di chilometri è pronta per l’esordio dei soldati robot umanoidi dotati di intelligenza artificiale da mandare in avanscoperta sui litorali e i deserti dell’Iran. Finora top secret, i robot umanoidi made in Usa, tecnologicamente più avanzati di quelli cinesi, con l’elmetto e il passamontagna delle truppe speciali sono difficilmente distinguibili dai veri soldati e dispongono di sistemi di intelligenza artificiale progettati per applicazioni sia logistiche che di fuoco.

Sembianze e movimenti in parte analoghi a quelle dell’ umanoide capace di parlare e camminare alla Casa Bianca, accanto alla First Lady Melania in occasione del recente vertice della Fostering the Future Together Global Coalition che ha proposto di utilizzare i robot dotati di intelligenza artificiale come potenziali educatori “personalizzati” per i bambini americani, da impiegare direttamente nelle loro case. Per superare i timori di elevate perdite umane, il Pentagono potrebbe proporre al presidente Trump di utilizzare una decina, o poco più, di soldati robot per verificare la reattività delle difese dei pasdaran in caso di barco sull’isola di Kharg, hub petrolifero strategico, oppure sui litorali dell’Iran lungo lo stretto Hormuz dove sono posizionate le batterie missilistiche dei guardiani della rivoluzione.

Ancora più utile sarebbe l’impiego dei soldati robot nell’eventuale opzione del blitz nei siti nucleari dell’Iran a Isfahan, Natanz e Fordow, per impossessarsi o distruggere le riserve di uranio arricchito sopravvissute ai bombardamenti dell’estate scorsa. “Un’azione lampo delle forze speciali potrebbe davvero annientare il programma nucleare iraniano?”, si è chiesto il settimanale britannico The Economist. Unanimemente concorde la risposta degli esperti di strategie militari: “Non c’è dubbio che le forze armate di Stati Uniti e Israele siano probabilmente le uniche al mondo in grado di farlo. Ma o lo si fa in modo incredibilmente piccolo e infiltrandosi in modo molto occulto, oppure si agisce su larga scala”.

Ovvero con un raid di almeno tre battaglioni di truppe speciali aviotrasportate con al seguito un centinaio di esperti delle squadre Nuclear Disablement Team e Nbc, per fronteggiare i rischi nucleari, batteriologici e chimici. Rafael Grossi, capo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica delle Nazioni Unite, ha dichiarato a The Economist che l’uranio arricchito superstite si trovava “principalmente” a Isfahan, presumibilmente in tunnel con gli ingressi sigillati da terriccio. Una parte del micidiale uranio arricchito rimane anche a Natanz e Fordow, sepolto però in profondità. Il Comando congiunto americano per le Operazioni Speciali avrebbe già fatto esercitare vari squadroni della Delta Force e del Seal Team Six americani e delle squadre specializzate antinucleari a penetrare in rifugi sotterranei nei pressi di Las Vegas. Reparti speciali accanto ai quali è scattata l’attivazione di tremila paracadutisti dell’82a divisione aviotrasportata, unità d’elite delle forze armate americane.

Anche se gli obiettivi americani e israeliani fossero limitati a Isfahan, non meno rischiosa sarebbe poi la scelta di cosa fare dell’uranio altamente radioattivo eventualmente trovato. Vista l’estrema pericolosità del trasporto l’opzione principale sarebbe quella di farlo esplodere in loco, nei bunker sotterranei. All’interno dei quali potrebbero essere utilizzati i soldati robot in grado di rispondere al fuoco, ma anche dialogare e avviare trattative attraverso sensori e altoparlanti con gli eventuali pasdaran asserragliati nei tunnel e indurli alla resa. Il rischio esterno più grande è rappresentato dai dati e dalle informazioni sulle direttrici d’arrivo, la tempistica e i piani del blitz che Mosca e Pechino potrebbero inoltrare ail’Iran. Un rischio non in grado, si ritiene, di vanificare la capacità d’intervento delle forze Usa e israeliane. Un intervento che si prefigge di conseguire un obiettivo esistenziale, che è fra le principali cause di una guerra e che in tal caso potrebbe considerarsi conclusa.


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