La campagna missilistica iraniana perde intensità mentre i droni kamikaze continuano a rappresentare una minaccia persistente per le difese occidentali. Sullo sfondo si inserisce il coinvolgimento dell’Ucraina, che offre a Washington competenze maturate sul campo nel contrasto ai droni
“Bicefala” è il termine da scegliere se si vuole descrivere con una sola parola la strategia asimmetrica adottata dall’Iran dopo che, dieci giorni fa, il Paese sciita è stato attaccato dalle forze armate di Stati Uniti e Israele. Non disponendo di capacità militari sofisticate come quelle dei propri avversari, Teheran ha deciso di affidarsi quasi esclusivamente ad un arsenale stand-off (termine con cui si indicano munizioni a lunga gittata e con guida di precisione lanciate da una distanza di sicurezza al di fuori della portata delle difese aeree nemiche) basato su due grandi pilastri, ovvero la componente missilistica e quella dei droni kamikaze. Ma nel conflitto che in queste ore infuria in Medio Oriente, le performance e i risultati complessivi di queste due diverse tipologie d’arma sono ben diverse.
La minaccia missilistica di Teheran sembra essersi infatti ridotta gradualmente col passare dei giorni, con dati statunitensi riportati dal Financial Times che parlano di una riduzione di circa il 90% nel volume di fuoco di vettori balistici nei primi quattro giorni dall’inizio del conflitto. Dietro questo crollo non c’è tanto un esaurirsi delle riserve di munizioni da parte iraniana, quanto la conduzione da parte statunitense di una precisa campagna di eliminazione dei lanciatori di missili balistici, assieme agli equipaggi che ne sono responsabili dell’impiego. Buona parte dei missili balistici a disposizione di Teheran sono progettati per decollare soltanto da lanciatori appositamente sviluppati per loro, fattore che rende ancora più critica la sopravvivenza di questi ultimi. Le autorità di Tel Aviv reclamano la distruzione di circa trecento lanciatori iraniani dall’inizio delle ostilità, con la Repubblica Islamica che avrebbe ancora a disposizione un numero compreso tra le cento e le duecento unità.
Completamente diversa la situazione per i cosiddetti droni kamikaze, tecnologie su cui Teheran ha investito molto negli scorsi decenni (come ricordato pochi giorni fa a Formiche.net da Federico Borsari). Molto meno veloci e con un minor potenziale distruttivo rispetto ai più sofisticati missili, i droni sacrificano l’aspetto qualitativo in favore di quello quantitativo, risultando molto più economici e facili da produrre. Permettendo così al regime iraniano di accumulare enormi scorte di queste armi, nascondendole in rifugi disseminati per tutto il Paese. Inoltre, al contrario dei missili, i droni possono essere lanciati con estrema facilità da ogni tipo di terreno o piattaforma. Messe a sistema, queste caratteristiche hanno reso i droni una delle minacce più difficili da gestire per le forze di Washington e dei suoi alleati. Che hanno deciso di rivolgersi a chi, suo malgrado, ha accumulato un’ampissima esperienza nel contrastare questi ordigni.
Parlando con il New York Times, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha reso noto che team di esperti ucraini, accompagnati da scorte di droni intercettori, stanno venendo dispiegati in queste ore a sostegno della difesa delle basi militari statunitensi in Giordania. Una mossa dal sapore profondamente politico. L’obiettivo tutt’altro che nascosto di Kyiv è quello di ribadire il suo status di alleato degli Stati Uniti e dell’Occidente, ponendosi in contrasto con Mosca che invece sembra aver supportato l’apparato militare iraniano fornendogli informazioni di intelligence relative ai bersagli statunitensi da colpire. Quest’ultima novità è stata però bollata come falsa dal Presidente statunitense Donald Trump, che lo scorso giovedì era tornato ad attaccare Zelensky come responsabile dell’impasse diplomatico nel negoziato sul conflitto in Ucraina. Forse nel tentativo di “forzare” il Paese est-europeo a offrire i suoi servizi al proprio apparato militare. In puro stile trumpiano.
















