L’attacco con razzo alla base italiana di Shama riporta al centro la fragilità della missione Unifil e spinge Guido Crosetto a chiedere alle Nazioni Unite una revisione delle regole di ingaggio. Pur senza feriti, l’episodio apre un nodo politico e operativo più ampio per l’Italia, che ora si interroga sulla sicurezza del contingente e sulla sostenibilità di una presenza sempre più esposta in Libano
Un razzo ha colpito il quartier generale del contingente italiano di Unifil nella base di Shama, nel settore ovest del Libano meridionale. L’attacco non ha provocato feriti e ha causato danni limitati, ma ha subito rilanciato la questione politica intorno alla missione. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, si è attivato con i vertici militari per seguire l’evoluzione della situazione e ha portato il caso alle Nazioni Unite, chiedendo di rivedere le regole di ingaggio della missione. Il punto posto da Roma è netto. Se il quadro operativo è cambiato e non ci sono le condizioni per garantire la sicurezza del contingente, la permanenza dei militari italiani non è più così scontata.
Il precedente dei peacekeeper indonesiani
L’attacco a Shama arriva dopo un passaggio ancora più grave, la morte di tre soldati indonesiani di Unifil nel fuoco incrociato tra esercito israeliano e Hezbollah. Quel precedente ha segnato uno scatto di allarme dentro e fuori il Consiglio di sicurezza. Italia e Francia hanno espresso una forte preoccupazione per il deterioramento della sicurezza e per i rischi crescenti a cui sono esposti i caschi blu. Nello stesso quadro si collocano anche altri episodi che hanno coinvolto i contingenti dispiegati lungo la Linea Blu, mentre il volume dei lanci e delle operazioni militari ha ridotto gli spazi effettivi di manovra della missione.
Il limite del mandato attuale
La questione centrale è qui. Unifil è una missione di peacekeeping, non di peace enforcing. Opera con consenso delle parti, imparzialità e uso limitato della forza. I caschi blu possono intervenire per legittima difesa, per proteggere personale e strutture Onu, garantire la libertà di movimento e contribuire alla protezione dei civili sotto minaccia imminente, ma dentro un perimetro ristretto e nei limiti dei mezzi disponibili. In un contesto segnato da fuoco incrociato, lanci continui di razzi e pressione militare crescente, questa cornice appare sempre più stretta rispetto ai rischi sul terreno.
Il nodo della missione
Il razzo contro la base italiana non è soltanto un incidente. Porta allo scoperto il divario tra la funzione assegnata a Unifil e l’ambiente in cui la missione è chiamata a operare. Per l’Italia, che guida la missione, il problema riguarda insieme sicurezza del personale, credibilità del mandato e utilità concreta della presenza sul terreno. Non si discute solo di una base colpita, ma della sostenibilità politica e operativa di una missione che continua a essere considerata strategica, mentre le condizioni per svolgerla si fanno ogni giorno più fragili.
















