Da questo mese di aprile le carenze inizieranno a manifestarsi sensibilmente e c’è il rischio di una impennata dei prezzi in tutto il mondo per accaparrarsi petrolio, innescando una pericolosa rincorsa difficilmente sostenibile. Di fronte a questo gioco al massacro economico il silenzio dell’Unione europea è preoccupante e non pare intravedersi una strategia di reazione. Il commento di Riccardo Pedrizzi
L’Italia, con il ministro all’Economia e Giancarlo Giorgetti, ha chiesto insieme a Germania, Spagna, Austria e Portogallo con i rispettivi ministri, una tassa europea sugli extraprofitti delle imprese energetiche. Meglio tardi che mai. Lo avevamo sostenuto fin dallo scoppio della guerra Russo-Ucraina. Sarebbe bastato, infatti, essere stati attenti e guardare i bilanci delle varie aziende che operano nel settore, per rendersi conto che mentre aumentavano vertiginosamente le bollette della luce e del gas per le famiglie, creando loro difficoltà a pagarle, e per le aziende energivore che facevano difficoltà a restare sul mercato, con benzina e gasolio che continuavano ad essere care alla pompa, facendo lievitare i costi di tutte le merci trasportate su gomma, i profitti di questi colossi continuavano a salire.
A firmare questa lettera inviata al commissario Ue all’Economia Wopke Hoekstra, ci sono, oltre al ministro dell’Economia italiano, gli omologhi Lars Klingbeil (Germania), Carlos Cuerpo (Spagna), Joaquin Miranda Sarmento (Portogallo) e Markus Marterbuer (Austria). I cinque ministri hanno chiesto un intervento “per tassare gli extraprofitti delle imprese energetiche” a livello Ue. E scrivono che “una soluzione europea rappresenterebbe un segnale per i cittadini dei nostri Stati membri e per l’economia nel suo complesso, dimostrando che siamo uniti e in grado di agire”. Si tratterebbe cioè di “un messaggio chiaro: coloro che traggono profitto dalle conseguenze della guerra devono fare la loro parte per alleviare il peso sulla collettività” per “finanziare misure temporanee di sostegno, in particolare per i consumatori, e contenere l’aumento dell’inflazione, senza gravare ulteriormente sui bilanci pubblici”.
Introducendo questa tassa si darebbe, insomma, “un segnale ai cittadini dei nostri Stati membri e all’economia in generale, dimostrando la nostra unità e la nostra capacità di agire”. Bruxelles però resta cauta sui tempi e si attarda a valutare la situazione. Eppure i tempi, soprattutto per l’Italia, sono stretti. Perché il prossimo 1° maggio scadrà anche lo sconto bis sulle accise deciso dal governo Meloni. L’Europa dovrà affrettarsi perciò ad individuare e “sviluppare rapidamente” le modalità di intervento e stabilire “se e come i profitti esteri delle compagnie petrolifere multinazionali possano essere inclusi in modo più mirato”.
Naturalmente i diretti interessati hanno subito protestato, esprimendo sorpresa e sconcerto per l’iniziativa “di tassare eventuali extraprofitti delle società energetiche”. Secondo le aziende petrolifere sarebbe stato, invece, “necessario evitare ulteriori elementi di instabilità in un settore che si sta impegnando per garantire la sicurezza degli approvvigionamenti”. Nel frattempo Bruxelles prende tempo e fa sapere che la Commissione sta lavorando “a stretto contatto con gli Stati membri su possibili misure politiche mirate in risposta all’attuale crisi energetica”, facendo però presente che “è importante tenere conto degli insegnamenti” del passato, allorquando fu introdotto un contributo temporaneo di solidarietà sugli extraprofitti che non ebbe i risultati auspicati.
Il problema è che da questo mese di aprile le carenze inizieranno a manifestarsi sensibilmente e c’è il rischio di una impennata dei prezzi in tutto il mondo per accaparrarsi petrolio, innescando una pericolosa rincorsa difficilmente sostenibile. Di fronte a questo gioco al massacro economico il silenzio dell’Unione europea è preoccupante e non pare intravedersi una strategia di reazione. C’è da dire, oltretutto, che anche la soluzione della tassazione degli extraprofitti risulta essere una misura di emergenza che non risolverà a monte il problema energetico del nostro Paese, che con il nostro governo, proprio per questo chiede di rivedere giustamente la struttura del mercato elettrico che fa dipendere il prezzo dell’elettricità da quello del gas.
La proposta italiana è quella di intervenire sull’Ets, Emission Trading System è il principale meccanismo europeo cap and trade per ridurre le emissioni di gas serra e che fissa un tetto massimo (cap) di CO2 emettibile da industrie e centrali, obbligandole a possedere quote per ogni tonnellata emessa. Le aziende possono comprare o scambiare queste quote, incentivando la riduzione delle emissioni, il cui costo incide sulla produzione termoelettrica, oltre che sull’industria. Per questo da più parti viene chiesto di “separare il prezzo dell’elettricità da quello del gas”, procedendo sulla strada della neutralità tecnologica e cercando di affrontare la questione energetica in modo strutturale per essere pronti a utilizzare una pluralità di fonti energetiche.
E non a caso Giulio Sapelli, il professore emerito di storia economica alla statale di Milano, continua a ripetere che: “Bisogna smettere di continuare a farsi male da soli, ormai si possono estrarre gas e petrolio in condizioni ottimali di sicurezza in Europa. Per quanto riguarda l’Italia, abbiamo l’Adriatico ricco di giacimenti e dobbiamo cominciare a usarlo. Questo in attesa che si costruiscano nuove centrali nucleari”.
















