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Parole di guerra e guerra delle parole. Il discorso come dominio di conflitto e legittimazione del potere

Di Sara Marchetti e Rachele Rigali

Al Dipartimento di Scienze Politiche di Sapienza Università di Roma si è discusso di minacce ibride e delle modalità di contrasto in Italia ed Europa in occasione della pubblicazione sul tema di un Geopolitical Brief del Centro Studi Geopolitica.info, con Flavia Giacobbe, Alessandro Sterpa, Beniamino Irdi e Teresa Coratella. Nel corso dell’incontro è emersa la necessità di ripensare il concetto di sicurezza in funzione del moltiplicarsi di azioni ostili, coordinate e sottosoglia, da parte delle potenze autoritarie ostili al mondo occidentale

Negli ultimi anni, insieme all’inasprimento delle ostilità e al moltiplicarsi degli scenari di guerra nel mondo, la narrazione mediatica sui conflitti è dominata dalla locuzione “guerra ibrida”. Ma perché parliamo oggi di “guerra ibrida”? Questa locuzione non sta semplicemente ad indicare uno scenario di guerra diverso dal passato ma è un termine strategico, usato dai governi spesso per giustificare determinate scelte, per ridefinire la sicurezza nazionale e guidare le percezioni della popolazione.

Il linguaggio non è un mezzo neutrale di descrizione della realtà, bensì un dispositivo cognitivo che definisce le situazioni all’interno di specifici frame interpretativi. Oggi l’informazione diventa ancora più diffusa e capillare, e questo porta cambiamenti non solo su come si “comunica” una guerra ma come la si “definisce”. Oggi le guerre tradizionali sono state sostituite da “guerra ibride”, conflitti nella “zona grigia”. È certamente cambiato il modo di condurre le guerre: ai mezzi tradizionali si affiancano mezzi non convenzionali, come disinformazione e propaganda, attacchi a infrastrutture e data center, sostegno ad attacchi terroristici, eccetera.

Tuttavia, dietro questa locuzione sembrano celarsi delle scelte politiche ben precise. Stiamo assistendo ad un riarmo europeo: dai primi aiuti all’Ucraina, al piano Readiness 2030, la spesa per la difesa negli ultimi 3 anni è cresciuta del 31%, ed è destinata a crescere ancora. La prima questione su cui riflettere circa un progetto di questo tipo è capire come inserirlo all’interno “dell’agenda” europea per l’opinione pubblica. Fondamentale in questo senso è il “framing”: una situazione diventa un “questione sociale” quando le informazioni in merito sono presentate in modo tale da condurre la società a pensare la situazione come importante e meritevole di attenzione.

La stabilizzazione del frame di “minaccia ibrida permanente” ha destato ambiguità terminologiche, ma la guerra ibrida si inserisce in un quadro concettuale condiviso che permette alle istituzioni di elaborare risposte politiche o giustificare investimenti in difesa e cyber-sicurezza. Il concetto di “guerra ibrida” è stato oggetto di svariate critiche accademiche per la sua ambiguità semantica e indeterminatezza definitoria, il che ha portato a inglobare fenomeni fra loro eterogenei sotto un’unica etichetta analitica: si arriva a un concetto-ombrello privo di confini analitici chiari. Ne deriva una scarsa trasparenza nella determinazione di inizio e fine del conflitto, che produce pressione costante sulla società, instaurando una continuità permanente tra pace e guerra. Ma la “guerra ibrida” non è una mera categoria descrittiva, ma una cornice normativa che orienta priorità politiche e allocazione di risorse. La stessa mancanza di una definizione univoca non costituisce un problema terminologico, bensì incide sulla costruzione della minaccia, ampliando il perimetro dell’intervento statale verso una securitizzazione permanente.

C’è una riorganizzazione cognitiva del fenomeno “minaccia”: azioni definite “ibride” acquisiscono una nuova rilevanza strategica che prescinde dal linguaggio tecnico-militare. Dunque, il frame determina il grado di urgenza percepita. Le conseguenze di un conflitto continuo e diffuso si riflettono nelle policy adottate: incremento delle risorse destinate a difesa, Intelligence, cyber-sicurezza e sicurezza informativa, avvertite come requisiti strutturali e non come scelta politica.

La normalizzazione di una narrativa di “conflitto permanente” rischia di comprimere gli spazi democratici, mantenendo la società in uno stato di allerta costante e legittimando misure eccezionali. Allo stesso tempo essa offre l’opportunità di ripensare le strategie di sicurezza, integrando capacità convenzionali e non convenzionali in maniera più flessibile e proattiva. Si delinea così un quadro internazionale in cui la sovrapposizione tra dinamiche belliche e condizioni di normalità non appare più contingente, ma tende a configurarsi come una trasformazione strutturale dell’ordine globale.

Geopolitical Brief del Centro Studi Geopolitica.info


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