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L’ira funesta di Trump e il rischio della deflagrazione della guerra

Fra la richiesta al Congresso di aumentare le spese per la Difesa di 1,5 trilioni di dollari, licenziamenti di ministri e generali, la Casa Bianca è sempre più impelagata nella guerra all’Iran con risvolti che cominciano ad allarmare l’Amministrazione. L’analisi di Gianfranco D’Anna

A Washington il deep state trattiene il fiato. I vertici dei settori strategici dell’intelligence, della difesa e dell’economia sono preoccupati per gli scatti d’ira del presidente Trump. Il giorno peggiore dell’abbattimento di due aerei e dei sondaggi in picchiata che annunciano la debacle delle elezioni di midterm, rischia di essere seguito dalle furibonde reazioni del tycoon, scrivono tutti i media statunitensi.

La rabbia per il colpo di coda del regime degli ayatollah e la paura che l’America gli volti per sempre le spalle, possono indurre the Donald a tentare di capovolgere la situazione e recuperare consensi, ordinando uno sbarco di marines e truppe speciali lungo le coste iraniane dello stretto di Hormuz per neutralizzare i lanci di missili dei pasdaran contro le petroliere. Oppure a dare il via al rischiosissimo piano del blitz per impadronirsi dell’uranio arricchito. Ancora peggio, c’è chi paventa anche l’utilizzo di micro cariche nucleari tattiche per sterilizzare definitivamente i siti atomici della repubblica islamica.
A determinare l’eventuale deflagrazione della guerra all’Iran é, da una parte, il repentino potenziamento, col concorso di Russia e Cina, della contraerea iraniana che dopo 35 giorni di attacchi ha abbattuto due aerei americani e colpito un elicottero, e dall’altra la constatazione che senza uno scontro diretto con i pasdaran il conflitto si trasforma in una trappola infernale.

Dopo una infinita serie di roboanti proclami di vittoria e di resa imposta all’Iran, Trump non può permettersi altre perdite, né di aerei né soprattutto di soldati, anche se zelanti funzionari della Casa Bianca gli avrebbero già predisposto una sorta di macabro alibi col numero degli aerei americani, 28, abbattuti durante la guerra del Golfo del 1991 e dei 16 piloti all’epoca fatti prigionieri dagli iracheni. Cifre improponibili vista la schiacciante superiorità aerea e tecnologica più volte vantate da Trump. Il primo bilancio reso noto dal Pentagono comprende 13 militari statunitensi deceduti e 365 feriti in combattimento. Dai tempi del Vietnam, Afghanistan ed Iraq, l’incubo dell’America é l’effetto black body bag, il momento in cui caduti in guerra cominciano a far ritorno a casa nei sacchi neri.

Alla Casa Bianca sembrano tornati i giorni del Vietnam, col j’accuse televisivo del famoso anchorman della Cbs Walter Cronkite, che senza giri di parole disse: “questa guerra non può essere vinta”. Affermazione che fece subito dire all’allora presidente Lyndon Johnson: “se ho perso Cronkite, ho perso l’America”. Ed infatti si ritirò dalla politica senza ricandidarsi. “Chi ti fa arrabbiare ti vince, l’azione nata dalla rabbia é destinata a fallire”, ripetono in queste ore a Trump i consiglieri ed i vertici del Pentagono e dell’intelligence, secondo i quali l’Iran sta riparando velocemente i bunker missilistici danneggiati dai bombardamenti e mantiene la capacità di utilizzare il proprio arsenale di droni, missili balistici e lanciatori per colpire Israele e altri Paesi della regione.

“Questo dimostra inequivocabilmente che l’Iran può vincere anche senza vincere”, ha spiegato sul Wall Street Journal Alan Eyre, ex esperto del Dipartimento di Stato e membro del Middle East Institute. “Questa brillante guerra iniziata senza strategia potrebbe rapidamente sfuggire di mano, anche con la netta superiorità militare americana”, ha aggiunto sempre sul WSJ William Wechsler, ex funzionario del Dipartimento della Difesa e responsabile dei programmi per il Medio Oriente presso il think tank Atlantic Council. Commenti che Trump non legge e non vuole sentire, intento a rimuginare rivincite e ritorni sulla cresta dell’onda del successo. Un’ impeto fanatico paradossalmente uguale e contrario alla capacità di resistenza degli ayatollah, perché rispettivamente incentrato sulla pelle degli americani e degli iraniani.


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