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Il cambio governo dell’Ungheria coinvolge tutta l’Europa. Ecco perché secondo D’Anna

Evidente e consequenziale, l’impatto continentale delle elezioni ungheresi modifica profondamente gli assetti comunitari, gli stessi equilibri interni in vari Paesi e i rapporti internazionali dell’Unione. Ma la rivoluzione più profonda è quella che sta per essere attuata a Budapest. L’analisi di Gianfranco D’Anna

In Europa è davvero cambiato il vento. In Ungheria ha vinto la speranza sull’odio e l’Inno alla Gioia di Beethoven ha cancellato il lugubre requiem sovranista.

La schiacciante vittoria di Peter Magyar sul filo putiniano e ultra trumpiano Viktor Orban rappresenta la conferma che per i sovranisti europei è tramontata l’epoca dell’ondata reazionaria e che dopo le battute d’arresto di Parigi e la valanga di No referendari in Italia, i principi democratici sono tornati a fare battere i cuori dei cittadini.

Dopo 16 anni di regime post fascista in salsa ungherese, la sconfitta di Orban è a dir poco mortificante. Il partito dell’ormai ex opposizione, Tisza, ha infatti conquistato i due terzi del Parlamento di Budapest e ha così i numeri per apportare modifiche alla costituzione ed abolire o invertire totalmente le pseudo riforme varate da Orban.

Almeno 138 su 199 i seggi assegnati a Tisza e solo 54 quelli ottenuti dal partito dell’ex Premier, mentre 7 seggi sono andati all’estrema destra. Come per il referendum costituzionale italiano, il fattore decisivo per questo risultato é stata l’affluenza record che per le elezioni ungheresi ha sfiorato l’80%.

Anche se prevista abbondantemente dai sondaggi l’uscita di scena di Viktor Orban risulta tanto clamorosa quanto brutale anche alla luce dei tentativi di sostenerlo compiuti platealmente dai numerosi alleati internazionali dell’ex premier, in particolare Putin, Trump, Marine Le Pen, Netanyahu e il vice Premier italiano Matteo Salvini, prodigatisi in endorsement e aiuti sottobanco in suo aiuto.

Clamoroso, oltre che indecoroso, l’ultimo sostegno in ordine di tempo è stato quello del vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance precipitatosi a Budapest alla vigilia del voto.

“Il risultato delle elezioni é chiaro e doloroso”. Ha ammesso mestamente Orban che ha annunciato di essersi congratulato con il vincitore, quel Péter Magyar che fino a pochi anni addietro è stato l’ex braccio destro del premier sconfitto.

Avvocato conservatore, 45 anni, dopo una lunga militanza nel partito governativo lo ha abbandonato in seguito ad uno scandalo politico che coinvolgeva diversi membri del governo.

Con il suo carisma, Magyar si è rivolto agli ungheresi parlando loro della “corruzione” del sistema, dell’economia stagnante e dei servizi inefficienti: messaggi che hanno fatto breccia nell’elettorato ungherese tradizionalmente conservatore, ma che hanno attratto anche consensi dai giovani preoccupati della deriva sempre più autoritaria che il Paese stava prendendo.

La vittoria di Magyar era fortemente auspicata dall’Unione Europea. Pur essendo improbabile una completa inversione di rotta politica, viste le analoghe posizioni nazionaliste, Bruxelles si aspetta da Magyar un atteggiamento più conciliante con l’Unione Europea e, rispetto ai continui veti di Orban, ed in netto contrasto con le politiche di fiancheggiamento ostruzionistico a favore di Putin dell’ex premier magiaro.

Una prima possibile apertura di Magyar potrebbe essere lo sblocco del fondo europeo da 90 miliardi a sostegno dell’Ucraina. “Stasera in Ungheria il cuore dell’Europa batte più forte”, ha affermato non a caso la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen.

L’ottimismo è incoraggiato dalle prime dichiarazioni di Magyar che prefigurano un netto cambio di politica rispetto a Bruxelles. “L’Ungheria sarà di nuovo un alleato forte nella Ue e nella Nato”, ha esordito infatti il vincitore delle elezioni, rivolto alla folla in delirio dei suoi sostenitori nella piazza di Budapest. Folla che ha significativamente ritmato “Ruszkik haza”, ovvero “russi andate a casa”, lo slogan della rivolta ungherese del 1956, soffocata nel sangue dai carri armati sovietici.

“Con questo voto gli ungheresi hanno detto sì all’Europa” – ha aggiunto Magyar – “ Domani inizia il processo di “guarigione del Paese”. Il futuro premier ha diffidato Viktor Orbán a non intraprendere alcuna azione da qui alla fine del suo mandato che possa ostacolare il lavoro del nuovo governo, e ha sottolineato testualmente che “i burattini del governo Orbán devono essere rimossi e che le istituzioni statali devono cambiare”.

Il riferimento tutt’altro che diplomatico riguarda il Presidente della Repubblica Ungherese, Tamas Sulyok, platealmente invitato da Péter Magyar a nominare il nuovo governo e poi a lasciare subito l’incarico, estendendo l’appello alle dimissioni anche ai vertici di diverse istituzioni, citando tra gli altri il Presidente della Corte costituzionale, il Presidente dell’Ufficio giudiziario nazionale, il presidente dell’Ufficio di revisione dei conti dello Stato, il Presidente dell’Autorità garante della concorrenza ed il capo dell’Autorità per i media. Magyar ha quindi annunciato che il nuovo esecutivo intende “ripristinare il sistema di controlli ed equilibri” e ha aggiunto che l’Ungheria aderirà alla Procura europea. Un cataclisma politico che seppellisce l’era Orban.


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