Skip to main content

Pilastro europeo della Nato, l’Italia sia in prima linea. L’opinione di Serino

Di Pietro Serino

Il progetto di rafforzamento del pilastro europeo della Nato rivelato dal Wall Street Journal segna un passaggio cruciale nella ridefinizione degli equilibri transatlantici. La Germania, in particolare, si sta ritagliando un ruolo sempre maggiore e anche in questa ottica è necessario che l’Italia sia in prima linea per essere protagonista del futuro dell’Alleanza. La riflessione del generale Pietro Serino, già capo di Stato maggiore dell’Esercito

Alcuni giorni fa, il Wall Street Journal ha reso noto che la Germania, unitamente a Francia, Regno Unito e Polonia, starebbero dando vita ad un progetto per aumentare, all’interno della Nato, il ruolo degli Alleati europei. Si tratterebbe, in sintesi, di attrezzarsi per compensare un minore contributo statunitense alla difesa dell’Europa per qualunque motivo esso avvenisse, scelta politica o necessità operative. Di fatto, l’intenzione è dare corpo al più volte menzionato Pilastro europeo della Nato.

Il progetto, che sempre secondo il Wsj, starebbe raccogliendo consensi anche nei Paesi dell’area Baltica e Scandinava, punta a costruire maggiori capacità europee nei settori C3Isr (Comando, Controllo e Comunicazioni, Intelligence e Sorveglianza), logistica, difesa aerea integrata, produzione e tecnologie militari.

Il ruolo guida che la Germania si starebbe ritagliando nella costruzione di un efficace pilastro europeo Nato è un fatto di particolare importanza se si considera che i suoi governi sono sempre stati timidi su questo aspetto, per timore di provocare attrito con gli Stati Uniti. Inoltre, non può sottacersi lo straordinario impegno economico e organizzativo che la Germania ha messo in campo per potenziare il proprio strumento militare. Entrando nel merito di cosa c’è da fare, si individuano tre settori tra loro interdipendenti: capacità militari, produzione industriale e tecnologie innovative.

La modalità per lo sviluppo di capacità militari coordinate è ben nota nella Nato ed è inserita all’interno di un processo ciclico quadriennale, denominato Defence Planning Process. Il Dpp prende il via da un indirizzo politico approvato dai capi di Stato e di governo alleati ed è poi tradotto in capacità militari. A loro volta, queste sono ripartite in obiettivi di sviluppo capacitivo che l’Alleanza contratta con ciascuno dei 32 Stati membri, originando degli obiettivi nazionali (National Capability Targets). Inoltre, all’interno del processo sono inseriti dei meccanismi per garantire l’interoperabilità e favorire la cooperazione tra le singole nazioni. La costituzione di un Gruppo di pianificazione europeo (Epg) consentirebbe ai “volenterosi” che vi aderissero, di presentarsi insieme nel discutere con il Quartier Generale della Nato i Capability Targets, potendo così garantire un maggior grado di cooperazione e favorendo lo sviluppo di capacità che i singoli Stati, da soli, non sarebbero in grado di sviluppare e sostenere.

Ovviamente, lo sviluppo capacitivo comune implica il dover affrontare gli altri due settori: la produzione industriale e la ricerca tecnologica. Questi ricadono tra le competenze dell’Unione Europea, che in materia ha lanciato due iniziative: il Security Action for Europe (Safe), per l’acquisto di sistemi d’arma, e lo European Defence Fund (Edf), per le attività di ricerca tecnologica e di sviluppo di prototipi (R&D). Il Safe, consente l’erogazione di 150 miliardi di euro nel periodo 2026-30, in forma di debito comune europeo, e finanzia programmi che abbiano un ritorno economico per l’Europa pari ad almeno il 65% e che interessino almeno due Stati membri. Al fondo Safe hanno già aderito 18 dei 27 Stati dell’Unione, con richieste approvate per circa 130 mld. €, di cui 14,9 per l’Italia. Il nodo principale del Safe, con riferimento alla costruzione del Pilastro europeo della Nato, è l’accesso del Regno Unito e della sua industria militare, che vede in Bae Systems il più grande gruppo europeo su scala mondiale, senza parlare delle Forze armate britanniche e della loro capacità nucleare. È fortemente auspicabile che l’Unione europea e il Regno Unito trovino, già nel 2026, un accordo in tal senso. Nella Nato, il Regno Unito è il principale esponente europeo e occupa con un proprio generale/ammiraglio la carica di Vice Comandante Operativo dell’Alleanza sin dagli inizi. Va da sé che, qualora il Safe venga rifinanziato, cosa auspicabile visto il successo dell’iniziativa, i requisiti per accedervi debbano diventare più sfidanti, sia come percentuale di lavoro (75%?) che come numero di Paesi partecipanti ad ogni singolo progetto (non meno di cinque); bisognerà farlo se realmente si punta ad una Nato europea.

L’ultimo aspetto, inerente alla tecnologia, è quello dove l’Europa è più indietro, pur essendo dei tre il più importante. Oggi, la sovranità risiede principalmente nella capacità di innovare tecnologicamente e di mettere rapidamente in campo quanto ideato. L’Edf è inefficace sia perché lascia l’iniziativa ai Paesi membri, cioè non guida la,ricerca ma si limita a finanziarla, sia per le risorse irrisorie che mette in campo. Nel 2026 il budget di Edf è pari a 1,07 miliardi di euro, di cui un terzo destinato alla ricerca e la restante parte allo sviluppo di prototipi, laddove la Darpa (il Defense Advanced Reaserch Projects Agency) del US Department of Defense ha un budget di 4,9 mld. $ per la sola ricerca tecnologica, cioè almeno 10 volte di più. Con queste cifre e questo approccio, recuperare il gap di tecnologia e ridurre la dipendenza europea dal Made in Usa nel campo della Difesa diventa una missione impossibile. Quello che ci vorrebbe è una Darpa europea, con un budget di alcuni miliardi l’anno, che indirizzi effettivamente la ricerca tecnogica militare nel Continente e mantenga nelle proprie disponibilità i risultati della stessa, anche avvalendosi del sistema di Brevetto Unitario europeo in vigore dal 2023.

Quindi, ricapitolando, molto bene all’iniziativa rivelataci dal Wsj; è quello che serve all’Europa per affrontare i difficili tempi che stiamo vivendo e che vivremo. Per dargli maggiore efficacia, è auspicabile costituire da subito, con chi ci sta, un Epg per il coordinamento delle capacità operative ed avviare la costituzione di una Darpa europea per dare impulso alla ricerca tecnologica. Infine, pensare ad un nuovo Safe che includa il Regno Unito e che preveda requisiti di accesso più stringenti.

In tutto questo una speranza: che il governo italiano annunci quanto prima che l’iniziativa di dare vita al Pilastro europeo della Nato non lo vede solo favorevole, ma parte attiva e propositiva della sua implementazione.

Non è  più tempo di mezze misure.


×

Iscriviti alla newsletter