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Tra competitività e circolarità. Come va l’industria italiana della plastica

L’ Italia è il Paese europeo con il più alto numero di aziende nella filiera della plastica, il 16% del totale. A livello occupazionale, con circa 164 mila occupati, si posiziona al secondo posto con il 10,6% del totale europeo. Sono alcuni numeri contenuti nel rapporto strategico “L’industria della plastica in Italia”, realizzato da Teha group

Il settore della plastica in Italia rappresenta un comparto strategico all’interno del sistema produttivo nazionale. Contribuisce per quasi il 5% al settore manufatturiero italiano con un fatturato di 58,4 miliardi di euro nel 2023. Nell’Unione europea dei 27 si colloca al secondo posto dietro la Germania per valore generato ed è il primo Paese per crescita del fatturato in valori assoluti (+11,6 miliardi di euro) e secondo in termini percentuali tra le quattro principali economie europee (+25%).

Inoltre, l’ Italia è il Paese europeo con il più alto numero di aziende nella filiera della plastica, il 16% del totale. A livello occupazionale, con circa 164 mila occupati, si posiziona al secondo posto con il 10,6% del totale europeo. Sono alcuni numeri contenuti nel Rapporto strategico “L’industria della plastica in Italia”, realizzato da Teha group con la collaborazione dei principali attori della filiera e presentato a Roma nei giorni scorsi. L’iniziativa, si legge in una nota, intende offrire un qualificato momento di dialogo sul futuro del settore delle materie plastiche, sul suo ruolo nel sistema produttivo nazionale ed europeo, e sulle azioni necessarie a favorire un nuovo equilibrio tra sviluppo industriale e sostenibilità.

Cinque i messaggi chiave proposti dallo studio: il ruolo economico-occupazionale dell’industria della plastica nel Paese e le principali dinamiche del settore. Lo tsunami normativo sulla plastica e le opportunità legate al rinnovato contesto di policy europeo, le leve tecnologiche e industriali per sostenere la competitività e circolarità della filiera italiana della plastica, le proposte di policy per sostenere il settore, gli scenari what-if di sviluppo della filiera della plastica in Italia. “In un contesto europeo in rapida evoluzione, caratterizzato da una crescente spinta normativa verso la sostenibilità e da dinamiche di mercato sempre più sfidanti, lo studio cerca di identificare chiaramente le strategie e le azioni chiave necessarie per migliorare la competitività e la circolarità della catena del valore nazionale della plastica”.

Negli ultimi anni la legislazione europea ha avuto un’accelerazione costante che ha avuto ripercussioni in tutti i settori industriali. Dagli impegni previsti dal Green Deal per la neutralità climatica al 2050 alle norme su finanza e rendicontazione sostenibile fino ai regolamenti su specifici settori industriali. Un contesto legislativo che, dal Rapporto Draghi sulla competitività, ha indirizzato l’azione della Commissione su un percorso che tende a colmare il divario di innovazione, a rafforzare la competitività “raggiungendo gli obiettivi di decarbonizzazione e a garantire la sicurezza e la resilienza delle industrie europee”.

In Italia, nel 2022, la produzione di rifiuti plastici è stata di quasi 4 milioni di tonnellate. Le proiezioni al 2040, secondo il rapporto, indicano un aumento pari a 6,84 milioni di tonnellate. La filiera del riciclo potrà recuperare una quantità compresa tra i 3 milioni e mezzo e i 4 milioni e mezzo di tonnellate. Si stima inoltre che “tra il 35% e il 45% della plastica trasformata in prodotto finito proverrà da materiali riciclati all’interno della filiera nazionale del riciclo”. Tuttavia, avverte lo studio, il raggiungimento degli obiettivi di circolarità deve tener conto di alcune variabili economiche legate soprattutto all’elevato costo dell’energia e all’impatto del sistema europeo dell’Emissions trading.

“La competitività dell’industria della plastica, settore strategico e di primaria rilevanza per l’economia italiana, è legata alla trasformazione verso un modello sostenibile che abbia la circolarità come leva di sviluppo. L’innovazione tecnologica costituisce un impulso fondamentale per accompagnare il settore verso una transizione efficace, assieme a politiche industriali che rafforzino il comparto, in particolare verso la trasformazione in ottica circolare e la chimica da materie prime rinnovabili”, ha dichiarato Franco Meropiali, presidente di PlasticEurope – Federchimica.

Il rapporto individua alcune linee d’azione per il raggiungimento di uno scenario funzionale alla trasformazione già in atto. Riguardano: la definizione di una strategia nazionale della plastica, che contempli anche la semplificazione degli iter autorizzativi per gli impianti circolari; lo sviluppo del mercato delle materie prime seconde e delle plastiche da biomasse; l’istituzione di un Fondo nazionale per la transizione circolare della plastica; riforma ed estensione del sistema Epr (Responsabilità Estesa del Produttore); definizione dei criteri End-of-Waste.

“I dati presentati confermano il ruolo strategico dell’Italia nella filiera europea della plastica e dell’economia circolare. La crescita registrata negli ultimi anni, trainata dalla trasformazione e dal recupero, evidenzia la capacità del sistema industriale di evolvere verso modelli più sostenibili. Allo stesso tempo, questa filiera risente in modo significativo del contesto geopolitico internazionale che incide su costi, approvvigionamenti e competitività. Ed è quindi fondamentale garantire, a livello europeo, condizioni di mercato eque, rafforzando i controlli alle dogane e contrastando la concorrenza sleale dei Paesi extra-Ue”, ha ricordato Laura D’Aprile, Capo dipartimento sviluppo sostenibile del Ministero dell’Ambiente.

Nello scenario più favorevole, ipotizzato dal rapporto, l’industria della plastica potrebbe generare ulteriori 3 miliardi di euro di valore aggiunto e 30 mila nuovi posti di lavoro. Se si considera, poi, l’impatto sull’indotto, il valore aggiunto potrebbe aumentare di quasi 10 miliardi di euro con oltre 83 mila posti di lavoro. Al contrario, l’assenza di interventi comporterebbe una perdita di circa 4,7 miliardi di euro di valore aggiunto e 55 mila posti di lavoro. “L’Europa deve tornare a fare politiche industriali con una visione di sistema. Oggi ci sono norme europee sull’economia circolare in contraddizione tra loro come la direttiva sulle plastiche monouso e il regolamento imballaggi. L’auspicio è che l’Unione Europea torni ad occuparsi dell’economia reale rendendo gli obiettivi di sostenibilità e circolarità un volano di innovazione, competitività e resilienza”, ha sottolineato Marco Ravazzolo, direttore area politiche ambiente di Confindustria.

Il nuovo conflitto in Medio Oriente e il blocco dello stretto di Hormuz con il conseguente aumento dei prezzi del petrolio potrebbe avere ricadute negative anche sui costi della plastica. Nel 2024 l’import italiano di plastica ha superato i 22 miliardi di euro. L’Italia, inoltre, è tra i principali Paesi per consumo di plastica in Europa, soprattutto per quanto riguarda gli imballaggi. Secondo i dati Eurostat, il nostro Paese ha una produzione di rifiuti di imballaggio in plastica pari a 39 chili per abitante contro una media europea di 35 chili. Di contro la filiera della plastica nazionale mostra una spiccata propensione all’export che nel 2024 hanno raggiunto i 25 miliardi di euro, oltre il 4% del totale manufatturieri esportato.

“Quella della plastica è una filiera strategica del nostro sistema produttivo e va difesa con forza”, ha ribadito Alberto Gusmeroli, presidente della Commissione Attività produttive della Camera dei Deputati. “Parliamo di un comparto che genera ricchezza, lavoro, innovazione e che oggi si trova a misurarsi con costi energetici troppo elevati, concorrenza internazionale spesso sleale. La transizione verso modelli più sostenibili è una sfida necessaria, ma deve essere governata con gradualità e concretezza. La politica ha il dovere di stare dalla parte di chi investe, innova e crea occupazione”.


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