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Cosa insegna Hormuz sul nuovo fronte sottomarino

Dal Nord Stream a Hormuz, il dominio sottomarino riveste ormai una sempre maggiore rilevanza tattica e strategica all’interno dei conflitti contemporanei. Il teatro operativo subacqueo, un tempo popolato unicamente dai sottomarini, si fa sempre più affollato. A questa moltiplicazione delle minacce non è ancora seguita un’evoluzione delle tecnologie di prevenzione e contrasto, ma, con le infrastrutture critiche sempre più bersaglio di attacchi, il tempo stringe

Trentatré chilometri. Tanto misura nel suo punto più angusto lo Stretto di Hormuz, il passaggio attraverso cui transita(va) ogni giorno circa un quinto della produzione mondiale di petrolio e una quota analoga del commercio globale di gas naturale liquefatto. Il blocco di questo collo di bottiglia critico per i corridoi energetici globali ha nuovamente catalizzato l’attenzione di analisti e addetti ai lavori sull’importanza dei collegamenti marittimi. Ma il mare, per quanto superfluo sia ribadirlo, non si limita alla superficie. Funzionari americani hanno riferito che, proprio nello Stretto di Hormuz, sono attualmente presenti almeno una dozzina di mine sottomarine iraniane, probabilmente del tipo magnetico Maham 3 e Maham 7. Allo stesso tempo, è sui fondali marini che si trovano cavi internet, gasdotti e oleodotti, vere e proprie arterie vitali per il funzionamento del sistema internazionale globalizzato. Si tratta di uno scenario operativo che finora (vale a dire in tempi di pace) aveva avuto una rilevanza marginale, ma ora la musica è cambiata, e tanto gli Stati quanto i privati stanno correndo ai ripari. 

La nuova dimensione della guerra sottomarina

Tra gli elementi ricorrenti in questi anni di conflitti, dall’Ucraina al Golfo, c’è l’indubbia rilevanza delle infrastrutture critiche sottomarine come bersagli strategici. Parliamo, ad esempio, di oltre 1,4 milioni di chilometri di cavi sottomarini, che trasportano circa il 98% delle telecomunicazioni digitali globali, incluse le transazioni finanziarie. Di conseguenza, il loro monitoraggio e lo sviluppo di capacità avanzate di manovra e intervento nel dominio sottomarino (che, proprio in virtù di questi ragionamenti, viene sempre meno considerato un’appendice, o sotto-dominio, di quello navale) sono oggi imperativi categorici per ogni pianificatore militare. Anche le minacce si sono moltiplicate. Ai sottomarini e alle mine convenzionali si sono aggiunti i droni subacquei, sabotaggi mediante sommozzatori (dove permesso dai fondali bassi) e le interferenze elettroniche. 

Basti pensare che, dalla fine di febbraio, il Golfo Persico è diventato il teatro del più massiccio attacco di spoofing Gps della recente storia marittima. Migliaia di petroliere e navi cargo si sono trovate prigioniere di una nebbia elettronica in cui i navigatori satellitari mostravano posizioni assurde e navi che sembravano navigare in mezzo al deserto o all’interno dei perimetri di centrali nucleari. L’unica salvezza per i comandanti è stato il ritorno alla navigazione a vista e al radar tradizionale, con ufficiali di coperta costretti a turni massacranti per confrontare la posizione reale con le vecchie carte nautiche cartacee. “Fino a qualche tempo fa tutte le nazioni hanno messo sui fondali marini delle infrastrutture critiche senza alcuna protezione, perché si immaginava che la profondità desse di suo una sicurezza intrinseca”, ha fatto correttamente notare l’ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, capo di Stato maggiore della Marina militare, in una sua recente audizione in Senato. Oggi, invece, “i 3mila metri sono facilmente raggiungibili da tutti, sia attori statuali che non statuali, e a basso prezzo”. 

Parallelamente, la Cina (che ha recentemente superato il ritmo di produzione di sottomarini degli Stati Uniti) starebbe conducendo un’ampia attività di mappatura dei fondali, dal Pacifico all’Artico, passando per l’oceano Indiano, per prepararsi a un futuro scenario di conflitto sottomarino con Washington. La Nato, dal canto suo, ha avviato tra 2025 e 2026 le operazioni Baltic a Arctic Sentry, deputate al pattugliamento e alla protezione delle infrastrutture sottomarine che affollano quelle aree. Ma, ad evoluzione della minaccia, non può corrispondere solamente l’aumento degli assetti tradizionalmente impiegati. Serve anche un equivalente adeguamento tecnologico.

La risposta tecnologica: le reti wireless distribuite

Oltre alle iniziative dei singoli Stati e in ambito alleato, la Commissione europea ha recentemente presentato di Cable Security Toolbox, uno strumento da 347 milioni di euro destinato allo sviluppo e alla protezione delle reti di cavi strategici. Contemporaneamente, l’Agenzia europea per la difesa (Eda), per mano dell’italiano Stefano Cont, ha firmato un accordo con il Servizio europeo per l’azione esterna (Eeas) per estendere l’accesso alla rete di sorveglianza marittima Marsur III, allargandolo al Military planning and conduct capability (Mpcc), la struttura responsabile della pianificazione e della supervisione delle missioni militari dell’Ue, dopo una sperimentazione condotta nei primi mesi del 2025 presso la sede della missione Eunavfor Med Irini a Roma.

A sua volta, Thales ha lanciato in questi giorni l’Expeditionary PathMaster, un sistema di contromisure mine basato su un centro operativo portatile, capace di integrare asset con e senza equipaggio in un unico framework operativo, che promette una precisione del 99% nell’identificazione e nella classificazione delle mine sottomarine. Secondo quanto dichiarato dall’azienda d’Oltralpe, PathMaster dovrebbe essere operativo entro sei mesi dall’avvio del processo di integrazione degli assetti.

Si tratta di risposte puntuali alle attuali esigenze operative, ma nell’ambito della resilienza strategica non risolvono il problema della dipendenza strutturale dall’integrità fisica delle infrastrutture di comunicazione. Ed è qui che la ricerca sta aprendo una strada alternativa. Le reti wireless sottomarine distribuite (composte da nodi autonomi, sensori, boe e veicoli autonomi che comunicano tra loro attraverso segnali acustici e ottici senza dipendere da alcuna infrastruttura cablata) rappresentano una risposta complementare alla sorveglianza tradizionale. In una configurazione cosiddetta mesh, ogni nodo è al tempo stesso sensore, relay e unità di elaborazione, e se un elemento viene rimosso o danneggiato, la rete si riorganizza autonomamente, mantenendo la continuità di trasmissione. Nessun punto fisico da sabotare, né una frequenza fissa da disturbare.

Una soluzione italiana a un problema globale?

In questo campo l’Italia può contare su un attore che sta rapidamente diventando un riferimento internazionale. WSense è una scale-up, spin-off della Sapienza, con sedi tra Italia, Norvegia, Regno Unito, Francia ed Emirati Arabi, con un portafoglio clienti che comprende, tra gli altri, Fincantieri, Leonardo, Eni e la Marina militare. Le sue tecnologie proprietarie (basate su comunicazioni acustiche multi-frequenza e collegamenti ottici senza fili) consentono comunicazioni wireless sottomarine in tempo reale fino a 3mila metri di profondità – esattamente la profondità critica citata dall’ammiraglio Berutti Bergotto. In altre parole, tecnologie che permettono di “vedere” sott’acqua come prima non era neanche immaginabile.

Lo scorso febbraio, più o meno negli stessi giorni in cui veniva pubblicato il Cable Security Toolbox, WSense e Fincantieri hanno firmato un accordo strategico per l’integrazione delle tecnologie di Internet of Underwater Things nel sistema Deep del gruppo triestino, dedicato al monitoraggio e alla protezione delle infrastrutture critiche. L’intesa si inserisce a sua volta in una collaborazione già strutturata nell’ambito del Polo nazionale della subacquea (Pns), realtà nata proprio dall’esigenza di accelerare su ricerca e sviluppo tecnologico nel dominio sottomarino. “Stiamo sviluppando soluzioni standardizzate per il monitoraggio di queste infrastrutture e il lavoro procede a un ritmo accelerato per portare sul mercato risposte integrate a un problema che non ha più nulla di teorico”, ha dichiarato Chiara Petrioli, ceo e fondatrice di WSense.

L’ora del dominio underwater

Come ha fatto notare l’ammiraglio Usa James Stavridis, già comandante supremo alleato in Europa, le corazzate sono belle, ma i veri predatori degli oceani sono i sottomarini. Per estensione, e al netto del crescente sovraffolamento degli abissi, la rilevanza del dominio subacqueo sarà sempre più dirimente anche per le operazioni di superficie, dalla protezione dei gruppi portaerei all’interdizione d’area in interi teatri operativi. Un trend del genere segnala due priorità immediate: una maggiore attenzione per le forze sottomarine e la necessità di monitorare e comprendere ciò che accade sotto le onde. Chi era abituato a concepire l’ambiente subacqueo come una variabile prevalentemente strategica (legata soprattutto ai sottomarini balistici) si dovrà presto ricredere, perché l’underwater sta permeando con velocità impressionante anche i livelli tattico e operativo. 


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