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L’Ungheria e la svolta delle elezioni del 12 aprile. L’analisi di Carteny

Gli under 30 sono circa un milione e mezzo, oltre il 12% dell’elettorato, traino delle vittorie del Fidesz nel 1998 e nel 2010 sicuramente, ora mobilitati come forse successe proprio al tempo della caduta del regime comunista (dove i “giovani liberali” del Fidesz si raggruppavano intorno al giovane liberale Orbàn), in un clima di grandi aspettative e speranze, per i quali una cosa è certa: loro sono tornati in Europa, e questo per la festa basta e avanza. L’analisi di Andrea Carteny, docente di Relazioni internazionali alla Sapienza di Roma

Budapest – “Europa” e “russi a casa” sono tra gli slogan più potenti della piazza che celebra Péter Magyar, il leader del partito Tisza che avrà la possibilità di scardinare il sistema costituzionale orbaniano con i due terzi dei seggi parlamentari. La scorsa notte sul lungo Danubio di Buda, di fronte allo spettacolarmente scenografico sfondo del Parlamento in stile Westminster.

È la “liberazione” dal regime che definisce il 12 aprile come un turning point storico per il Paese danubiano, una rivoluzione di popolo come quella del 1956. Di fronte a una folla di giovani innumerevole, che ha riempito la piazza e le strade laterali, il nuovo leader ungherese ha rievocato i due anni in cui ha costruito un movimento di popolo capace di portare la voto il più alto numero di votanti, quasi il 78 per cento degli aventi diritto, un record per la democrazia magiara. I risultati ormai definitivi attribuiscono infatti 138 seggi dei 199 al partito di Magyar: una semplice maggioranza parlamentare, infatti, veniva temuta come una “vittoria di Pirro”, in quanto l’architettura del governo e dello Stato – profondamente modellata dal governo Fidesz – sarebbe stata “ingovernabile” secondo la maggioranza degli osservatori. “Commissione di inchiesta” per i fondi sottratti e il sistema corruttivo, ritorno in Europa e Nato, ritorno nel gruppo di Visegrad e primo viaggio all’estero proprio in Polonia, sono tra le promesse più applaudite dalla folla festante.

D’altronde il “cambio di sistema” e la caduta del “regime” come si evocava in questi giorni da parte di tanta parte dell’opposizione, dopo sedici anni di governo orbaniano si è fatta concreta e – anche se non sperata – non inattesa da parte di coloro che erano smaccatamente al fianco di Viktor, in primis l’amministrazione Trump. Lo stesso Vance, nella sua due giorni a Budapest della scorsa settimana, in un ultimo tentativo di controbilanciare i sondaggi e tutti i segnali che indicavano reali rischi di sconfitta, parlando della fratellanza e dell’età “dell’oro” tra Stati Uniti e Ungheria aveva accennato alla sua prosecuzione con “il” vincitore alle elezioni di domenica.

Le relazioni di Budapest con Washington, finora sulla base della personale amicizia di Orbàn con Trump (“lui è il nostro uomo in Europa”), si rielaboreranno su termini più neutri e diplomatici. Quelle con Mosca appaiono più complicate da reinterpretare. La stessa vigilia elettorale, che confermava nei sondaggi il consenso del partito di opposizione Tisza contro quello di governo Fidesz, vedeva gli effetti dei leaks tra Budapest e Mosca come un fattore chiaramente a favore di Magyar.

I dettagli emersi del filo diretto tra il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjàrtò e l’omologo russo Sergej Lavrov – in cui l’ungherese si impegnava a condividere i verbali delle riunioni Ue mandandoli a Mosca – e poi della chiamata tra Orbàn e Putin – parliamo dello scorso autunno – in cui in vista di un possibile tavolo negoziale tra Russia e Ucraina da tenersi a Budapest il leader magiaro si proponeva al servizio del presidente russo, avevano scatenato una furia di polemiche sul governo.

La propaganda anti-ucraina “per la pace e la sicurezza” si è rivelata dunque un boomerang, in una cultura nazionale tradizionalmente anti-russa: durante la lotta di liberazione quarantottesca nel XIX, poi durante l’impero austro-ungarico con gli ungheresi “turanisti” (per la fratellanza con i popoli turchi si oppongono al pan-slavismo a egemonia zarista), fino alla “liberazione”- occupazione della Seconda guerra mondiale da parte dell’Armata rossa, contro il governo filo-nazista, con l’instaurazione del regime socialista e la successiva rivoluzione del 1956 repressa dai carri armati sovietici, si consolida nella coscienza collettiva una narrazione nazionale in cui i russi-sovietici sono i “barbari” nemici della civiltà e della libertà magiara.

La piccola contestazione avvenuta alla chiusura di Orban al castello di Buda, sabato sera, ne ha costituito un preavviso: “tavarish kanyets”, “compagno è finita” era la scritta esposta da attivisti anti-Orban (poi abbassata per interventi dei ragazzi del Fidesz) mentre Viktor si accingeva al proprio discorso elettorale.

“Russkih haza”, “russi a casa” è così diventato lo slogan dei giovani di Budapest e delle altre città dove la marea giovanile ha realizzato l’”esondazione del Tibisco”, il fiume della pianura orientale, la puszta, che dà il nome al partito di Magyar (giocando sul lemma TIsztelet és SZAbadsàg”, “rispetto e libertà”).

Sono proprio i giovani ad apparire come i protagonisti di questa rivoluzione: gli under 30 sono circa un milione e mezzo, oltre il 12% dell’elettorato, traino delle vittorie del Fidesz nel 1998 e nel 2010 sicuramente, ora mobilitati come forse successe proprio al tempo della caduta del regime comunista (dove i “giovani liberali” del Fidesz si raggruppavano intorno al giovane liberale Orbàn), in un clima di grandi aspettative e speranze, per i quali una cosa è certa: loro sono tornati in Europa, e questo per la festa basta e avanza.


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