Dallo stabilimento Bayer di Garbagnate arriva un messaggio al Paese e all’Europa: la leadership farmaceutica non è acquisita per sempre. Servono riforme, semplificazione, investimenti e una governance capace di trattenere innovazione, produzione e valore sul territorio
In un contesto segnato da tensioni geopolitiche, pressioni americane sul prezzo dei farmaci, crescente competitività cinese e catene di approvvigionamento sempre più fragili, l’industria farmaceutica europea deve ridefinire il proprio ruolo strategico. È il messaggio emerso dall’incontro “Innovazione e produzione di valore. Industria farmaceutica in Italia, una leadership da difendere al tempo della Most favored nation”, organizzato oggi da Farmindustria presso lo stabilimento Bayer di Garbagnate Milanese, dove industria, ricerca, istituzioni si sono riuniti attorno a una domanda di fondo: come reagire a tempi complessi senza perdere capacità produttiva, innovazione e sovranità industriale.
Salute e sicurezza
Sul tavolo non solo il tema della competitività, ma anche quello della sicurezza. Con la farmaceutica “si gettano le basi perché l’Italia e l’Europa siano più sicure”, ha affermato il presidente di Farmindustria Marcello Cattani, sottolineando come “in tempi incerti” la priorità resti “la sicurezza e la difesa della salute” che passa attraverso la valorizzazione delle life science. Per Cattani, l’industria farmaceutica rappresenta oggi “la Ferrari e la Lamborghini del nostro Paese”, un patrimonio industriale che rende l’Italia “il primo Paese in Europa nella capacità di fare ed esportare farmaci e vaccini in 133 Paesi al mondo”. La vicepresidente del Senato Licia Ronzulli, evidenziando come le crisi geopolitiche rendano urgente una risposta, ha sottolineato il ruolo del comparto: “vitale per la nostra nazione” perché permette di “resistere agli shock globali, preservare la leadership scientifica e rendere l’Europa più indipendente”.
Il modello attuale, ha aggiunto Cattani, “andava bene quando il mondo era piatto” criticando una “Europa debole di visione strategica”. Da qui la richiesta di continuare il percorso delle riforme: testo unico farmaceutico, semplificazione, early access e crescita del Fondo sanitario nazionale. Marcello Gemmato, sottosegretario di Stato al ministero della Salute ha rimarcato la “ferma volontà del governo di mettere una cornice a una regolamentazione che ha visto l’affastellarsi di circa 800 norme sul quadro normativo risalente a due regi decreti”, sottolineando la necessità di una rivisitazione coerente coi tempi attuali.
I numeri
L’industria farmaceutica italiana vale oggi 74 miliardi di euro di produzione, pari a circa il 2% del Pil nazionale, con 69 miliardi di export e oltre 72mila occupati. Il comparto investe 4,2 miliardi di euro in ricerca e sviluppo ed è diventato uno dei principali motori della bilancia commerciale italiana: tra il 2015 e il 2025 i prodotti farmaceutici hanno contribuito per il 6% alla crescita del Pil a valori correnti. Numeri che si intrecciano con la leadership italiana nel Cdmo e con una Lombardia definita più volte come uno degli hub farmaceutici più importanti d’Europa.
La partita globale
A rilanciare la dimensione globale della sfida è stato anche Stefan Oelrich, presidente di European federation of pharmaceutical industries and associations e di Bayer Pharmaceuticals. “Il mondo sta cambiando. In Europa solo ora stiamo iniziando a capire la misura del problema”, ha detto. Secondo Oelrich, l’industria europea si trova stretta tra due pressioni: da un lato gli Stati Uniti, che fra dazi e Mfn e puntano a ritagliarsi un ruolo strategico, ridurre i prezzi internanente e quindi anche il proprio contributo al finanziamento dell’innovazione farmaceutica globale; dall’altro la Cina, che “per la prima volta nella storia ha avuto più brevetti di americani o europei”. Per il manager tedesco, il problema riguarda soprattutto la capacità europea di restare attrattiva. Le industrie “hanno promesso di investire 500 miliardi di dollari negli Usa nei prossimi anni”, ha spiegato, richiamando il differenziale competitivo tra Europa e Stati Uniti. La strategia indicata da Oelrich ruota attorno a tre parole: “attrarre, accelerare, accesso”. Attrazione degli investimenti, riduzione della burocrazia e tempi più rapidi per l’accesso ai ai farmaci. “Non può essere che un italiano debba aspettare più di 400 giorni per avere accesso a un nuovo farmaco dopo l’approvazione europea. È una vergogna”, ha detto.
Anche Lucia Aleotti, componente del comitato di presidenza di Farmindustria, ha insistito sul cambio di paradigma imposto dalla nuova fase geopolitica. “Prima ragionavamo che ovunque fosse una produzione nel mondo noi potessimo averla just-in-time”, ha osservato. “Oggi invece dobbiamo confrontarci con dazi, Mfn, supply chain in continua tensione, shock energetici ripetuti ed esplosione dei costi”, siamo di fronte “ad una rivoluzione geopolitica anche nel campo dell’innovazione”. Aleotti ha ricordato come l’Italia abbia superato il Giappone come esportatore globale e come il farmaceutico rappresenti ormai “l’11% delle esportazioni globali italiane”. “Siamo i makers d’Europa e insieme alla politica e ai nostri ragazzi che sono il nostro futuro, dobbiamo e possiamo continuare ad esserlo”, ha aggiunto.
Transizione digitale, riforme e ruolo dell’accademia
Accanto al tema industriale, durante l’incontro è emersa anche la centralità di dati, innovazione digitale e trasferimento tecnologico. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alessio Butti ha definito il farmaceutico “strategico tanto quanto quello energetico e quello della difesa”, sottolineando che “la leadership industriale dipende da quanto si produce, ma lo stato si deve preoccupare di mettere nelle condizioni di produrre nel modo migliore” e “la si difende bene quando si vanno a integrare competenze, dati, ricerca, automazione e decisioni”. Da qui, dapprima, il richiamo al Fascicolo sanitario elettronico e agli strumenti digitali come asset competitivi del sistema sanitario italiano, e poi alla necessità per il Paese di “essere pronto alla trasformazione che è in corso”.
Sulle riforme, Marco Alparone, vicepresidente e assessore al Bilancio e Finanza di Regione Lombardia, ha menzionato il superamento del payback: “non lo possiamo trasformare in valore? In investimenti in ricerca e sviluppo nel territorio dove si genera? Questo è un payback che potrebbe avere significato”.
A portare la voce dell’accademia, Monica Maria Grazia Di Luca, prorettrice alla Ricerca dell’Università degli Studi di Milano, secondo cui oggi le università “non sono più solo un luogo dove facciamo ricerca e diamo formazione, ma vere e proprie infrastrutture dell’innovazione”, sempre più orientate al trasferimento tecnologico, alle startup e all’impatto industriale della ricerca.
Il ruolo del territorio: Bayer a Garbagnate
A fare da cornice all’incontro, lo stabilimento Bayer di Garbagnate Milanese, presentato come uno dei simboli della manifattura farmaceutica italiana. “Il luogo dove la tecnologia, il talento, l’innovazione e la scienza convergono”, lo ha definito Vincent Curtin, amministratore delegato Bayer healthcare manufacturing. Il sito produce farmaci orali solidi, esporta in 130 Paesi e rappresenta l’unico stabilimento Bayer che esporta farmaci cardiovascolari in Cina. Nel 2025 raggiungerà gli 8 miliardi di compresse prodotte, contribuendo ogni giorno – sottolinea Arianna Gregis, Ceo Bayer Italia e amministratrice delegata Bayer Spa – a raggiungere “33 milioni di persone con soluzioni terapeutiche” distribuite nel mondo. Un impianto che vuole rappresentare non solo una storia industriale di successo, ma anche il paradigma di ciò che l’Italia rischia di perdere se l’Europa non riuscirà a trasformare la salute e le life sciences in una vera priorità strategica.
















