Bruxelles resta in equilibrio precario: allinearsi agli Usa costerebbe caro alle industrie, aprirsi alla Cina aggraverebbe le tensioni transatlantiche. Intanto alcuni Paesi europei guardano a Pechino, che deve però bilanciare export e rapporti globali. L’analisi di Filippo Fasulo, co-head dell’Osservatorio geoeconomia e senior research fellow presso l’Osservatorio Asia di Ispi
L’atteso incontro tra Trump e Xi Jinping, previsto per fine marzo, è stato rinviato a causa del protrarsi del conflitto in Iran, ma le questioni commerciali che avrebbe dovuto affrontare restano centrali nell’agenda delle prime due economie mondiali. Dal Liberation day del 2 aprile 2025, Washington ha portato i dazi sui prodotti cinesi fino al 145%, in un’escalation prontamente pareggiata da Pechino.
A partire dagli accordi di Ginevra del maggio 2025, e più compiutamente dopo il vertice di Busan del novembre 2025, le due parti hanno concordato riduzioni reciproche. La tariffa media ponderata è rimasta tuttavia elevata fino alla sentenza della Corte suprema del febbraio 2026, che ha dichiarato incostituzionale il ricorso all’International emergency economic powers act (Ieepa), abbassandola dal 36,8 al 29,7% (dati di Global trade alert). La sovrapposizione tra misure Ieepa, Section 301 e dazi anti-dumping continua a generare un quadro normativo frammentato, con effetti asimmetrici per settore e prodotto.
Sul piano bilaterale, la strategia di Trump ha conseguito uno degli obiettivi dichiarati: ridurre il deficit commerciale diretto con la Cina con un calo di quasi il 30% nel 2025. Il risultato va però letto con cautela a causa del fenomeno del transshipment. Infatti, sul piano geografico, secondo elaborazioni del Cepr, Vietnam, Messico e Taiwan hanno guadagnato ciascuno circa due punti percentuali di quota nelle importazioni americane tra il 2017 e il 2024, intercettando flussi commerciali reindirizzati. Le dimensioni assolute del fenomeno restano però più contenute di quanto spesso si sostiene: uno studio della University of California San Diego stima che il transshipment attraverso il Vietnam abbia raggiunto al picco il 7,5% delle esportazioni vietnamite verso gli Usa, quello attraverso il Messico non abbia mai superato l’1,5%, per un valore assoluto di circa cinque miliardi di dollari per ciascun Paese.
La triangolazione è dunque un fenomeno reale e strutturalmente in crescita dopo il 2025, ma non spiega da sola il surplus cinese aggregato, che ha superato per la prima volta i mille miliardi di dollari attestandosi al record di 1190 miliardi secondo le dogane cinesi. Dal lato cinese si osserva come, nel 2025, il commercio estero sia vicino a 6480 miliardi di dollari, con una crescita del 3,8%. La diversificazione geografica è stata marcata. Se l’export verso gli Usa è calato, il commercio con l’Asean ha superato i mille miliardi di dollari (+13,4%), consolidando la regione come principale partner. Inoltre, le esportazioni verso l’America Latina hanno raggiunto i 242 miliardi (+15,2%) e quelli con l’Africa circa 217 miliardi (+25,8%). Sul piano qualitativo, le esportazioni hi tech sono cresciute del 13,2%, di cui il trio veicoli elettrici, batterie al litio e pannelli solari del 27,1%, le turbine eoliche del 48,7%. Quello che accade è che la Cina scarica su altri Paesi la capacità produttiva in eccesso e non più destinata agli Stati Uniti. Questa condizione rischia di risultare strutturale in quanto la spinta sulla manifattura come motore della crescita è stata formalizzata al Quarto plenum del Partito comunista cinese dell’ottobre 2025 e confermato alle due sessioni del marzo 2026, con 109 grandi progetti e 28 iniziative dedicate a intelligenza artificiale, calcolo quantistico e robotica. Nonostante, per la prima volta dal 1991, il target di crescita sia stato fissato nella fascia 4,5-5%, le prospettive di sviluppo dell’economia cinese sono sufficienti per mettere pressione sulle economie mondiali.
La ristrutturazione della geografia del commercio cinese incide su un’Europa che si trova esposta a una doppia pressione che la guerra commerciale sino-americana ha reso strutturale. Il deficit commerciale dell’Ue con la Cina ha raggiunto 341 miliardi di euro nel 2025, in crescita del 12,2%, nonostante le richieste di Bruxelles a Pechino di riequilibrare la relazione commerciale. Dall’altro lato, Washington esercita pressioni crescenti sugli alleati affinché convergano verso un regime tariffario comune contro Pechino, prospettando misure punitive per chi mantenga relazioni commerciali privilegiate con la Cina.
Bruxelles si trova così in una posizione di difficile equidistanza: la piena convergenza con Washington implicherebbe costi elevati per le industrie dipendenti da forniture cinesi, mentre un’apertura eccessiva verso Pechino esporrebbe a tensioni transatlantiche già logorate. La gestione di questo triangolo è oggi una delle sfide strategiche più impegnative per la politica economica europea. Sebbene la competizione con la Cina sia sentita e porti ad adottare misure protezionistiche, molti Paesi europei stanno apertamente considerando di promuovere le relazioni con Pechino considerando l’incertezza statunitense come meno gestibile. La Cina, tuttavia, dovrà saper trovare un equilibrio tra le esigenze di crescita interna fondate sulle esportazioni e le relazioni con i partner commerciali europei e del Sud globale che valutano misure in difesa dei propri mercati come reazione alla crescita dell’export cinese.
Formiche 223
















