La richiesta di risarcimento è stata presentata oltre il limite previsto dalla prescrizione. Per cui è impossibile decretare se davvero qualcuno di OpenAI lo abbia frodato per trasformare la startup in una società a scopo di lucro. Ma il patron di Tesla, xAI e SpaceX è pronto a presentare ricorso. La saga tra i due rivali è tutt’altro che chiusa
“Ritengo che vi siano prove sostanziali a sostegno delle conclusioni della giuria”. Con queste parole, la giudice distrettuale Yvonne Gonzalez Rogers chiude la battaglia legale tra Elon Musk e la sua vecchia azienda OpenAI. La giudice ha accolto il verdetto dei nove membri della giuria, tutti concordi nel sostenere che la richiesta di risarcimento presentata da Musk – pari a circa 180 miliardi di dollari – non può essere accolta. Non tanto perché totalmente infondata, quanto piuttosto per un cavillo legale: per queste accuse la prescrizione è di tre anni e la vicenda risale a prima del 2023. Per cui Musk si è mosso troppo tardi. Di fatto, però, è stato negato che Sam Altman lo abbia ingannato cercando di trasformare la startup in una società a scopo di lucro.
Uno scontro senza esclusione di colpi è andato in scena per tre settimane in un tribunale federale di Oakland, in California. La sentenza di certo non riporterà il sereno tra i due. Musk e Altman sono a dir poco rivali, non soltanto nel senso che competono per lo stesso obiettivo – diventare i leader dell’intelligenza artificiale – ma anche per una questione di ego. Per cui, è lecito aspettarsi altri episodi che confermino la loro acrimonia.
Già da subito cominciano a stuzzicarsi. A cominciare è l’avvocato di Altman: “Il verdetto della giura ha confermato che questa causa non era altro che un tentativo ipocrita da parte di un ipocrita di sabotare un concorrente e di smentire una lunga serie di previsioni errate su ciò che OpenAI è stata e diventerà”, afferma dopo la sentenza William Savitt. Gli risponde il suo collega, Marc Toberoff, difensore di Musk. La sentenza, dice, “mi ricorda momenti chiave della storia di questo Paese, l’assedio di Charleston, la battaglia di Bunker Hill. Furono sconfitte gravi per gli americani, ma chi vinse la guerra? Non è ancora finita”. La sua tesi è semplice: da adesso in poi, tante altre aziende potrebbero seguire l’esempio di OpenAI, iniziando come no profit per poi passare all’incasso.
Stessa argomentazione del suo assistito. Musk lascia il suo sfogo su X. “Non c’è alcun dubbio, per chiunque stia seguendo il caso nei dettagli, che Altman e [Greg] Brockman si siano in effetti arricchiti rubando a un ente di beneficenza. L’unica domanda è quando lo hanno fatto!”, scrive. Il ricorso è pronto, “perché creare un precedente per saccheggiare enti di beneficenza è incredibilmente distruttivo per le donazioni benefiche in America”.
Le frasi ricalcano l’andamento degli ultimi venti giorni. Le arringhe sono state durissime, senza esclusioni di colpi bassi. D’altronde in gioco c’era la credibilità di due dei più importanti imprenditori tecnologici: uno dei due mentiva, e per la giuria di Oakland questa persona è Musk. Non che Altman ne esca totalmente rafforzato. Come detto, se il suo accusatore avesse agito prima potremmo parlare di una sentenza diversa.
In un certo senso, lo conferma anche il comunicato di Microsoft – che ha investito decine di miliardi in OpenAI. “I fatti e la cronologia di questo caso sono chiari da tempo e accogliamo con favore la decisione della giuria di respingere queste accuse presentate fuori termine”. Come a dire: era tutto alla luce del sole, per cui meglio lasciare le cose in questo.
Il verdetto avrà comunque ripercussioni. Non solo personali. L’attesa per la quotazione in borsa di SpaceX è spasmodica. E di certo una sentenza così pesante non può far piacere. Ma Musk può tutelarsi dietro la prescrizione, sottolineando che la sua richiesta è stata bocciata solo per una questione di tempo. Discorso opposto vale per OpenAI. Anche Altman infatti punta all’Ipo della sua azienda. Adesso ci si può concentrare pienamente, in attesa che un giudice lo convochi in tribunale per il ricorso del suo rivale numero uno.
















