Dall’Intelligenza Artificiale alle supply chain la sfida tecnologica ridefinisce potere e sicurezza con Europa e Stati Uniti chiamati a cooperare per non perdere terreno. Cosa è stato detto all’evento presso l’ambasciata italiana a Washington
La tecnologia come terreno della competizione globale, ma anche come collante tra alleati. È questa la doppia dimensione emersa dall’incontro “U.S.–Italy Trusted Tech Dialogue. Accelerating Transatlantic Innovation” promosso dall’ambasciata italiana negli Stati Uniti assieme al Krach Institute for Tech Diplomacy (leggi qui l’intervista a Keith Krach) e dalla Fondazione Serics, dove decisori politici e industriali hanno discusso di “trusted technologies” e del ruolo della cooperazione transatlantica.
Ad aprire i lavori è una riflessione di Marco Peronaci, ambasciatore italiano negli Usa, che ha offerto una lettura quasi filosofica del momento attuale: “Abbiamo lasciato alle spalle il paradigma prometeico in cui l’uomo controllava la materia”, ha osservato, avvertendo che oggi “rischiamo una situazione faustiana in cui siamo noi stessi, i nostri dati e le nostre vite, a diventare oggetto della tecnologia”. Per l’ambasciatore, il nodo è strategico: “Le tecnologie – dallo spazio all’AI – sono la base della nostra prosperità, sicurezza e libertà”. E per questo “la politica tecnologica non può più essere separata dalla politica estera”. Non a caso, ha sottolineato Peronaci, “la cooperazione con partner affidabili come gli Stati Uniti è indispensabile”, perché “la frammentazione tra democrazie aprirebbe spazi ad attori maligni”.
A sviluppare ulteriormente questo approccio è stato Roberto Baldoni, senior advisor on Technology and Cybersecurity Policy dell’ambasciatore della Repubblica Italiana negli Usa, che ha insistito sul legame tra tecnologia e valori: “La tecnologia non è neutrale, riflette incentivi e strutture di potere di chi la sviluppa”. Secondo Baldoni, il concetto di “trusted technology” va oltre la sicurezza tecnica: “Non è solo escludere rischi, ma un principio strategico più ampio, radicato nei valori democratici”. Da qui la necessità di cooperazione: “Nessuna democrazia può dominare tutte le tecnologie da sola. La risposta è capacità industriale interna e cooperazione tra alleati”.
“La tecnologia deve far progredire la libertà, non essere usata per controllare i cittadini o esportare dipendenze”, ribadisce il director general for Communications, Networks, Content and Technology della Commissione Europea Roberto Viola, evidenziando come la tecnologia sia parte integrante della competizione sistemica, “Le democrazie devono sfruttare il loro vantaggio competitivo fatto di apertura, creatività e stato di diritto”. Viola ha anche sottolineato l’urgenza di adattare la governance: “Siamo a un punto di svolta, la velocità del cambiamento è superiore a quella delle decisioni politiche”, motivo per cui servono “regole più semplici e politiche più rapide”.
Quest’ultima riflessione si lega direttamente all’intervento di Armando Varricchio, inviato speciale per l’Innovazione e le nuove Tecnologie del ministero degli Affari Esteri, per cui la tecnologia è ormai uno strumento centrale della diplomazia: “La fiducia è la valuta del mio mestiere”, ha detto, evidenziando come oggi sia anche “una componente definente della tecnologia”. L’inviato speciale ha insistito sul carattere sistemico della competizione: “È una sfida esistenziale tra democrazie e autocrazie”, che richiede “partnership forti, perché nessun Paese può vincere da solo”. Spendendo poi qualche parola anche sul concetto di autonomia: “Non può più essere autosufficienza, ma deve essere autonomia strategica condivisa, basata sulla cooperazione”. In questo quadro si inserisce anche il richiamo alla cooperazione sulle tecnologie critiche, evocata attraverso l’iniziativa “Pax Silica”, che Varricchio ha definito, con una suggestione storica, “un nome che richiama la Pax Augusta e l’idea di una stabilità duratura fondata sulla cooperazione”. Un riferimento che sintetizza l’ambizione di trasformare la collaborazione tecnologica tra alleati in un vero pilastro di sicurezza e prosperità di lungo periodo.
Più diretto e operativo l’intervento di Keith Krach, chairman del Krach Institute for Tech Diplomacy at Purdue, che ha posto l’accento sull’esecuzione: “Non si compete sulle idee, ma sulla capacità di realizzarle”. Per Krach, la sfida è concreta, e riguarda il come gli alleati transatlantici posso costruire sistemi su larga scala. E, soprattutto, a una certa velocità. Richiamando l’esperienza della Clean Network Initiative, Krach ha infati ha aggiunto: “La velocità è essenziale: non è il grande che batte il piccolo, ma il veloce che batte il lento”.
A chiudere il quadro è stato Darío Gil, under secretary for Science del Dipartimento dell’Energia americano, che ha spiegato perché la tecnologia sia diventata centrale: “È passata da ruolo di supporto a pilastro della sicurezza nazionale e del potere economico”. Il problema, però, non è identificare le priorità: “Tutti sanno quali tecnologie contano. La differenza è nell’esecuzione”. E soprattutto nella scala e nei tempi: “Il vero nodo è costruire infrastrutture adeguate, perché senza capacità computazionale non si può scalare l’innovazione”. In questo contesto, Gil ha richiamato anche la “missione Genesis”, pensata per trasformare il modo in cui si fa ricerca e accelerare la scoperta scientifica, sottolineando la necessità di lavorare con “un numero limitato di partner fidati” per investimenti congiunti in AI, supercalcolo e quantum, un’apertura che include anche alleati europei come l’Italia. Da qui l’avvertimento finale: “Se impieghiamo dieci anni per organizzarci sull’Intelligenza Artificiale, sarà troppo tardi”.
















