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Dal Piano Mattei ai campi del Congo. Così la BFuture Farm diventa un modello di cooperazione industriale

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A un anno dall’avvio della BFuture Farm di Malolo, nella Repubblica del Congo, il progetto promosso da BF International è già una realtà: 6.000 ettari recuperati, infrastrutture in costruzione, innovazione tecnologica, formazione e servizi per le comunità locali. Presentati ieri a Jolanda di Savoia i risultati di uno dei progetti più avanzati del Piano Mattei. Per il presidente esecutivo di BF Spa e amministratore delegato di BF International, Federico Vecchioni, la farm rappresenta un’infrastruttura agroindustriale capace di rafforzare la sicurezza alimentare, trasferire competenze e promuovere uno sviluppo sostenibile

Ci sono progetti che si misurano sulle intenzioni e altri che, invece, iniziano a pesarsi sui risultati. La BFuture Farm di Malolo appartiene alla seconda categoria.

A un anno dall’avvio operativo, quello che era stato individuato come uno dei progetti pilota del Piano Mattei è diventato un’infrastruttura agroindustriale già funzionante, capace di coniugare produzione agricola, innovazione tecnologica, formazione e servizi essenziali.

Una fotografia che è emersa ieri a Jolanda di Savoia, nella sede di BF Spa, dove sono stati illustrati i risultati del primo anno di attività della farm realizzata nella regione del Niari, in Repubblica del Congo alla presenza, tra gli altri, dell’ambasciatore del Congo in Italia Henri Okemba e del vicepresidente del Consiglio e ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani.

È probabilmente questa la dimensione più interessante del progetto: dimostrare che la cooperazione internazionale può uscire dalla logica dell’assistenza e trasformarsi in investimento produttivo.

Un modello costruito sulla collaborazione tra pubblico e privato, inserito nella cornice del Piano Mattei e dell’iniziativa AREA Africa, che punta a rafforzare la sicurezza alimentare del Congo trasferendo competenze, tecnologie e capacità industriali senza sottrarre risorse al Paese ospitante.

I numeri aiutano a comprendere la portata dell’intervento. In meno di dodici mesi sono stati recuperati e riqualificati 6.000 ettari dei 10.000 concessi dalle autorità congolesi, mentre oltre mille ettari sono già entrati in produzione.

Si è conclusa la prima raccolta di soia e nelle attività agricole operano cento addetti supportati da cinquanta moderne macchine agricole.

Ma è la filiera che sta nascendo attorno alla produzione agricola a raccontare l’ambizione dell’iniziativa. È infatti in fase di realizzazione il polo industriale che ospiterà dodici silos per lo stoccaggio di mais e grano, un impianto di essiccazione, il sementificio, il mangimificio, le strutture dedicate alla zootecnia e un impianto per la produzione di latte in polvere.

L’obiettivo è creare valore direttamente sul territorio, accompagnando il Congo verso una maggiore autonomia alimentare.

Accanto alla componente industriale cresce quella tecnologica.

La gestione delle coltivazioni è affidata a una piattaforma digitale che integra monitoraggio satellitare, stazioni meteorologiche e sensori IoT, consentendo di raccogliere dati in tempo reale per ottimizzare le produzioni secondo i principi dell’agricoltura rigenerativa e aumentare la resilienza agli effetti del cambiamento climatico.

Lo sviluppo della farm procede parallelamente a quello delle infrastrutture civili. È già operativa una nuova rete idrica destinata sia alle attività agricole sia alle comunità locali, con quattro punti di approvvigionamento dell’acqua.

Sono stati realizzati oltre venti chilometri di strade e la prima linea elettrica dell’area, lunga circa trenta chilometri.

Il progetto investe anche sul capitale umano. In collaborazione con CIHEAM Bari e BF Educational sono stati avviati percorsi di formazione professionale dedicati all’agricoltura, alla meccanica e alla gestione agroindustriale, mentre sono in fase avanzata la ristrutturazione della scuola locale e la realizzazione del primo Centro per la Salute della zona, cui si affiancherà una Casa Parto destinata a garantire assistenza sanitaria in un’area che finora ne era priva.

Complessivamente sono circa 450 i lavoratori oggi impegnati tra attività agricole e cantieri, mentre l’impatto socioeconomico generato dal progetto interessa già circa 3.000 persone.

C’è poi un elemento che distingue la BFuture Farm da molte esperienze maturate negli ultimi anni nel continente africano.

Le terre restano infatti di proprietà dello Stato congolese e vengono concesse in uso pluriennale, mantenendo nel Paese sia la disponibilità fondiaria sia la destinazione della produzione agricola.

Un’impostazione che supera la logica del land grabbing e si inserisce nella filosofia del Piano Mattei, fondata su partenariati industriali e istituzionali orientati alla crescita reciproca.

“Siamo profondamente orgogliosi del lavoro e degli straordinari risultati raggiunti in meno di dodici mesi nello sviluppo della BFuture Farm nella Repubblica del Congo. Questo progetto non è sem

plicemente un intervento agricolo, ma una vera e propria infrastruttura agroindustriale che, attraverso piattaforme integrate ad alta tecnologia e digitalizzazione, risponde in modo concreto alle sfide della food security dei Paesi partner e della resilienza al cambiamento climatico”, ha sottolineato il presidente esecutivo di BF Spa e amministratore delegato di BF International, Federico Vecchioni.

“Il progetto delle BFuture Farm nel mondo, che permetterà di realizzare la più grande riserva agricolo-alimentare globale – così Vecchioni – rappresenta una delle migliori espressioni delle competenze tecnico-progettuali del Made in Italy applicate alle grandi sfide del nostro tempo”.

Malolo, insomma, non rappresenta più una promessa.

È il primo banco di prova di un modello che punta a trasformare la cooperazione in politica industriale, facendo dell’agricoltura uno strumento di sviluppo, stabilità e proiezione internazionale del sistema Italia.


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