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Dove va la transizione ecologica. L’opinione di Guandalini

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Non è solo caro bollette e carburante. Il the day after della calura estiva pone una domanda ineludibile sul percorso del green deal. Manca la direzione. La gerarchia delle priorità. Rewind. Siamo fermi al Governo Draghi. Uno studio di Eurobarometro ci dice come la pensano gli italiani. L’opinione di Maurizio Guandalini

Il borsellino. Sempre quello. Il solo che smuove l’elettore. Vince l’apatia. E l’astensionismo. Quel prometto e poi ‘non’ mantengo, formuletta astuta usurata dal tempo. Il contrasto al caro bollette, quindi l’indipendenza energetica, è al primo posto tra le priorità degli italiani. E la competitività al terzo anche se ha molto da spartire con l’energia. Collegata al rafforzamento infrastrutturale per consolidare la posizione dell’Italia nel mondo. Lo leggiamo sfogliando lo studio di Eurobarometro pubblicato dal Parlamento europeo. Che segnala molta più incertezza e pessimismo da noi che nel resto del mondo.

Così stando le cose siamo rimasti più o meno al format della domanda dell’ex banchiere centrale Mario Draghi, nell’aprile del 2022 Presidente del Consiglio, preferiamo la pace o il condizionatore acceso? Russia e Ucraina sono ancora in guerra. E i climatizzatori, dove ci sono e se la rete regge, rimangono il sollievo preferito. Ora anche da altri Paesi europei che hanno conosciuto in queste settimane il caldo afoso. Mentre il caro energia per gli italiani ha proseguito ininterrottamente girando di bolina con la guerra in Iran. Totale in fattura, bollette rincarate per famiglie e imprese. Più del doppio di Francia e Spagna.

Su queste pagine abbiamo approfondito cause e rimedi possibili. Focus sulla forte dipendenza dal gas del sistema elettrico italiano. Che fa il prezzo all’ingrosso. Nonostante le rinnovabili coprano il 48% della produzione nazionale. Sorprende l’immobilismo. La mancanza di azioni concrete. Riproposti dall’Italia, da Draghi premier, e derubricati dall’Unione europea come piccoli equivoci senza importanza. Stiamo trattando problemi a risposta immediata. Quando c’è caldo da morire non è che stai lì ad assillarti del surriscaldamento climatico in attesa che i comuni mettano a terra asfalti freddi, drenanti e riflettenti per respingere i raggi solari e abbassare le temperature di diversi gradi. O attendi che costruiscano case con muri di 80 centimetri che tengano nelle stanze una temperatura sopportabile. Meglio ancora case di paglia. Sane, ecologiche, sicure, antisismiche a consumi annullati. Oppure brindi alla soluzione salvifica del nucleare pulito che se tutto va bene ne potrai beneficiare tra 15 anni. Manca un progetto. Una direzione.

Un inizio di percorso. Di lavori. La transizione ecologica. Persa. Ognuno va per suo conto. C’è chi la fa, chi rimane fermo, chi non gli conviene. L’abbiamo dettagliato nei vari libri dedicati al green. Dal 2010. E negli appuntamenti di studio internazionali con la partecipazione di esperti puntuali a costatare la malattia e la cura necessaria. Urgente. Non procrastinabile. Una road map che segni perfettamente il grande esodo verso il green. Giorgio Parisi, premio Nobel per la Fisica, ha detto che per il clima servono misure drastiche ma eque e solidali. In generale l’applicazione al cammino della transizione ecologica richiederà gradualità, senza lasciare nessuno indietro ascoltando e adottando soluzioni meditate, affrancate da inutili contrapposizioni. Che vuol dire proseguire con le rinnovabili, su tutti i tetti a disposizione, capannoni, edifici pubblici, abitazioni private e meno nei campi che vanno lasciati all’agricoltura, incentivare le comunità energetiche, e nel frattempo potenziare le reti elettriche, contrastare la dispersione dell’acqua, curare da protocollo quegli aspetti urgenti che mettano al riparo le famiglie e le imprese. Lavorando sodo per colmare le mancanze strutturali dell’Italia in deficit di competitività con gli altri Paesi.

Va riconosciuto il merito a lavoratori e imprenditori che malgrado siano nel vortice della crisi energetica e dei dazi riescano ad aumentare l’export verso gli Stati Uniti. Un più 12,1% su base annua nel mese di aprile 2026. A trainare il made in Italy oltreoceano sono la farmaceutica, i macchinari e i trasporti.

Ho riletto il libro “L’internazionalizzazione del tortellino”, di Giovanni Roncucci. In prefazione scrivevo la necessità di una rinnovata intraprendenza imprenditoriale indigena. Ancor più oggi se ne sente il bisogno. Non solo l’esportazione che crea le condizioni per lo sviluppo ma l’abilità di trasferire il know-how necessario a competere al meglio sui mercati internazionali. La crescita dell’economia europea non può essere una litania reclamata e poco attuata. Si veda a proposito il piano d’investimenti di Mario Draghi, 800 miliardi l’anno, sul futuro della competitività europea. Dal 2024 dibattuto in tutte le salse ma lasciato impolverato su uno scaffale dell’EC Library della Commissione Europea. Il Vecchio continente è da più anni preso e distratto dal conflitto russo ucraino. Affrancato dal ruolo di terzietà non ha mai intrapreso una seria azione diplomatica. Preferendo foraggiare in denaro una guerra fatta di rilanci eterni in armi.

Parliamone. Dagli investimenti stranieri in casa nostra. Perché la crisi drammatica di Volkswagen, il taglio di 100 mila posti di lavoro, “è il primo vero campanello d’allarme per l’industria europea”, ha detto Alfredo Altavilla, già vice di Marchionne e oggi consulente di punta di BYD, colosso cinese dell’auto elettrica. E proprio BYD, seguendo le normative Ue, sul modello Made in Europe, pensate per rafforzare la produzione locale, sta valutando di acquisire impianti operativi appartenenti a costruttori tradizionali. In Francia o Spagna. L’Italia non c’è. Accordi con Stellantis per Cassino e Mirafiori erano un’opportunità. Svanita. Un patchwork che contrasta con la punta di diamante del creato e fatto a casa nostra. Il turismo. 13% del Pil. 237 miliardi di euro. Industria non delocalizzabile e che crea occupazione. Senza traccia d’intelligenza artificiale.


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