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L’Octagon di Sisi, la nuova architettura del potere egiziano

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L’inaugurazione del nuovo Strategic Command Headquarters va oltre l’apertura di un quartier generale militare. Il complesso diventa il simbolo di un progetto che intreccia sicurezza, centralizzazione del potere e ambizioni regionali in un Medio Oriente ancora attraversato da conflitti

Il presidente egiziano Abdel Fattah el-Sisi ha inaugurato il nuovo Strategic Command Headquarters, ribattezzato “Octagon” per la sua struttura composta da otto edifici interconnessi (anche in riferimento al Pentagono americano), nel cuore della Nuova Capitale Amministrativa, a est del Cairo. Presentato come il più grande complesso di comando del Medio Oriente, il centro integra sistemi di command and control (C2), comunicazioni, gestione delle crisi e tecnologie basate sull’intelligenza artificiale. Per il presidente egiziano rappresenta un salto di qualità nella capacità dello Stato di affrontare sfide e situazioni eccezionali.

L’inaugurazione, tuttavia, racconta molto più della modernizzazione delle forze armate. L’Octagon appare come il tassello più visibile di un progetto politico che negli ultimi tredici anni ha ridisegnato la geografia del potere egiziano e la concezione stessa della sicurezza nazionale.
La scelta di Sisi di presentarsi in pubblico con l’uniforme da feldmaresciallo, indossata per la prima volta dal 2015, rafforza questa lettura. L’immagine del presidente, il nuovo centro di comando e il riferimento alla “New Republic” – espressione utilizzata più volte da Sisi negli ultimi anni per indicare una fase di rifondazione dello Stato egiziano basata su nuove infrastrutture, centralizzazione amministrativa e rafforzamento delle istituzioni – compongono un’unica narrazione: quella di uno Stato che identifica la propria stabilità con la solidità delle sue istituzioni di sicurezza.

Anche la geometria del complesso partecipa alla rappresentazione del potere. Gli otto edifici interconnessi richiamano inevitabilmente il Pentagono americano, ma la forma scelta dall’Egitto porta con sé riferimenti più antichi all’ordine e alla simmetria. È tuttavia la sua traduzione politica contemporanea a essere più significativa: strutture distinte collegate a un unico centro decisionale, progettato per concentrare informazioni, comando e capacità di risposta. In questo senso, l’architettura dell’Octagon riflette la stessa concezione dello Stato promossa dalla “New Republic” di Sisi: centralizzato, tecnologico e costruito per mantenere il controllo anche in condizioni di crisi.

Lo stesso discorso presidenziale offre una chiave di interpretazione significativa. Sisi ha insistito sul fatto che il nuovo comando strategico non servirà soltanto a gestire operazioni militari, ma costituirà una piattaforma capace di coordinare la risposta dello Stato alle crisi attraverso una visione integrata. La scelta di collocarlo nella Nuova Capitale Amministrativa, ha spiegato, non è casuale.

Il riferimento al passato è esplicito. Sisi ha ricordato gli assedi subiti nel 2013 da alcune istituzioni statali al culmine della crisi politica seguita alla caduta del presidente Mohamed Morsi, sostenendo che il trasferimento del cuore amministrativo e strategico dello Stato serve anche a evitare che episodi simili possano ripetersi. Il Cairo è una mega-city che conta circa 10 milioni di abitanti entro i confini cittadini e oltre 20 milioni nell’area metropolitana; un contesto urbano vasto e complesso in un Paese dove, sotto una superficie di controllo esteso, continuano a emergere tensioni sociali e politiche. In questa prospettiva, la Nuova Capitale non rappresenta soltanto un progetto urbanistico, ma una diversa architettura del potere, concepita per rendere le istituzioni più resilienti alle pressioni interne oltre che alle minacce esterne.

L’Octagon riflette questa impostazione. Più che il semplice equivalente egiziano del Pentagono (come viene descritto dai media mainstream), è presentato come il centro nevralgico di uno Stato che integra difesa, gestione delle emergenze, infrastrutture digitali, cybersicurezza e coordinamento interistituzionale. L’enfasi posta su big data, sistemi digitali avanzati e capacità di risposta alle minacce cibernetiche suggerisce una concezione della sicurezza che supera il tradizionale ambito militare.

La dimensione interna si intreccia con quella regionale. L’inaugurazione arriva mentre il Medio Oriente prova a ridefinire nuovi equilibri dopo gli ultimi conflitti. Nel suo discorso pubblico, Sisi ha rivendicato il ruolo svolto dall’Egitto nella mediazione che ha portato all’accordo di Sharm el-Sheikh per fermare la guerra a Gaza e ha espresso sostegno agli sforzi diplomatici che hanno contribuito a interrompere il confronto tra Stati Uniti e Iran. Allo stesso tempo ha ribadito che una pace duratura richiede una soluzione della questione palestinese e la nascita di uno Stato palestinese con Gerusalemme Est come capitale.

Non è un messaggio nuovo, non è contraddittorio. Al contrario, il presidente egiziano propone una visione nella quale il rafforzamento delle capacità militari costituisce la premessa della diplomazia. L’idea è quella di uno Stato sufficientemente forte da poter esercitare un ruolo di stabilizzazione regionale. Qualcosa di simile al concetto trumpiano di “peace through strength”.

Questo si inserisce in una tendenza più ampia che coinvolge diverse potenze del Medio Oriente. Israele continua a investire nell’industria della difesa e nella superiorità tecnologica. La Turchia punta sull’autonomia strategica e sulla propria industria militare. L’Arabia Saudita accompagna la trasformazione economica con un rafforzamento delle capacità di sicurezza. L’Egitto sembra invece voler costruire la propria immagine come garante della stabilità istituzionale del sistema arabo, facendo leva tanto sulla diplomazia quanto sulla capacità di comando.

Ma l’Octagon suggerisce anche una lettura più ampia, totale, futuristica. La Nuova Capitale Amministrativa non è solo il luogo fisico scelto da Sisi per mettere in sicurezza il centro dello Stato. È parte di una trasformazione globale nella quale il potere politico, economico e tecnologico tende a concentrarsi in grandi piattaforme urbane.

Secondo le Nazioni Unite, la popolazione urbana mondiale dovrebbe passare dal 55% del 2018 al 68% entro il 2050, con quasi il 90% della crescita concentrato in Asia e Africa. La competizione strategica dei prossimi decenni non riguarderà soltanto confini, rotte marittime o basi militari, ma anche la capacità degli Stati di governare grandi agglomerati urbani, resi sempre più abitati perché permette accesso migliore alle infrastrutture digitali che governano i dati, ma anche a energia, acqua, prosperità e sicurezza.

Anche da questo punto di vista, l’Octagon è più di un quartier generale militare. È un dispositivo di governo collocato dentro una città progettata per ora per concentrare ministeri, istituzioni sovrane, infrastrutture digitali e capacità di comando, e potenzialmente espandibile ad altre dimensioni sociali. La sua funzione non è soltanto difendere l’Egitto da minacce esterne, ma amministrare la complessità di uno Stato destinato a essere sempre più urbano e connesso, ma anche vulnerabile a shock simultanei.

È un passaggio che riguarda in primo luogo il cosiddetto Sud globale. Le nuove centralità geopolitiche potrebbero formarsi sempre meno attorno al concetto delle statualità storiche e sempre più attorno a conglomerati urbani capaci di attrarre popolazione, capitale, tecnologia e funzioni statali. Non saranno necessariamente città-Stato in senso formale, ma queste mega-city potranno assumere un peso crescente nella distribuzione del potere nazionale e regionale.

La scelta egiziana può essere letta anche in questa direzione. Sisi non sta soltanto trasferendo il comando militare fuori dal Cairo: sta tentando di costruire un nuovo centro di gravità statale (e regionale), dove sicurezza, amministrazione, intelligenza artificiale e gestione delle crisi convergono in un’unica architettura. L’Octagon diventa così il simbolo di una geopolitica sempre più urbana, nella quale il controllo delle città, dei dati e delle infrastrutture sarà parte integrante della potenza.


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