La bocciatura dell’emendamento sulle preferenze conferma la centralità delle segreterie di partito nella selezione della classe parlamentare. Tra le contraddizioni di maggioranza e opposizione, il voto del 14 luglio riapre il tema della rappresentanza e della distanza tra eletti ed elettori, con il rischio di alimentare ulteriormente la sfiducia verso le istituzioni. L’analisi di Alessandro Sterpa, costituzionalista e professore di Diritto pubblico all’Università della Tuscia
Votare contro l’introduzione delle preferenze nella legge elettorale per il Parlamento, per di più farlo il 14 luglio, rappresenta plasticamente l’impossibilità della presa della Bastiglia da parte del popolo.
Capiamoci, le preferenze hanno molte criticità per il modo in cui si costruisce il consenso: meglio i collegi maggioritari uninominali. Ma le leggi elettorali procedono per scelte sul “meno peggio” previsto dalle norme in fieri e non sull’optimun.
E in questa logica le preferenze (da scrivere, da barrare con i nomi già scritti, con i numeretti…poco conta) sono comunque meglio delle liste bloccate decise all’ultimo minuto da partiti affollati di protagonisti che fanno solo politica (che non sarebbe di per sé male) senza avere alcun contatto con la realtà.
Perché le liste bloccate sono il massimo del potere per i gruppi dirigenti di partiti che non fanno più congressi veri e che sono affollati di commedianti che ci portano oltre la partitocrazia denunciata dal grande Giuseppe Maranini.
Almeno allora i partiti erano una cosa seria, adesso sono gestiti – salvo rare e circoscritte eccezioni – da gruppetti di amichetti che mandano in Parlamento spesso “meri votatori” più che grandi intellettuali o liberi pensatori.
I pensatori, come quelli che hanno i propri voti, sono faticosi da gestire, dobbiamo capirli: meglio i tranquilli “spingitori di tasti”.
Insomma, l’emendamento bocciato ieri avrebbe un po’ migliorato la situazione – per la libertà degli elettori – ma avrebbe messo in crisi amici, capi-cordata, correnti, gruppi, gruppetti e via dicendo.
Ci sta che gli eletti con le liste bloccate, molti dei quali non prenderebbero più di poche decine preferenze, vedano la corsa al voto concentrarsi sulla vicinanza a chi fa le liste più che a chi vota.
D’altronde, non mancano esempio tragici in questi ultimi anni. Parlamentari candidati sindaci, Presidenti di Regione e consiglieri regionali hanno visto cosa significa nel convincere le persone a scrivere la preferenza.
E infatti sono rimasti seduti in Parlamento e a scrivere sui social.
Pensate, con centinaia di bravi Sindaci che si fossero candidati con le preferenze quanti sarebbero diventati parlamentari? Quasi tutti se avessero sfidato molti degli uscenti deputati e senatori.
E poi chi li avrebbe “governati”? Amministratori che devono asfaltare strade e aprire scuole non è che possono stare ore a parlare di flottiglie varie e schieramenti pro-questo o quello o No-questo o quello.
D’altronde, oggi i rappresentanti eletti dal popolo più liberi di agire nel panorama politico chi sono? I parlamentari europei che – guarda caso – quelle preferenze pigliano da soli anche senza stare nei gruppetti, gruppettini e cordatine varie.
Ieri è andato in scena un momento buono per il teatro dell’assurdo.
L’opposizione voleva le preferenze a parole, poi ha dichiarato di votare contro (con argomenti da copione già noto) e infine ha festeggiato la vittoria della linea contro la quale si esprimeva nei giorni precedenti; la maggioranza presenta l’emendamento per introdurle, ma per due voti perde (non per uno come dicono alcuni, perché se fosse finita 188 pari sarebbe comunque stato respinto l’emendamento, ma qui neppure la matematica fa breccia ormai…).
Una novità? Neppure per nulla. Le liste bloccate campeggiano con gioia dei partiti e partitini anche a livello regionale, fin dalla “rossa” Toscana.
E che succede? Gli elettori quando scelgono i consiglieri regionali sono meno elettori di quando eleggono i parlamentari? Mistero.
Li vanno bene e a livello regionale no o viceversa vanno male solamente a livello nazionale?
La verità, forse, è che nessuno voleva le preferenze, come nessuno vuole perdere la possibilità di tornare in Parlamento. Con buona pace del popolo che, ad oggi, resta davanti ad una scheda per fare solo una X sul menù già proposto.
14 luglio 1789, il popolo francese prende il controllo della Bastiglia simbolo della monarchia assoluta per imporre il principio democratico e la volontà popolare.
Il 14 luglio 2026 i parlamentari della Repubblica italiana si chiudono nella fortezza della Camera, simbolo del potere di fatto assoluto dei partiti che non sono più tali.
Quando la politica si chiude, le reazioni sono imprevedibili. Non serve la ghigliottina grazie al cielo, perché con o senza preferenze, avremo sempre in mano la lama più tagliente delle democrazie liberali: la scheda elettorale. E si può usare anche per assaltare la “Bastiglia” di turno.
Speriamo che non accada però rafforzando una già strisciante reazione antisistema che, proprio comportamenti come quello di ieri, rischiano di legittimare.
Interessa a chi difende la sediolina di pochi difendere la libertà di tutti?
















