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Hormuz verso la normalizzazione? Tutti gli scenari secondo Caffio

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Una lenta normalizzazione si profila ad Hormuz con gli Usa impegnati nello sminamento e nella libertà di transito. L’Iran cerca di mantenere il suo ruolo di interdizione cercando anche di far cassa; l’Oman sembra non contrastarlo. I Volenterosi stanno alla finestra. I nostri cacciamine a Gibuti sono sempre pronti ad entrare in azione. Cresce la pressione dello shipping internazionale per la piena ripresa della navigazione. L’opinione di Fabio Caffio

La crisi di Hormuz, scaduti i sessanta giorni di tregua stabiliti dal memorandun, non è ancora risolta. Teheran avrebbe dovuto sminarlo e riaprirlo alla libera navigazione senza pedaggi, ma così non è stato, anche perché le trattative avviate con il frontista omanita per stabilire un regime concordato di passaggio hanno rivelato intenzioni di segno contrario. Nel frattempo gli Stati Uniti, pur con alcuni eccessi propri della retorica trumpiana, si sono assunti il ruolo di difensori della libertà di transito.

Usa a difesa di Hormuz

Impegnati nelle ostilità contro l’Iran e nel blocco dei suoi porti, gli Usa nella prima parte del conflitto erano sembrati non preoccupati delle gravi ricadute negative per l’economia mondiale della chiusura dello stretto. Qualcuno aveva anche cominciato a concettualizzare questo disattenzione per le questioni globali, interpretandola come una nuova forma di isolazionismo simile alla dottrina Monroe dell’Ottocento. Certo è che lo scarso interesse Usa per la condizione di Hormuz creava disorientamento in chi era da decenni abituato a confidare nel ruolo storico svolto da Washington a difesa della libertà di navigazione su scala mondiale, di fronte alle pretese illegittime ed eccessive.

Ma ora, nelle ultime settimane, la Us Navy, pur mantenendo il blocco navale come misura di guerra contro l’economia iraniana, ha preso a scortare  di notte numerosi mercantili impegnati nel trasporto di petrolio dei Paesi del Golfo. La rotta utilizzata,  in acque omanite, è stata sminata, come comunicato oggi dal Us Central Command  (Centcom). Gli effetti positivi per i prezzi del greggio si sono fatti sentire e lo shipping internazionale ha ricominciato a sperare in una normalizzazione. Di strano, in tutto questo, c’è solo la dichiarazione del presidente Trump su Hormuz come “American territory” che però non va presa  alla lettera, indicando piuttosto  una diretta assunzione di responsabilità in un’area strategica per gli Usa.

Inconcludenza di Iran (ed Oman)

Teheran appare ancora incerta sulle mosse imposte dal suo assolutismo, incentrate sulla territorializzazione delle rotte di navigazione e sul pagamento di ingenti pedaggi mascherati da corrispettivi per servizi resi. Le trattative bilaterali con Muscat rivelano la volontà di non risolvere la questione, come si avrebbe tornando al precedente status quo dei due canali di traffico in acque omanite, in entrata ed uscita.

Purtroppo anche l’Oman mantiene una pericolosa ambiguità, giungendo persino a preannunciare -come da anni periodicamente fa sulla base di una propria  posizione consolidata alle NU- che il passaggio delle navi da guerra straniere dovrà essere autorizzato preventivamente. Peraltro, non sono ancora chiare le intenzioni di Muscat sullo sminamento delle sue acque territoriali che dovrebbe autorizzare esplicitamente. Gli Usa probabilmente sono intervenuti de facto senza autorizzazione, nel quadro del loro dispositivo navale dello stretto.

Attendismo europeo

I Volenterosi che, sotto la guida di Francia e Gran Bretagna, si erano detti pronti a condurre un’operazione di peace-keeping navale  per il suo sminamento e la riattivazione della piena libertà di navigazione. Parecchi Paesi avevano aderito all’iniziativa, fra cui noi e l’Olanda. Poi però, al momento di definire i contorni della missione, gli Usa hanno negato il loro sostegno relativamente soprattutto allo sminamento. L’odierna  dichiarazione di Centcom (“le rotte di transito riconosciute a livello internazionale sono libere da mine iraniane  grazie allo straordinario lavoro dei militari statunitensi”) conferma che Washington, con un sussulto di orgoglio,  non vuole cedere spazi di manovra a chicchessia.

Impegno italiano  

I cacciamine italiani Crotone e Rimini inviati dal nostro governo in area, in attesa dell’avvio dell’operazione dei Volenterosi, sono ancora a Gibuti da maggio, a riprova di come l’operazione multinazionale sia ancora nell’agenda internazionale. Non è infatti cambiata la posizione espressa dalla premier Meloni ad aprile, quando aveva detto che “L’Italia è pronta a fare la sua parte… sulla presenza navale a Hormuz, aspetto irrinunciabile per diversi motivi: per esigenze concrete, come quella di sminamento del tratto di mare intorno a Hormuz, e più in generale per rassicurare l’industria marittima e fornire un quadro di sicurezza per le navi in transito nello Stretto… quando vi sarà una cessazione delle ostilità, in coordinamento con tutti gli attori regionali e internazionali e con una postura esclusivamente difensiva”.

Tutto chiaro dunque, in attesa come ovvio che il Parlamento autorizzi la nostra partecipazione.

Anche perché, nel frattempo, il ministro Crosetto lo scorso luglio ha confermato la presenza navale della Marina nel vicino stretto di Bab el Mandeb nell’ambito della missione Ue “Aspides”, in quanto “abbiamo accettato di fare parte di una missione che serve proprio per proteggere i traffici marittimi da cui dipende una parte importante della nostra economia”.

Riaffermare i fondamenti del diritto marittimo

Se il trend sulla riapertura di Hormuz è positivo, non altrettanto sono le prospettive sull’applicazione dei principi del Diritto del Mare, consuetudinario e pattizio, relativi al libero transito negli stretti internazionali come Hormuz. Di fronte al silenzio delle Nazioni Unite (solo l’Imo si è fatta sentire a difesa dei diritti umani dei marittimi attaccati nello stretto) si è creata un’ambigua situazione di sfiducia sulla validità cogente dei principi in materia della Convenzione Unclos.

In nome della realpolitik, pochi Paesi hanno richiamato con forza questi sacrosanti principi che dal secolo scorso  garantiscono la libertà e la prosperità del commercio marittimo. Quando tutto sarà finito, magari ci sarà spazio per la diplomazia giuridica. Un gruppo di Stati  potrebbe forse chiedere ad un organo di giurisdizione internazionale (quali Itlos o Icj) un parere consultivo sul regime applicabile ad Hormuz o in luoghi simili, in modo di disporre, alla prossima crisi, di “linee guida sul passaggio negli stretti internazionali” un po’ più certe ed affidabili di quelle desumibili da testi di dottrina.


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