Con “The Sheep in the Box” (citazione da Antoine de Saint-Exupéry) il cineasta nipponico Hirokazu Kore-eda realizza una spiazzante storia tra quotidianità e sci-fiction: una coppia accetta un bambino umanoide, “confezionato” in sostituzione del figlio, di nove anni, deceduto in un “incidente”. Nei giorni in cui Open I e Anthropic lanciano l’allarme sullo strapotere dell’IA, il film di Kore-eda pre-figura una società con umanoidi non più controllabili. La recensione di Eusebio Ciccotti
Un’azienda che lavora con l’IA, REbirth, è in grado di offrire un “programma” per elaborare il lutto, ossia un umanoide che sostituisca la persona scomparsa. Siamo a Yokohama, in un domani non troppo lontano, e una giovane coppia, Kensuke (l’apparente coriaceo marito, Daigo Yamamoto) e Otone (la splendida e travagliata moglie: la nuova stella nipponica Haruka Ayase), colpita dalla perdita di Kakeru, 9 anni, (“morto in un incidente”), decidono per il bambino-copia: è lo spiazzante The Sheep in the Box (2026) di Hirokazu Kore-eda.
Il Piccolo Principe
Il titolo si riferisce a un passaggio del Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, quando il pilota prova a disegnare una pecora, ma il disegno non convince il Piccolo Principe. Allora il pilota disegna una scatola e dice che dentro vi è la pecora. Il Piccolo Principe è soddisfatto. La pecora è nella scatola, non si vede, ma c’è. Ossia bisogna figurarsela con la mente. E così ognuno “vedrà” la sua pecora perfetta.
L’analogia consente a Kore-eda una riflessione su come noi vogliamo vedere il mondo. Nel nuovo bambino Kakeru, un umanoide che “vive” grazie a un chip, perfetta copia di Kakeru, la madre, Otone, subito vede il “suo” bambino tornato in vita. Freddo, sull’acquisto dell’umanoide, è Kensuke, che vieterà al bambino di farsi chiamare “papà”, bensì “signore”.
Come si costruisce un bambino umanoide
Per ottenere il nuovo bambino il più possibile uguale al Kakeru scomparso, i genitori hanno inviato precedentemente foto di Kakeru a REbirth: scegliendo quelle con gli abiti preferiti dal piccolo; i momenti di gioia e divertimento nel giardino di casa, accanto all’albero di limoni; o nelle gite nella natura. Ma anche frasi e ricordi dei genitori nei riguardi del piccolo. L’IA ha rielaborato il materiale e inserito le informazioni nel chip che “anima” il nuovo Kakeru, fornendogli frasi molto simili a quelle che diceva il reale Kakeru.
Kakeru non ha memoria
L’elaborazione del lutto da parte di Otone e Kensuke sta progredendo man mano che il nuovo Kakeru mostra qualità intellettive superiori al bambino scomparso. Le sue interazioni linguistiche lo mostrano precocemente maturo. Ma c’è un limite: i dati elaborati dall’IA nel chip non consentono a Kakeru di rispondere ad avvenimenti accaduti al Kakeru originale, alla sua passata vita, ma solo a osservazioni relative ai sentimenti dei genitori trasmessi all’azienda: cosicché le risposte di Kakeru umanoide, elaborate sulle informazioni inserite, non vanno oltre quelle che i genitori si attendono dal “loro” figlio.
La prova
La prova arriva in un momento in cui Kensuke, ormai convintosi che il nuovo bambino sia la reincarnazione del vero Kakeru, lo porta nei pressi di un passaggio a livello dei treni locali. Dove avvenne la “disgrazia”. E dove anche altri bambini sono scomparsi in un “incidente”. Kensuke, nella sua ricostruzione mentale (qui la sceneggiatura è volutamente allusiva ed ellittica, come nello stile di Kore-eda), è convinto che un maniaco seriale forse abbia abusato del bambino e poi lo abbia ucciso gettandolo sotto un treno in transito. Giunti nei pressi della ferrovia, Kensuke chiede a Kakeru: “Cosa è successo qui? C’era un uomo?!”. Ma Kakeru non può rispondere. Non ha memoria.
L’IA supera l’umano
Le settimane passano e Otone e Kensuke si rendono conto che Kakeru acquista vieppiù una sua indipendenza. Ora frequenta un gruppo di preadolescenti, ragazzi e ragazze, tutti umanoidi, guidati da un adolescente, maturo e tranquillo. Essi cercano di vivere in autonomia e in sintonia con la natura. Si riuniscono, per ora, in un vecchio deposito abbandonato, ma sognano di andare a vivere nel bosco. Ormai Kakeru si intende meglio con gli amici umanoidi; sono esseri indipendenti che possono fare a meno della società umana. Kensuke e Otone accettano serenamente l’“abbandono” di Kakeru, avendo ormai elaborato il lutto.
Racconto multistrato
The Sheep in the Box è un racconto multistrato e stimola riflessioni filosofiche, psicologiche, scientifiche, teologiche. Kore-eda, citando de Saint-Exupéry, sul piano filosofico, sottolinea l’importanza di ciò che noi immaginiamo, del noumeno, rispetto a quello che vediamo, ossia al fenomeno (forse qui vi è l’indiretta influenza di Federico Fellini, amato da giovane studente universitario). Sul versante scientifico si limita a registrare come l’IA, già autrice di mondi-copia paralleli, possa addirittura fornire, oltre al sapere contenutistico, un’“anima”, dei “sentimenti”, dei “pensieri”, costruiti da inserire in un umanoide. Ma, soprattutto, che l’umanoide, poi, è in grado di sviluppare suoi pensieri e rendersi autonomo.
L’IA costruisce uomini indipendenti
The Sheep in the Box “completa” nella metamorfosi Der Golem (1915, di Henrik Galeen e Paul Wegener) e, soprattutto, va oltre Metropolis (1927, Fritz Lang): ossia, come creare una copia della persona scomparsa che sia identica all’“originale” non solo fisicamente, ma anche intellettualmente e psicologicamente. Al contempo, indirettamente, Kore-eda ci dice come stiamo andando verso una inevitabile disumanizzazione del nostro pianeta: in cui gli uomini saranno sostituiti da robot umanoidi. Cui forse è impossibile opporsi. Non è fuorviante leggere The Sheep in the Box come una delicata “possibile deriva dell’IA, sia nel mondo del lavoro, sia nel campo militare” (Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, p. 238), ma soprattutto nella vita quotidiana come noi la conosciamo.
Infanzia e adultità
Altro tema presente nella poetica di Kore-eda è quello dell’infanzia. Da quella abbandonata (Nessuno sa; Ritratto di famiglia con tempesta) a quella decisa a lasciare il nucleo familiare (appunto The Sheep in the Box). Argomento che gli consente un approccio psicologico sui difficili rapporti tra adulti e bambini, soprattutto quando questi nascondono un mondo altro ai loro genitori (L’innocenza – Koibutsu, lett. “Mostro”, premio per la migliore sceneggiatura a Cannes 2023).
Un finale edenico ci rassicura?
OpenAI e Anthropic, in questi ultimi giorni, hanno lanciato l’allarme: rallentare la corsa all’IA e controllare i modelli che vengono prodotti senza sosta. L’uomo potrebbe essere sorpassato e gestito dall’IA. Come già nel finale de L’innocenza, con i due bambini sorridenti e felici, in corsa verso il bosco per viverci, così il finale di The Sheep in the Box si chiude con il gruppo dei ragazzi colto mentre si inoltra nel bosco. Kore-eda vuole rassicurarci: qualora dovessimo essere gestiti dall’IA, cerchiamo di programmarla in difesa della natura, del pianeta, sperando che rispetti il “programma”.
















