“Non c’è uno Stato dove il gender gap non esista. Non è un problema solo italiano. È un problema universale e trasversale in ogni contesto”. L”ultimo volume di Ilaria Capua, già direttrice del Dipartimento di Scienze biomediche comparate dell’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie di Legnaro (Padova), è un invito alle donne a contrastare stereotipi, discriminazioni e abusi di potere per affermare il proprio talento e la propria identità
Un atto di amore verso le donne. Un manuale per resistere a pregiudizi e tutelare l’identità femminile. È l’obiettivo dell’ultimo libro di Ilaria Capua, dal titolo: “Non mollate. Manuale di resistenza per l’affermazione del talento femminile” (ed. Rizzoli). Contro disuguaglianze e pregiudizi, asimmetrie e abusi di potere, stereotipi che condizionano l’autostima delle stesse donne.
Prevaricazioni e ingiustizie non avvengono per “colpa” della vittima. Ma bisogna esserne consapevoli. Si può combatterle con un vademecum? È la “resistosfera” della scienziata per contrastare prepotenza e frustrazione, sessismo e molestie anche verbali, “da usare per non confondere la violenza subìta con un limite personale”.
“Yes, we can” (Barack Obama) è la frase che apre il libro. Un invito alla fiducia e alla determinazione.
Ilaria Capua ci dimostra che si può, e racconta storie vere.
Un cammino accidentato, la carriera delle donne, tra pregiudizi inconsci ma pervasivi e costruzioni culturali. Esperienze dirette e indirette vissute, in Italia e all’estero, in decenni di lavoro, sono offerte dall’esperta per spiegare che è possibile “non mollare” proprio attraverso le virtù femminili. Qualità declinate in perseveranza, determinazione, intraprendenza, resilienza, curiosità, discernimento, autostima e tolleranza. Potenti strumenti in grado di annientare, in un sistema maschilistico strutturale, qualsiasi “troglodita”, assicura Ilaria Capua prendendo a prestito il termine da un uomo, lo scrittore Francesco Piccolo, per definire una distorta virilità.
La virologa intreccia dati e circostanze descrivendo con ironia contesti intrisi di stereotipi per un talento che, invece, non ha genere e non va sprecato. Nel mondo accademico, le laureate sono oltre il 25,9% del totale (rispetto al 18,7% degli uomini) e sono circa il 50% dei ricercatori ma i ruoli senior sono ricoperti per oltre il 70% da maschi. Mentre, tra il 2011 e il 2023, oltre 350.000 giovani (quasi per la metà donne) hanno lasciato il nostro Paese alla ricerca di migliori opportunità. Sono dati che non riguardano solo l’Italia. Persino in Svezia, paese leader nella parità di genere, solo il 28-30% dei professori ordinari è donna, più o meno come in Italia.
Lo squilibrio tra generi penalizza le donne, in particolare, nelle materie scientifiche, e si accentua nelle posizioni apicali. Il rapporto Alma Laurea 2026 evidenzia che, nelle facoltà STEM, circa il 40% dei laureati sono donne e il 60% uomini, dato invertito rispetto alle altre lauree; tra i dottori di ricerca STEM la quota femminile scende al 36,7% mentre, nelle altre aree disciplinari di dottorato, le donne superano il 50%. Una segregazione che non può essere ricondotta a fattori individuali bensì a schemi culturali che indirizzano le donne verso professioni educative e di cura. Il 94% degli uomini lavora dopo cinque anni dal titolo contro il 91% delle donne che entra subito nel mondo del lavoro, ma la retribuzione femminile è inferiore del 15% a quella maschile già al primo impiego.
Nei laboratori da diretti da Capua, in Italia e all’estero, le ricercatrici hanno toccato anche punte del 70%. Le donne in ruoli apicali fanno, dunque, la differenza.
In Italia, lavora una donna su due, fanalino di coda in Unione europea. Solo il 14% arriva a ruoli dirigenziali senior e, tra le CEO, la percentuale è del 4%. Dietro i numeri, talenti dispersi e mancata crescita e sviluppo del Paese. Eppure, le imprese guidate da donne hanno una produttività maggiore (+14%) e quando accedono all’innovazione i risultati raggiungono il 30–40% in più.
Il futuro ha bisogno del talento femminile. Dove c’è leadership femminile, c’è crescita dell’economia e progresso della società. Tema di diritti civili ma anche leva strategica per l’economia.
“Un ostacolo colossale sul percorso accademico”, evidenzia Capua, sono le molestie sessuali. Secondo un rapporto delle “National academies of science, engineering & medicine”, il 50% delle docenti e ricercatrici e il 20-50 % delle studentesse STEM ne è stata vittima da parte di docenti o personale universitario.
La “sfera” delle virtù femminili della “resistosfera” può funzionare, nella speranza, che, in un mondo ideale, “i trogloditi diventino uomini”? Sono virtù anche poco “spettacolari”, come la “perseveranza”, afferma l’autrice, “quella vibrazione minima che tiene accesa la fiammella in attesa del momento in cui si ripartirà alla grande”.
Rimanere ciò che si è senza rincorrere il consenso a tutti i costi è tra gli strumenti della “cassetta degli attrezzi”, superando quelle barriere interiori che, sin da bambina, chiudono orizzonti. “Cedere al consenso altrui può sembrare una strategia rassicurante ma alla lunga ha un prezzo altissimo, in termini di dignità personale e di coerenza profonda”. “Non mollare se ti senti poco considerata: guardati dentro e usa l’autostima. Hai già fatto cose importanti”.
Sogni, progetti, idee, valori rischiano, spesso, di essere abbandonati, di fronte a frustrazione e fallimento che, invece, fanno parte del percorso di crescita e richiedono “determinazione”. E il successo, pur nelle condizioni più favorevoli, può incontrare “qualche imprevisto fuori dall’ordinario che può far deragliare il nostro treno”.
Le “magiche virtù” possono aiutare, dunque, le donne a non mollare. In definitiva, di fronte alle sfide, governare se stesse è la strada migliore. Forse l’unica.
Ne parliamo con Ilaria Capua, già direttrice del Dipartimento di Scienze biomediche comparate dell’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie di Legnaro (Padova) impegnata in attività di ricerca innovativa sullo studio di eventi pandemici. Nel 2000, il suo laboratorio ha sviluppato la prima strategia di vaccinazione per l’influenza aviaria e, nel 2006, è stato il primo a isolare il virus. Nel 2011, la virologa ha ricevuto il prestigioso premio “Penn Vet World Leadership Award in Animal Health”, conferito per la prima volta a un italiano e prima donna. Parlamentare della Camera dei deputati dal 2013 al 2015. Rientrata in Europa dopo sette anni presso l’Università della Florida, dove ha diretto il Centro di ricerca di eccellenza One Health, ha tenuto un master all’Università Bocconi ed è docente di Global Health presso la Johns Hopkins University di Bologna. Insegna “salute circolare”, un approccio integrato che riconosce la salute degli esseri umani, degli animali, delle piante e dell’ambiente come interconnessa e interdipendente. Una prospettiva che non può prescindere da affari internazionali e scienze politiche. Sull’argomento, ha pubblicato “Salute circolare. Una rivoluzione necessaria” (2019) e “La meraviglia e la trasformazione verso una salute circolare” (2021).
Brillante, positiva, empatica, scienziata visionaria di grande competenza, Ilaria Capua ha attraversato e superato con il sorriso anche ingiustizie e difficoltà. Si definisce “una femmina alfa”, ricordando che il regno animale offre molti esempi di leadership femminile.
Molti giovani, dopo la laurea, guardano all’estero come al mondo delle opportunità e della meritocrazia. Dopo una lunga parentesi americana, ha scritto un libro dedicato, soprattutto, alle giovani ricercatrici. Una situazione migliore, all’estero, per il mondo femminile, nel lavoro e nella società civile?
Non c’è uno stato dove il gender gap non esista. Non è un problema solo italiano. È un problema universale e trasversale in ogni contesto. “La fuga dei cervelli” riguarda molto l’Italia ma l’affermazione del genere femminile è un tema aperto di tutti i paesi, con i quali condividiamo più o meno gli stessi valori. Ad esempio, il Giappone, paese super tecnologico, ha numeri inferiori di professoresse ordinarie (il 18%) e la Svezia ha solo 3 punti sopra l’Italia, il 30%. Permettere a questo numero di crescere vuol dire valorizzare il talento femminile. Come si fa, dunque, ad agire sul fatto che ci sono poche donne? A loro dico “non mollate” e aumentate questi numeri. Se un atteggiamento di non mollare riesce a salvare dallo smarrimento le donne guadagnando anche solo una piccola percentuale in più, in qualunque graduatoria mondiale, accademica, è importante.
Perché le donne, spesso, “mollano”?
Il fenomeno è legato a due fattori. Da un lato ci sono i comportamenti scorretti, dall’altro le donne rinunciano per un lavoro meno competitivo, o vanno all’estero, oppure decidono di non lavorare affatto. Mollare è, in ogni caso, la radice dello spreco del talento femminile che, tra l’altro, è uno dei più grandi problemi anche per l’economia.
Tra gli strumenti della sua “resistosfera”, qual è quello che ha una maggiore efficacia per contrastare comportamenti inappropriati e costruire un futuro diverso per le donne? Li dobbiamo utilizzare tutti?
Le cose che racconto sono vissute da molte donne. Hanno paura o sono frustrate, non hanno gli strumenti o non si pongono neanche il problema perché bisogna andare avanti e non ci si può fermare e denunciare a ogni ostacolo. Questo, però, perpetua quei comportamenti inappropriati perché, in qualche modo, l’attore si sente legittimato. Il mio è un richiamo al “branco”, nel senso che certe cose non sono normali, sono comportamenti da “trogloditi” e, come tali, bisogna resistere e combatterli per quanto possibile. È un invito a fare un reset. Alcune virtù “portanti” connotano ognuna e ognuno di noi, magari si è più inclini a perseverare, o ad avere coraggio. È importante acquisire la consapevolezza che queste virtù possono rivelarsi incredibilmente utili e una seconda via esiste, c’è un alter ego del comportamento irrispettoso e, quindi, è necessario usare quelle virtù per promuovere il cambiamento. Il problema non siamo noi e non è colpa nostra. Si può essere vittima anche in modo casuale solo perché si è in un luogo o in una situazione in quel determinato momento. Possiamo tirare fuori le virtù femminili che costituiscono la “resistosfera” per combattere questo sistema, è la nostra “borsetta di Mary Poppins”.
Molte di noi hanno maturato esperienze positive e negative riuscendo, poi, a riemergere con maggiore forza. Quanto incide l’educazione in famiglia? Il messaggio finale è che la forza la dobbiamo trovare in noi?
È così. Ma dobbiamo cambiare un po’ la prospettiva. Alle presentazioni del mio libro, parlo soprattutto ai padri, nel senso che queste cose succedono anche alle loro figlie, che probabilmente non raccontano dei comportamenti subìti per vergogna o per altri motivi.
È un problema riuscire a motivare i giovani, in una situazione che non avremmo mai immaginato così drammatica e nella quale è difficile nutrire entusiasmi. Siamo tutti più fragili. Il suo incarico di docente universitaria in materia di “salute circolare” ha un approccio molto interessante. Quali sono gli obiettivi?
Sono molto impegnata sul tema della “salute circolare”, che ho iniziato a sviluppare prima della pandemia, pubblicando anche il primo libro sul tema, per proporre un approccio più integrato sulla gestione della salute. Viviamo in un sistema chiuso nel quale la nostra salute di Homo sapiens non può prescindere dalla salute degli animali, delle piante di cui ci nutriamo e, in maniera più ampia, dalla salute della terra, dell’acqua, dell’aria e del fuoco. Abbiamo trattato, invece, i quattro elementi come non ci fosse un domani, nel senso che abbiamo violentato la terra, abbiamo pescato troppo nei mari e ridotto ovunque la biodiversità, abbiamo inquinato troppo l’aria, e questo ha delle ripercussioni sulla nostra salute di tutti i giorni e sugli equilibri intorno a noi; quindi, invito a una riflessione e, soprattutto, al fatto che ognuno di noi può fare qualcosa. È appena partito il progetto di sensibilizzazione “Coop per la scuola 2026: Pensiamo circolare” sviluppato con Geopop e Giunti Scuola che si ispira al concetto di salute circolare e vuole raccontare ai ragazzi di tutti i quattro gradi scolastici questo modo di guardare quello che ci circonda e come ognuno di noi può fare qualcosa. È un progetto che si suddivide in varie fasi, le famiglie possono sostenere le scuole e, grazie a strumenti didattici semplici e accessibili, il progetto aiuta gli insegnanti a guidare gli studenti e le famiglie a comprendere l’impatto dei propri gesti quotidiani sulla salute. Ci sono dei comportamenti che possono essere messi in atto da ognuno di noi nella quotidianità. Ad esempio, smaltire correttamente i farmaci impatta sulla sanità pubblica, la salute del terreno, dell’acqua.
Un’estate caldissima, quest’anno. Cosa fanno gli stati o cosa potrebbero fare per combattere l’emergenza climatica? E l’Europa?
È un momento in cui bisogna destare le coscienze perché quello che vediamo intorno a noi non va proprio nella direzione giusta. Sappiamo qual è la direzione giusta, non è che dobbiamo fare ricerca, lo sappiamo da molti anni. È un difficile momento. Il più grosso player, gli Stati Uniti, quello che aveva anche la più grande capacità negoziale, ha preso una posizione diversa sugli accordi sul clima. Sono un’europeista convinta e l’Europa si trova adesso più sola e non ha sufficienti risorse economiche nelle tematiche della ricerca, d’altronde le guerre costano. Gli Stati Uniti erano il nostro “best friend forever” in tantissimi ambiti, nella sanità pubblica per esempio, nella ricerca. Ora non più. Questo tradotto in termini concreti vuol dire che l’Europa non deve mollare e può solo farlo se i cittadini la sostengono.















