Attacchi in Germania, tensioni economiche in Russia, interessi cinesi, crisi di Hormuz ed elezioni europee: il conflitto ucraino entra in una fase complessa che rende più significativa la missione degli inviati Usa. Segnali che potrebbero favorire una nuova stagione diplomatica
C’è la data, anzi le date. I negoziatori americani Steve Witkoff e Jared Kushner visiteranno prima Mosca e poi Kyiv il 5 e 6 settembre. L’ordine delle visite è cruciale e non casuale. Era stato Vladimir Putin, pochi giorni fa dal palco del Forum economico orientale di Vladivostok, ad aprire alla possibilità di trattative “costruttive”. Subito dopo Volodymyr Zelensky aveva annunciato l’arrivo degli inviati di Donald Trump, passaggio confermato dal presidente americano in un’intervista a GB News. Nel mezzo, i frutti della “semina” fatta in precedenza dal numero uno della Cia e da mons. Gallagher, in visita nella capitale russa: tutti elementi che contribuiscono a spiegare come la situazione sia attraversata da una possibile fase nuova alla voce diplomazia.
Dalla Baviera al tavolo diplomatico
C’è un filo che unisce gli attacchi incendiari in Baviera, i droni a Lipsia e la ripresa del dialogo? Certamente e vanno letti in filigrana, alla luce delle difficoltà complessive in cui il conflitto si sta trascinando. Le lunge code ai distributori di benzina su suolo russo, le intenzioni programmatiche cinesi che preferirebbero una stagione di pace per fare più affari, gli intrecci con la crisi a Hormuz, l’anno elettorale che si apre in Europa per vari Paesi. C’è tutto nel calderone della guerra, ragion per cui la presenza degli inviati americani è particolarmente significativa. “Ci sono possibilità? A mio avviso sì, ci sono”, ha detto il presidente russo rispondendo a una domanda sulla prospettiva di trattative pacifiche con Kyiv.
Qui Kyiv
La risposta di Kyiv si ritrova alla voce Europa. Sì, è in scia all’Ue che si muove il governo ucraino, con una precisa volontà di ricominciare a lavorare su asset russi congelati. Lo ha messo nero su bianco Vsevolod Chentsov, vice primo ministro per l’integrazione europea ed euro-atlantica dell’Ucraina, in occasione della riunione informale dei ministri degli Affari Generali a Dublino, secondo cui “il prestito di 90 miliardi ci aiuta molto a coprire sia le esigenze della difesa che quelle civili e l’anticipo dei finanziamenti è probabilmente una delle soluzioni, ma non è la panacea. Quindi, prima di tutto, dobbiamo rivolgerci ai paesi extra Ue perché l’idea era che un terzo dell’Ucraina avesse bisogno di aiuto. Ma stiamo valutando anche le opportunità nell’Ue e suggeriamo di riconsiderare in particolare l’idea dei beni congelati, come utilizzarli in modo intelligente per generare denaro e coprire il deficit”.
Il riferimento, dunque, è alla proposta di usare oltre 200 miliardi di asset russi congelati per il sostegno all’Ucraina: “Era molto ambiziosa, quindi probabilmente dobbiamo cercare altre opzioni da prendere in considerazione. È importante ricominciare a lavorare sulla questione e cercare una soluzione ma è una questione interna all’Ue e sono sicuro che, se vogliamo trovare una soluzione, la troveremo”.
Qui Washington
Nel frattempo c’è da registrare anche una presa di posizione da parte del presidente degli Stati Uniti: chiederà ai Paesi europei di rimborsare gli Usa per gli aiuti militari e le munizioni precedentemente inviati all’Ucraina nell’ambito della guerra in corso con la Russia. In un messaggio sui suoi social media, Trump ha anche criticato le notizie di un forte calo delle scorte di munizioni statunitensi a causa di un altro conflitto in Iran, aggiungendo che gli Stati Uniti stanno aumentando la produzione e incrementando le riserve di munizioni. “Le stiamo tenendo per noi, gli Stati Uniti, piuttosto che venderle ad altri, ma le vendite agli alleati riprenderanno presto – ha scritto – Centinaia di miliardi di dollari sono stati regalati all’Ucraina e alla Nato, soldi che l’Europa avrebbe pagato se glieli avessimo semplicemente chiesti. Ma noi chiederemo indietro quei soldi, anche se con un po’ di ritardo”, ha spiegato, scaricando in pratica la responsabilità all’amministrazione Biden.
Qui Roma
Sul tema ucraino spicca anche l’annuncio fatto da Lorenzo Mariani, ad di Leonardo circa il Michelangelo Dome, lo scudo multidominio di difesa aerea. Da un lato c’è la conferma del cronoprogramma dichiarato: nella parte finale dell’anno, annuncia, verrà predisposta una fase di test direttamente in territorio ucraino. “Si tratterà in particolare della componente collegata alla difesa dagli attacchi di droni, un tassello fondamentale dello scudo ma non l’unico”. Intervistato dal Sole 24 Ore, Mariani spiega la difesa europea “dopo tre, quattro anni di guerra alle porte, ha una ormai una piena visibilità di quelle che potrebbero essere le minacce al vivere civile”. Inoltre l’Europa ha riconosciuto “l’urgenza di rafforzare la propria sicurezza e di maggiori risorse per la difesa”, ciononostante “persiste una certa frammentazione che va superata sviluppando programmi comuni europei, anche sfruttando il Safe (Security Action for Europe), che spinge nella direzione giusta poggiando su collaborazioni esistenti ma da sviluppare”.
















