La nuova strategia di sicurezza di Ottawa è un’occasione per l’Unione e per l’Italia. Ma copiarne la reticenza sulle minacce sarebbe, per l’Europa, un suicidio politico. Ecco perché secondo Alberto Pagani, docente di Geopolitica e Geostrategia, Università di Bologna ed esperto di intelligence e guerra cognitiva
La casa a prova di fuoco ha preso fuoco
Nel 1924, davanti all’Assemblea della Società delle Nazioni, il senatore canadese Raoul Dandurand spiegò perché il suo Paese non sentiva il bisogno di impegni di sicurezza collettiva: “Viviamo in una casa a prova di fuoco, lontana da materiali infiammabili”. Per un secolo quella frase ha riassunto la condizione strategica del Canada. Due oceani, i ghiacci artici e un vicino potente e amico rendevano superfluo pensare la difesa in termini autonomi. Il Plan for a Stronger Canada, presentato da Mark Carney il 29 ottobre, ne è il certificato di morte. È la prima strategia di sicurezza nazionale canadese dal 2004, quando il governo di Paul Martin pubblicò Securing an Open Society[1]. Dice senza giri di parole che la convinzione che geografia, interconnessione e ordine basato sulle regole potessero sostituire la capacità sovrana di proteggersi “non è più sostenibile”. E aggiunge che ciò che un tempo era una forza, l’integrazione profonda con gli altri Paesi, è diventato una vulnerabilità[2].
Da Davos a Ottawa: la dottrina della rottura
Il piano traduce in dottrina di governo il discorso che Carney pronunciò al World Economic Forum di Davos il 20 gennaio 2026. “Siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione”, disse allora, spiegando che le grandi potenze usano ormai l’integrazione economica come un’arma, i dazi come leva e le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare, e che le medie potenze devono agire insieme, perché chi non siede al tavolo finisce nel menù[3]. Non nominò mai Trump, ma nessuno ebbe dubbi sul destinatario. Il documento riprende la stessa diagnosi: l’ordine che proteggeva il Canada “si è rotto”, e la linea che separava sicurezza economica e sicurezza nazionale, come recita il comunicato di accompagnamento, “è scomparsa”.
La sovranità come sistema di capacità
Il piano si apre “deliberatamente” con la sicurezza economica e individua otto “capacità strategiche”: tecnologie emergenti, minerali critici, difesa, energia, trasporti, farmaceutica e biotecnologie, sicurezza alimentare, sistemi di pagamento e investimento. Esse poggiano su cinque fondamenta: sicurezza economica, politica estera, difesa, sicurezza pubblica e intelligence. Il criterio è chiaro: costruire in patria ciò che si può, cercare partner dove le capacità sono complementari, economie di scala dove si sovrappongono. È un’impostazione coerente con la formazione di Carney, banchiere centrale prima che politico, e ha il merito di trattare la sicurezza come proprietà dell’intero sistema Paese. Ma lascia aperte due tensioni. Una strategia che promette “priorità chiare” e poi elenca otto settori e cinque pilastri e finisce per abbracciare quasi tutta l’azione di governo. E il Buy Canadian convive a fatica con la diversificazione degli scambi, la stessa contraddizione che conosce l’Europa quando invoca insieme autonomia strategica e libero commercio.
Un documento che nomina un solo Paese
La caratteristica più eloquente del piano, tuttavia, è ciò che tace. Non nomina la Russia, la Cina o l’Iran. Non nomina i Pasdaran, che pure Ottawa ha inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche nel 2024, e non tratta il terrorismo come categoria autonoma[4]. L’unico Stato citato esplicitamente sono gli Stati Uniti[5], con cui il Canada vuole una relazione “cooperativa e lucida”, fondata su “rispetto reciproco, sovranità nazionale e responsabilità condivisa per la sicurezza del Nord America”. La formula arriva subito dopo la proclamazione della sovranità canadese “prima di tutto e sopra ogni cosa”, in un momento in cui la guerra commerciale con Washington si inasprisce e la Casa Bianca continua a evocare il Canada come cinquantunesimo Stato. Il comunicato del Primo ministro, poi, indica tra le nuove minacce la trasformazione degli accordi commerciali in armi, con evidente riferimento ai dazi americani[6].
Il paradosso è evidente: il documento nomina l’alleato da cui il Canada cerca di affrancarsi e tace sugli avversari da cui l’Occidente intero si difende.
Le tre ragioni di un silenzio
Non si tratta di ingenuità, ma di calcolo, con almeno tre ragioni. La prima è la dipendenza. Il Canada condivide con gli Stati Uniti il Norad, accede attraverso Washington al cuore dei Five Eyes e destina al mercato americano circa tre quarti delle esportazioni: non può trattare da avversario chi ne garantisce difesa aerea, informazione strategica e prosperità.
La seconda è il margine di manovra. Nel gennaio 2026 Carney ha concluso a Pechino un’intesa che apre il mercato a 49.000 veicoli elettrici cinesi l’anno con un dazio del 6,1 per cento, in cambio di concessioni sulla colza[7]. Nominare la Cina come minaccia avrebbe contraddetto quella scelta; il silenzio su tutti permette di parlare con tutti.
La terza è metodologica. Come ha osservato Wesley Wark, il piano rinuncia alla mappatura delle minacce che caratterizzava il documento del 2004 per concentrarsi sulle capacità[8], secondo la logica della pianificazione per capacità che il Pentagono introdusse con la Quadrennial Defense Review del 2001: quando non si sa da dove arriverà il colpo, ci si prepara a reggerne qualunque.
Il prezzo è alto. Un’opinione pubblica priva di una gerarchia esplicita dei pericoli fatica a capire perché debba accettare sacrifici, e il documento finisce per contraddirsi: promette di essere “trasparente” con i canadesi “sulla gravità delle minacce”, ma non si vede come lo si possa fare senza nominarle.
La difesa: numeri ambiziosi, nodi irrisolti
Il piano rivendica il raggiungimento del 2 per cento del Pil nel 2025-2026 e indica la traiettoria verso il 5 per cento Nato entro il 2035, che secondo gli impegni dell’Aia comprende 3,5 punti di difesa in senso stretto e 1,5 di spesa collegata alla sicurezza. Più significativo dei numeri è il mutamento di missione: alle Forze armate viene assegnato un compito “chiaro e centrale”, la difesa del Canada e dei suoi interessi, a partire dall’Artico. È un ritorno alla difesa del territorio per un Paese che aveva costruito la propria identità militare sulle missioni di pace. Il nodo resta il sistema di acquisizione, lento e rigido: aumentare i fondi senza riformarlo significa accumulare residui, non capacità, un avvertimento che vale parola per parola anche per l’Europa.
Un piano di piani
Chi cerchi stanziamenti, indicatori o scadenze resterà deluso. Ogni capitolo operativo si apre con la formula “il governo produrrà un piano per”, e le sole scadenze sono la riforma legislativa entro un anno, una revisione dell’apparato di sicurezza e l’aggiornamento quadriennale della strategia; l’opposizione conservatrice ha liquidato il testo come privo di sostanza. C’è poi un limite strutturale: minerali critici ed energia, le risorse su cui si fonda il valore strategico del Canada, sono in larga misura di competenza provinciale, e ogni nuova miniera passa per l’obbligo costituzionale di consultare i popoli indigeni. La riunione dei Primi ministri federale e provinciali annunciata da Carney sarà il primo banco di prova.
Intelligence e guerra cognitiva
Il capitolo sull’intelligence è rivelatore. Il Canada promette di aumentare il contributo ai Five Eyes e, insieme, di diversificare le partnership oltre quel perimetro: la stessa ricerca di autonomia, in linguaggio tecnico. Non annuncia però un servizio di intelligence estera sul modello dell’MI6, che un alto funzionario ha definito non imminente[9]. Più debole è il versante cognitivo. Il contrasto alla manipolazione informativa straniera è affidato a una capacità di rilevamento basata su fonti aperte e al Foreign Influence Transparency and Accountability Act, in vigore dal 2024 ma con un registro non ancora operativo. Rilevare e registrare sono strumenti difensivi e reattivi; manca un’idea di resilienza cognitiva della società. Non è un dettaglio: reticenza sulle minacce e debolezza cognitiva sono due facce dello stesso problema.
Che cosa ne ricava l’Europa
Da questa analisi discende la prima conclusione: per l’Europa la postura canadese è una grande opportunità. Un Paese che cerca di ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti senza rompere con loro, che vuole spendere molto di più per la difesa e che possiede ciò che all’Europa manca è il partner ideale di un’Unione alle prese con lo stesso dilemma. La cornice esiste già. Il Partenariato di sicurezza e difesa del 23 giugno 2025 ha aperto la cooperazione su spazio, cyber, mobilità militare e industria, e dal 1° agosto 2026 il Canada è il primo Paese extraeuropeo ammesso agli appalti finanziati da SAFE, lo strumento europeo di prestiti da 150 miliardi, senza il tetto del 35 per cento sulle componenti extraeuropee[10].
Il secondo terreno sono i minerali critici: la Commissione stima che entro il 2030 la domanda europea di litio crescerà di dodici volte e quella di terre rare di cinque o sei[11], e il Canada punta proprio sulla lavorazione, l’anello in cui la dipendenza europea dalla Cina è più acuta. L’appello di Davos alle medie potenze, del resto, è un invito rivolto soprattutto all’Europa.
L’occasione italiana
Per l’Italia l’occasione è industriale, perché aerospazio, cantieristica, elettronica e munizionamento possono inserirsi nella crescita della spesa canadese e nelle filiere che Safe rende comuni, e riguarda le materie prime di cui vive la nostra manifattura. Ma è anche politica. L’Italia è tra i pochi Stati membri che non hanno ancora ratificato il Ceta, applicato in via provvisoria dal 2017, e la questione è tornata in Parlamento anche quest’anno[12]. Finché il Canada era un partner commerciale, la mancata ratifica poteva sembrare una disputa sulle indicazioni geografiche; se diventa un pilastro della sicurezza economica europea, è un segnale strategico sbagliato. La diversificazione canadese verso Africa e Medio Oriente, infine, incrocia il Piano Mattei e offre anche in sede G7 un terreno di coordinamento.
Perché l’Europa non può imitarlo
C’è però un punto in cui la lezione canadese diventa una trappola, ed è proprio la sua reticenza. Le tre ragioni che rendono razionale il silenzio di Ottawa non valgono per l’Europa, e anzi si rovesciano.
La prima ragione era la geografia, o meglio la sua residua protezione. Il Canada può permettersi di non nominare la Russia perché nessun carro armato russo si trova a qualche centinaio di chilometri da Ottawa. L’Europa confina con uno Stato in guerra sul suo continente, che sul territorio dell’Unione conduce da anni una campagna ibrida: pacchi incendiari spediti via corriere, droni sopra aeroporti e basi militari, cavi sottomarini danneggiati, sabotaggi affidati a civili reclutati, operazioni di influenza nelle opinioni pubbliche. Per Ottawa la minaccia russa è un dato strategico lontano, per Varsavia, Vilnius o Copenaghen è cronaca.
La seconda ragione era il margine di manovra diplomatico. Ma l’Europa ha già fatto la sua scelta, e da tempo. La Bussola strategica del 2022 ha indicato nella Russia una minaccia di lungo periodo. Il Libro bianco sulla difesa europea del marzo 2025 ha scritto che essa “rimarrà una minaccia fondamentale per la sicurezza dell’Europa nel prevedibile futuro”[13]. Per un Paese che non ha mai nominato l’avversario, tacere è prudenza. Per un’Unione che lo ha nominato, smettere di farlo sarebbe un segnale di cedimento, e Mosca lo leggerebbe esattamente così. Lo stesso vale, con gradi diversi, per l’Iran e la Cina. Teheran ha fornito alla Russia i droni che colpiscono le città ucraine e ha usato il suolo europeo per i propri complotti: un suo diplomatico è stato condannato in Belgio per l’attentato pianificato nel 2018 contro un raduno dell’opposizione a Villepinte. Pechino è per l’Unione, dal 2019, al tempo stesso partner, concorrente e rivale sistemico, e la Nato l’ha definita nel 2024 un fattore abilitante decisivo della guerra russa.
La terza ragione era metodologica: la pianificazione per capacità, che consente di prepararsi a tutto senza dire contro chi. Funziona per uno Stato unitario, in cui un solo governo decide e un solo servizio di intelligence integra il quadro con valutazioni classificate. In un’Unione di ventisette Stati la stessa ambiguità diventa licenza. Ciascun governo potrebbe leggervi la minaccia che preferisce, o nessuna, e chi a Budapest o altrove ha interesse a frenare le sanzioni e il sostegno a Kyiv vi troverebbe il pretesto perfetto. La percezione delle minacce è già oggi diversa tra Paesi baltici e mediterranei. La definizione comune della minaccia è il collante della politica di sicurezza europea, e toglierla significherebbe sciogliere il collante.
Il silenzio è un terreno che occupa l’avversario
C’è poi una ragione più profonda, che riconduce alla debolezza del piano canadese sul fronte cognitivo. Nominare la minaccia non serve soltanto a descriverla: serve a costruire il consenso necessario per affrontarla. E il dibattito politico europeo su questo terreno è fragile e complesso. Soprattutto nei Paesi geograficamente più lontani dalla Russia, come l’Italia, una parte della politica cerca consensi contrapponendo “burro e cannoni”, come se la sicurezza fosse un lusso sottratto al benessere anziché la sua condizione. È una retorica che complica non poco il processo di integrazione della difesa comune europea e, di conseguenza, la costruzione di una politica estera comune, che senza una difesa condivisa resta una dichiarazione d’intenti. Nessuna democrazia può vincere questa partita senza spiegare con chiarezza da che cosa, e da chi, ci si sta difendendo. Una strategia che parla di resilienza senza nominare l’aggressore lascia vuoto lo spazio del significato. Quello spazio non resta vuoto a lungo. Lo occupano le narrazioni secondo cui il riarmo è un’ossessione delle élite, la minaccia russa un’invenzione, l’Ucraina una guerra che non ci riguarda. È esattamente la battaglia che Mosca combatte ogni giorno nelle nostre opinioni pubbliche. In guerra cognitiva il silenzio non è neutralità: è una ritirata. Per l’Europa imitare la reticenza di Ottawa significherebbe consegnare all’avversario il terreno decisivo prima ancora di combattere. Sarebbe, appunto, un suicidio politico.
Copiare il metodo, non il silenzio
La conclusione è meno contraddittoria di quanto sembri. L’Europa farebbe bene a imparare dal Canada che la sicurezza comincia dall’economia, dalle filiere e dalle capacità industriali, che le alleanze vanno costruite per interessi oltre che per affinità e che una strategia deve indicare con chiarezza ciò che si vuole saper fare da sé. Farebbe bene a stringere con Ottawa un’alleanza tra medie potenze che condividono la stessa vulnerabilità verso Washington. E l’Italia farebbe bene a sottrarre il rapporto con il Canada alla dimensione esclusivamente commerciale in cui l’ha tenuto finora, a cominciare dalla ratifica del Ceta. Ma l’Europa non può permettersi la reticenza canadese. Il Canada tace perché la minaccia che non può nominare è il suo alleato. L’Europa deve parlare perché la minaccia che ha davanti è un nemico già in guerra. Il metodo canadese funziona per il Canada perché il Canada è ancora lontano dal fuoco. L’Europa ci sta in mezzo, e chi sta in mezzo al fuoco deve sapere, e dire, da dove arrivano le fiamme.
[1]The Hub, «Carney government’s new national security strategy puts economic security first», 29 ottobre 2026.
[2]Privy Council Office, The Plan for a Stronger Canada – National Security for Canadians, 29 ottobre 2026.
[3]M. Carney, discorso al World Economic Forum, Davos, 20 gennaio 2026; si vedano i resoconti di CTV News e BNN Bloomberg del 21 gennaio 2026.
[4]The Hub, «Ottawa’s new security strategy has nothing to say about the threats Canadians actually face», 29 ottobre 2026.
[5]CTV News, «New national security strategy calls for worst-case scenario preparations including “war”», 29 ottobre 2026.
[6]The Globe and Mail, «Ottawa vows to prepare for all contingencies, “including war,” in national-security plan», 29 ottobre 2026.
[7]The Globe and Mail, «Carney reaches “landmark” tariff deal with Xi», 16 gennaio 2026.
[8]W. Wark, «The Plan for a Stronger Canada», Wesley Wark’s National Security and Intelligence Newsletter, 29 ottobre 2026.
[9]Radio-Canada International, «Canada’s new national security strategy will shield economy, modernize military», 29 ottobre 2026.
[10]Eunews, «Defence: EU countries give final go-ahead for Canada’s participation in SAFE funding», 15 giugno 2026; Defencematters.eu, agosto 2026.
[11]Commissione europea, Critical Raw Materials Act, scheda informativa del 16 marzo 2023.
[12]Camera dei deputati, Servizio Studi, «Ratifica ed esecuzione di Accordi tra l’Unione europea e il Canada», giugno 2026.
[13]Commissione europea e Alto rappresentante, Joint White Paper for European Defence – Readiness 2030, 19 marzo 2025.
















