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La stagione delle piogge politiche comincia dal Brasile. L’analisi dell’amb. Castellaneta

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Il voto dirà se nelle Americhe soffia ancora il vento della destra o se il Brasile farà eccezione. In gioco non c’è solo il futuro del gigante sudamericano, ma anche l’equilibrio tra Stati Uniti, Cina ed Europa. L’ambasciatore Giovanni Castellaneta spiega a Formiche.net perché queste elezioni contano ben oltre i confini brasiliani

Dal Brasile comincia una nuova stagione delle piogge politiche: una sequenza di elezioni destinate potenzialmente a ridisegnare gli equilibri internazionali. Domenica 25 ottobre i brasiliani sceglieranno tra il presidente uscente Luiz Inácio Lula da Silva e il senatore Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair (attualmente agli arresti domiciliari). Seguiranno le elezioni in Israele, le mid-term americane a inizio novembre e poi il ciclo europeo cominciando dalla Spagna a fine novembre. Nell’ottobre 2027 tornerà alle urne anche l’Argentina. Non sono appuntamenti separati: in un sistema globale quanto mai frammentato, ogni voto sposta alleanze, mercati e margini diplomatici. Insomma, tra un anno potremmo trovarci un mondo con il volto radicalmente diverso

Il ballottaggio è quanto mai incerto. Flávio Bolsonaro ha chiuso il primo turno al 47%, precedendo Lula, fermo al 45. Ma il vantaggio si è assottigliato: l’ultima rilevazione Datafolha assegna a entrambi il 50% dei voti validi, mentre altri istituti mantengono Bolsonaro avanti di uno o due punti, entro il margine d’errore. Decideranno l’affluenza e la capacità di conquistare chi al primo turno non ha scelto nessuno dei due. La scelta riguarda due programmi molto diversi: Lula propone continuità e ampliamento della protezione sociale, come del resto è sempre stato nel suo stile. Sul clima rivendica la riduzione della deforestazione e l’obiettivo di azzerarla entro il 2030, anche al fine di salvaguardare la straordinaria biodiversità che caratterizza il Brasile. Flávio Bolsonaro offre invece un’agenda liberal-conservatrice: aggiustamento più rapido dei conti pubblici, taglio di almeno dieci ministeri, riduzione delle imposte, privatizzazioni e maggiore spazio all’iniziativa privata. Promette di fermare il disboscamento illegale entro il 2029, ma vuole alleggerire vincoli che considera un ostacolo ad agricoltura, miniere e infrastrutture.

La differenza più rilevante per il resto del mondo riguarda però la collocazione internazionale. Con Bolsonaro si consoliderebbe un asse conservatore che, partendo dall’Argentina di Javier Milei, e con il Venezuela sotto tutela, arriverebbe agli Stati Uniti di Donald Trump. Brasília cercherebbe un rapporto privilegiato con Washington e potrebbe ridimensionare il proprio ruolo nei Brics, espressione di un’idea alternativa di multilateralismo che fa capo alla Cina. Una sua vittoria rafforzerebbe Trump nell’emisfero occidentale, consentendogli di dichiarare la dottrina Donroe come una sorta di ‘missione compiuta’ e potrebbe offrirgli maggiore libertà di manovra sugli altri dossier: dalla guerra nello Stretto di Hormuz al tentativo di raggiungere un’intesa con la Russia sull’Ucraina. Non esiste un automatismo, ma il clima politico internazionale conta.

Se vincesse Lula, il Brasile diventerebbe invece un grande cuneo progressista nel nuovo spazio conservatore americano. In quello che, per ragioni anagrafiche, sarebbe verosimilmente il suo ultimo mandato, accentuerebbe l’autonomia strategica di Brasília: cooperazione con Washington senza allineamento, rapporto economico essenziale con la Cina, protagonismo nel Sud globale e ulteriore investimento nei Brics e negli organismi regionali. Una linea che non equivale a schierarsi contro l’Occidente, ma rivendica il diritto di dialogare con tutti e di non dipendere da nessuno.

Queste elezioni contano per il resto del mondo anche perché il Brasile è una potenza quasi continentale, con oltre 214 milioni di abitanti, immense riserve di acqua, biodiversità e terre coltivabili, crescente capacità energetica e minerali critici. L’Amazzonia rende ogni sua scelta nazionale una questione globale. Importante sarà anche l’atteggiamento verso l’accordo tra Unione europea e Mercosur, decisivo per rilanciare i rapporti economici fra le due sponde dell’Atlantico. Anche per l’Italia si tratta di un’elezione più vicina di quanto sembri. In Brasile vivono circa 32 milioni di discendenti italiani e quasi un milione di persone con doppia cittadinanza; vi operano oltre mille nostre imprese, dalla meccanica all’energia, dalle infrastrutture alle telecomunicazioni, con Tim Brasil fra le presenze più rilevanti. Insomma, dal voto capiremo se le Americhe stanno diventando sempre più conservatrici (anche dopo le vittorie della destra in Cile e Colombia) oppure se il gigante brasiliano continuerà a seguire una propria rotta. In entrambi i casi, cambierà l’equilibrio tra Stati Uniti, Cina ed Europa.


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