Intervenendo alla convention Sud Chiama Nord di Cateno De Luca, la viceministra del Lavoro ha raccontato come nasce l’idea di inserire il welfare aziendale tra i punti cardinali del governo. Con una certezza: anziani giovani e sistema-Paese vanno di pari passo
Questo governo è stato il primo a inserire il welfare aziendale tra le priorità della sua azione: quelle parole sono diventate fatti, per la prima volta nella storia della Repubblica. Ha scelto la platea dell’evento romano di Cateno De Luca la viceministra del Lavoro e delle Politiche Sociali, Maria Teresa Bellucci, per mettere a confronto una scelta politica, quella fatta da Giorgia Meloni e dal suo esecutivo, alla voce “società più lavoro”, e il paniere di conseguenze che verrano stimolate nel breve-medio periodo. Il nodo è come inserire quelle “riforme che mancavano da decenni” all’interno di un sistema-Paese che deve guardare al futuro con uno spirito di programmazione. E farlo in un evento politico come quello di Sud chiama Nord, con moltissimi amministratori meridionali assume un significato particolare. Punto di partenza del ragionamento fatto dalla viceministra Bellucci è nel legame tra anziani, giovani e tasse. Perché se non si mettono i più giovani nella condizione di lavorare senza una pressione fiscale controproducente, allora non si possono garantire i servizi necessari ai più fragili. Il sistema va messo in sicurezza, dunque. Ma come?
Bellucci spiega che insieme alla riforma fiscale il governo ne ha fatta un’altra, quella in favore della terza età con la prima legge, che prima di oggi in 80 anni di Repubblica italiana non c’era mai stata, che si è occupata di questa stagione della vita. “Noi avevamo moltissime leggi che si occupavano dell’infanzia e dell’adolescenza, con il diritto all’istruzione. Avevamo leggi che si sono occupate dell’altra parte dell’esistenza umana, trentennale più o meno, che riguarda il lavoro. Non avevamo una riforma che si occupasse di quest’altro tempo. Sembra quasi che le politiche in favore di una stagione della vita siano contro quelle di un’altra. Quando noi parliamo di protezione degli anziani, degli over 65, sembra quasi che poi creiamo un danno ai più giovani nello stanziamento delle risorse economiche, e in particolare al diritto al lavoro”. Non è stato così, dal momento che ha rivendicato l’attenzione alla vita, dal concepimento fino alla morte. Per cui si va dal miliardo e mezzo di euro stanziato per il Piano nazionale non autosufficienza anziani, fino al superamento ideale di quell’idea che il welfare debba essere meramente assistenzialista.
“Oggi noi abbiamo voluto superare quest’ottica. Le politiche sociali, lo dirò chiaramente, si fondano soprattutto su lavoro – aggiunge la viceministra – e non è vero che il lavoro riguarda qualcuno e non riguarda altri, che il lavoro riguarda chi sta bene, chi è in forze, chi ha tutte le condizioni per poter fare da sé e bastare a sé stesso. Il lavoro è qualcosa che riguarda tutti, anche le persone in stato di fragilità. Anche chi ha superato i 55, 60 anni, anche una persona che ha delle disabilità”.
Per questa ragione rivendica che le politiche sociali devono soprattutto puntare sul lavoro, al fine di rompere quei compartimenti stagni in voga fino a ieri, ovvero politiche del lavoro da un lato e welfare dall’altro. La sostenibilità del welfare secondo l’esponente del governo si può reggere se non le si vive come un unico asset della sostenibilità dell’Italia e del welfare, ma se si intrecciano con tematiche demografiche come la denatalità e l’invecchiamento della popolazione. I dati in questo senso lo dimostrano. Bellucci cita il record di occupazione, superando il 63%, il record di occupazione femminile, superando il 54%: “Non si può dire che la prima presidente del Consiglio donna si sia distratta dal protagonismo femminile, perché questo non è vero. Lo dicono i dati, lo dicono le risorse stanziate, lo dicono gli strumenti inseriti, come il congedo parentale all’80% per i primi tre mesi, e anche il welfare aziendale”. E rivendica che Giorgia Meloni quando si è insediata, nel primo discorso del 2022, è stata la prima presidente del Consiglio a inserire il welfare aziendale tra le priorità della sua azione di governo. “Siamo noi che abbiamo aumentato il welfare aziendale, lo abbiamo aumentato con i benefit, arrivando fino a 5.000 euro per chi si sposta dal proprio luogo di nascita o di residenza. L’abbiamo fatto anche con altre iniziative, come i premi di produttività, detassando fino all’1%. Perché se voglio aumentare la produttività devo premiare di più chi partecipa attivamente a quella produttività. E questo significa anche cambiare un paradigma del welfare”.
Infine il nesso con la cooperazione, il terzo settore e i servizi pubblici. Il welfare aveva una patologia, spiega, quella di credere che fosse materia di esclusiva pertinenza dello Stato. “Sì, il Terzo settore, l’associazionismo, la cooperazione potevano intervenire, ma soltanto per dare servizi a basso costo e con precarietà del lavoro”. E invece il jolly è da ritrovare nell’alleanza tra pubblico, privato e privato sociale, anche al fine di superare contesti di serie A e contesti di serie B.
“Essere cittadini di pari dignità si misura nella capacità di soddisfare i bisogni delle persone, non dal ruolo che si occupa in un contesto piuttosto che in un altro. Anche qui abbiamo rivoluzionato il welfare. L’abbiamo fatto inserendo nel Codice degli appalti pubblici l’amministrazione condivisa, e quindi quell’azione che passa per la co-programmazione e la co-progettazione. Metto intorno a un tavolo le persone di buona volontà e di competenza, che appartengano al settore privato o al settore pubblico, e insieme cerchiamo di capire quali sono i bisogni del territorio e di costruire politiche che non sono proprietà dello Stato, ma devono essere proprietà dei cittadini”.
















