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Sudan, la guerra dell’oro che alimenta il conflitto

Di Ilaria Zavaresco e Raffaele Ventura
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La guerra in Sudan, scoppiata nell’aprile 2023, ha provocato la più grave crisi di sfollamento in Africa: oltre 11 milioni di profughi e una carestia diffusa. Il conflitto oppone le Rapid Support Forces di Hemedti all’esercito regolare guidato da al-Burhan. Il Centro Studi Geopolitica.info ha raccolto nel Geopolitical Brief n. 69 sei contributi, a cura di Ilaria Zavaresco e Raffaele Ventura, che analizzano la complessa interazione tra i diversi attori che operano in un contesto mosso da numerosi interessi geopolitici regionali e internazionali

Il lavoro invita il lettore a considerare un intreccio di temi economici e politici che rendono necessaria un’analisi tout court a partire dal ruolo degli attori interni, al coinvolgimento di potenze estere, fino a prendere in considerazione gli interessi relativi alle ricche potenzialità estrattive del territorio. In questa prospettiva, la filiera delle risorse strategiche e dei metalli preziosi gioca un ruolo sistemico nell’alimentare entrambi i fronti. A partire dalla secessione del Sud Sudan nel 2011, Khartoum ha perso circa il 75% dei propri bacini petroliferi, sostituendo l’oro come nuovo pilastro dell’export nazionale. Oggi, come analizza Luca Busola, l’oro rappresenta il vero motore finanziario delle ostilità.

Il mercato aureo sudanese è dominato dall’informalità: circa l’84% della produzione proviene dal settore informale definito anche Small Scale -Artisanal Mining (SSAM), che impiega circa 2 milioni di persone. In questo scenario di generale deregolamentazione, il contrabbando assorbe tra il 50% e il 70% della produzione totale, trasformando il metallo prezioso nella principale fonte di finanziamento della guerra civile.  Il controllo delle riserve aurifere ricalca la spaccatura territoriale del Paese. Nelle regioni occidentali del Darfur e del Kordofan, le RSF estorcono tasse di transito fino al 15% sulla filiera mineraria, mentre nelle regioni nord-orientali le SAF traggono profitto dalle compagnie petrolifere nazionali e dal controllo delle infrastrutture stradali.

Il ruolo degli attori internazionali

L’esportazione di oro dai mercati illegali interni viene legalizzata attraverso le rotte commerciali oltreoceano. Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) si confermano principale hub di arrivo dei flussi illeciti assorbendo grandi quantità di oro. Attraverso confini porosi e il supporto logistico di Stati limitrofi come la Libia e il Ciad, l’oro delle RSF viene trasportato verso gli Emirati. A quel punto perde ogni tracciabilità d’origine e viene immesso nei circuiti commerciali globali. Come rilevato nell’articolo di Carlotta Vernocchi, Abu Dhabi fornisce l’infrastruttura finanziaria che sostiene il mercato illegale di produzione e approvvigionamento dell’oro creando un sistema economico parallelo e autosufficiente rispetto a quello formale.

In questo quadro si inserisce anche la Turchia, di cui ne approfondiscono la posizione Viola Petrelli e Michelangelo Meta sottolineando il ruolo attivo che ricopre all’interno del conflitto. La società turca di difesa Baykar ha segretamente convogliato alle SAF spedizioni di armi per circa 120 milioni di dollari, inclusi droni da combattimento Byraktar TB2 e Akinci. La vendita di tecnologia militare ha premesso all’esercito regolare di revocare gli assedi in Kordofan, portando alla ribalta l’utilizzo di droni che secondo i dati ONU sono responsabili dell’80% delle morti di civili registrate nel 2026.

La Russia, inizialmente schierata a fianco delle RSF che sosteneva attraverso la presenza sul territorio del gruppo paramilitare Gruppo Wagner – oggi Africa Corps – ha recentemente reindirizzato il proprio asse verso l’esercito regolare. Secondo Petrelli e Meta, il cambio di fazione risponde alla necessità di garantire il controllo dell’oro per far fronte alle sanzioni occidentali, puntando ad ottenere una concessione per la base navale di Port Sudan assicurandosi così un avamposto strategico nel Mar Rosso. Anche la Cina persegue i suoi interessi in modo pragmatico, soprattutto dopo che i propri asset energetici storici, gestiti dalla China National Petroleum Corporation (CNPC), come la raffineria di Al-Jaili e l’oleodotto Petrodar, sono stati pesantemente danneggiati dai combattimenti.

L’attendismo occidentale e il nodo della governance

Rispetto alla posizione dell’Occidente, Rosa Serravalle, segnala un sostanziale attendismo, alimentato dal fallimento della diplomazia multilaterale. Gli sforzi messi in atto da Stati Uniti e Unione Europea si sono rivelati inconcludenti: dalla Dichiarazione di Gedda nel maggio 2023 fino alla roadmap definita dal gruppo Quad (Usa, Egitto, Arabia Saudita, EAU) nel settembre 2025, le iniziative di pace non hanno ottenuto risultati tangibili. Il limite strutturale di questi negoziati risiede in una contraddizione di fondo che fa sedere ai tavoli negoziali gli stessi attori che hanno interessi ad armare le fazioni in guerra.

Il perdurare del conflitto interno, l’inefficacia dei tentativi di mediazione e la progressiva regionalizzazione della guerra che peggiora ulteriormente le condizioni di vita di una popolazione già colpita da tre anni di conflitto, evidenziano i limiti dell’azione della comunità internazionale. All’interno del suo contributo, Federica Petrucci, mette in luce i limiti delle organizzazioni internazionali e delle agenzie umanitarie, le cui azioni vengono penalizzate e condizionate dal perdurare dei combattimenti, che ne rendono inaccessibili i territori. Le conseguenze più distruttive del conflitto sui civili sono approfondite nel contributo di Daniele Sferrazza, che ne descrive le drammatiche condizioni di vita spesso segnata da arruolamenti forzati e violenze generalizzate. Le intense attività di reclutamento transfrontaliero coinvolgono minori e bersagliano minoranze etnolinguistiche facendo leva su povertà e fame.

L’endemica condizione di insicurezza nel Paese si deteriora nel tempo anche a seguito della progressiva distruzione delle infrastrutture di base, quali strade, ospedali e scuole.  Tuttavia, la presenza di due amministrazioni parallele e concorrenti non permette il ristabilimento di una governance centralizzata anche nelle aree di minore attività militare. Inoltre, il permanere di interessi esteri legati al mercato informale dell’oro rende faticoso il dialogo interno e i tentativi di mediazione, rallentando l’apertura di un processo di pacificazione interno. In questo contesto, Unione Europea e Stati Uniti sono distanti e concentrano i proprio capitali diplomatici, politici ed economici su altre partite aperte nello scacchiere internazionale. Tuttavia, dall’insieme del Geopolitical Brief sembra emergere tra le righe la necessità di una pressione decisa e coerente di Washington sui propri alleati nel Golfo, così come di un netto cambio di passo diplomatico da parte dell’Unione Europea, per poter avviare un processo di pace in grado di raffreddare il conflitto sudanese e potenzialmente le rinnovate tensioni tra Etiopia ed Eritrea.

Qui il Geopolitical Brief n°69 integrale  


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