Alle midterm 2026, i Democratici riprendono Camera e Senato. Dal Texas alla South Carolina, gli elettori bocciano Trump e i candidati Maga. Ma la corsa alle presidenziali è ancora lunga e in entrambi i partiti si annunciano battaglie serrate. L’analisi di Giovanni Maria Sorci Airaudo, Geopolitica.info
Una notte da incubo per Donald Trump e per il mondo Maga. Alle elezioni di midterm del 3 novembre 2026 il verdetto degli elettori americani nei confronti dell’amministrazione e dei suoi candidati è stato netto: i Democratici hanno riconquistato sia la Camera sia il Senato, togliendo al Presidente il controllo del Congresso a metà mandato.
Il terremoto politico non ha nemmeno risparmiato alcuni Stati ormai considerati repubblicani da decenni: in Texas James Talarico ha battuto Ken Paxton conquistando il seggio al Senato, mentre Gina Hinojosa ha sconfitto il governatore Greg Abbott. In Kansas Adam Hamilton ha strappato il seggio a Roger Marshall, riportando un democratico al Senato per la prima volta dal 1932, mentre in South Carolina Annie Andrews ha sconfitto Darline Graham, sorella del compianto Lindsey Graham e sostenuta da Trump per ereditarne il seggio. I Repubblicani hanno per un momento rischiato addirittura la perdita della Florida, poi però confermatasi rossa.
Per Trump ora inizia il periodo più duro della presidenza: con un Congresso a maggioranza democratica, il Presidente dovrà ricorrere a notevoli compromessi per portare avanti la propria agenda legislativa, dalle leggi di spesa alle nomine più delicate e dovrà fronteggiare un’opposizione dotata di poteri d’inchiesta e di controllo efficaci sull’operato dell’esecutivo. Ogni passaggio al Congresso diventerà una trattativa, con il rischio di stalli e scontri sul bilancio federale.
È evidente come il voto sia stato anche un giudizio sul lavoro svolto dall’amministrazione in carica fino a questo momento. Se Trump si era presentato alle scorse elezioni denunciando l’inefficacia in politica estera di Joe Biden e la decisa inflazione gravante sul popolo americano, è chiaro come egli non abbia saputo tener fede alle promesse. L’impasse iraniana e gli inconcludenti sforzi per porre fine alla guerra in Ucraina non solo hanno offuscato il successo in Venezuela ma in particolare la guerra con l’Iran ha dato nuova linfa all’inflazione, con conseguente rialzo dei tassi d’interesse da parte della Fed. A ciò si aggiunge l’inarrestabile crescita del debito pubblico americano che, nonostante le promesse di Trump di tagliare la spesa, ha sfondato recentemente quota 40.000 miliardi di dollari. In ultimo vi sono numerosi sondaggi condotti presso l’opinione pubblica statunitense che già nei mesi precedenti il voto raccontavano un Paese insoddisfatto della gestione dell’economia, incerto per gli esiti della guerra in Iran e preoccupato per il costo della vita, con un gradimento del Presidente costantemente in calo. Le urne hanno trasformato quel malumore in seggi per i democratici, azzoppando l’amministrazione per i prossimi due anni.
Ora si apre una fase cruciale in vista delle presidenziali del 2028: da parte repubblicana già si fa mea culpa (JD Vance in primis critico sull’Iran) e la sconfitta è risultata talmente netta da convincere Trump e i suoi consiglieri a rinunciare ad eventuali battaglie legali e riconteggi dei voti; da parte democratica invece la momentanea euforia dovrà lasciare spazio a un certo pragmatismo, poiché il partito rimane senza una vera leadership e senza un vero candidato per le presidenziali e vede al suo interno la crescita della sua componente socialista. Proprio qui si annida la sfida più insidiosa: il successo di novembre nasce in larga parte dal giudizio negativo sull’operato di Trump più che dall’adesione a un programma democratico concreto e una parte del ceto medio moderato, già provata dall’aumento del costo della vita, potrebbe spaventarsi di fronte a un candidato democratico di ispirazione socialista per il timore di nuove tasse, spesa pubblica fuori controllo e instabilità economica. Per consolidare la vittoria, i Democratici dovranno rivolgersi agli elettori moderati e agli indipendenti, evitando che l’entusiasmo dell’ala più radicale offra ai Repubblicani l’argomento per recuperare terreno nel 2028. Da sottolineare in ultimo come anche nel GOP sia giunto il momento di una riflessione: il post-Trump non è ormai lontano e la corsa alla sua successione, avente come principali contendenti il Vicepresidente Vance ed il camaleontico Segretario di Stato Marco Rubio, abile nello stesso tempo ad ammiccare al mondo Maga senza rinnegare il suo animo neoconservatore, potrebbe risultare non meno dolorosa rispetto alle primarie democratiche.
















