Il voto americano riapre il dibattito sulla necessità di recuperare lo stile democristiano nella gestione della cosa pubblica. In una stagione segnata dalla polarizzazione e dalla competizione tra populismi, la sfida è ricostruire una cultura di governo capace di sottrarsi alla demagogia, superare gli opposti estremismi e rimettere al centro pragmatismo, riformismo e responsabilità istituzionale. Una lezione che, oggi, sembra tornare d’attualità anche tra gli storici detrattori della Dc
Dopo il voto americano persino gli storici ed incalliti detrattori della Dc e della sua intera esperienza politica, come ad esempio Marcello Sorgi, invocano una sorta di ritorno della Dc stessa per una buona politica.
O meglio, dello “stile” democristiano nel governo concreto di un paese. Detto con parole ancora più semplici, rifuggire da quell’estremismo e da quel massimalismo che, di fatto, sono sempre incompatibili con qualsiasi credibile e realisticamente percorribile cultura di governo. Al di là, come ovvio e persino scontato ricordare, di governare sopra le righe, come si suol dire.
Ora, e per non fare confronti impropri con il passato, è indubbio che sono cambiate radicalmente le costanti di fondo che hanno caratterizzato il nostro paese per oltre 50 e le dinamiche contemporanee.
Ma un fatto è indubbio.
E cioè, se si vuole uscire dalla propaganda, dalla demagogia a buon mercato e dal populismo sempre più massiccio nella coalizione di sinistra e progressista e anche in alcuni settori del centro destra, è indispensabile recuperare sino in fondo quello “stile” e quella “postura” che hanno caratterizzato il confronto politico per svariati decenni.
Anche perché non è lontanamente pensabile pensare di potere governare un paese complesso ed articolato come il nostro attraverso le lenti del populismo demagogico e qualunquista. Già nel passato abbiamo avuto un assaggio di quella deriva con uno dei peggiori governi della storia democratica del nostro paese.
Mi riferisco, come ovvio, al governo guidato dai due populismi che conservano tutt’oggi un peso non indifferente nelle rispettive coalizioni: quello grillino di Conte e quello leghista di Salvini. Una stagione devastante per il nostro paese e per la stessa qualità della nostra democrazia.
Ma oggi, e puntualmente, anche gli storici detrattori – come ricordavo all’inizio di questa riflessione – dell’esperienza democristiana ne invocano la riedizione, seppur in forma aggiornata e rivista. E questo per una ragione persino troppo semplice da spiegare.
E cioè, non passa attraverso la radicalizzazione del conflitto politico la soluzione dei problemi del nostro paese. Non passa attraverso la riproposizione degli “opposti estremismi” – tesi molto cara a sinistra patrocinata dal duo Fratoianni/Bonelli e da Conte e, a destra, dal solito Salvini – la costruzione di un progetto di governo riformista, democratico e capace di affrontare i nodi di fondo di natura economica e sociale che sono tuttora sul tappeto.
E, soprattutto, non è con l’obiettivo di distruggere il nemico politico – tesi, questa, molto gettonata nel cosiddetto “campo largo” – che si rafforza la qualità della nostra democrazia, la credibilità delle nostre istituzioni democratiche e la stessa efficacia dell’azione di governo.
Se dovessero ancora prevalere queste derive non solo si indebolirebbe la cultura di governo nel nostro pese ma, soprattutto, ci si esporrebbe ad una situazione dove a trionfare sarebbero, ancora una volta, l’avventura e l’imprevedibilità.
Forse sarebbe il caso di pensarci bene prima di avventurarsi in esperienze di governo che hanno poca dimestichezza con i valori democratici e costituzionali e molta simpatia, invece e al contrario, con i dogmi del populismo, dell’estremismo e del massimalismo. Che, notoriamente, hanno poco in comune con i valori democratici, liberali e anche costituzionali.
















