Nel mondo degli algoritmi, un medico, un influencer e un chatbot possono parlare di salute con la stessa apparente autorevolezza. Mentre c’è chi prova a fissare le prime regole, nuovi studi evidenziano i limiti dell’intelligenza artificiale nelle interazioni con i pazienti. Ma la vera partita si gioca sulla capacità delle istituzioni di governare l’ecosistema. Il punto di Nicola Bonaccini, capo segreteria tecnica del ministro della Salute
Aprite un qualsiasi social e cercate la parola salute. In pochi secondi vi scorrono davanti un medico in camice che spiega un esame, un personal trainer che vende un integratore, una ragazza che racconta di aver sconfitto una malattia con la sola dieta, un signore convinto che l’oncologo gli nasconda la verità. Nessuno porta un cartellino che dica al pubblico quanto sia affidabile ciò che sta ascoltando. Nel feed, competenza professionale, esperienza personale e pseudoscienza possono presentarsi con la stessa forza visiva e con la stessa capacità di catturare attenzione. È qui che comincia il problema della salute nel tempo degli algoritmi.
Il fenomeno del medico-influencer, di per sé, non è un male. Al contrario, un bravo clinico che spiega la prevenzione, traduce un dato scientifico o corregge una falsa credenza davanti a centinaia di migliaia di persone svolge una funzione di evidente utilità pubblica. Il problema nasce quando il camice diventa un costume e, accanto ai professionisti, prospera una folla di guaritori, venditori e improvvisati che usa la stessa grammatica comunicativa senza avere la stessa competenza, gli stessi obblighi e la stessa responsabilità. In un ecosistema nel quale la forma può contare più della fonte, distinguere l’uno dall’altro è diventato difficile per chi non possiede gli strumenti per valutare la qualità dell’informazione.
C’è poco spazio per la nostalgia. Una quota crescente di persone, soprattutto tra i più giovani, incontra informazioni sulla salute nei luoghi digitali in cui trascorre parte della giornata: video brevi, storie, motori di ricerca, piattaforme e chatbot. Pensare di riportare semplicemente tutti verso i canali tradizionali significa combattere contro un comportamento già consolidato. Il punto, quindi, non è se la salute verrà raccontata sui social. Lo è già. Il punto è chi riuscirà a raccontarla con autorevolezza, e soprattutto quali segnali permetteranno ai cittadini di riconoscerla.
La prima risposta è stata la regola
Qualcuno ha cominciato a mettere ordine. In Francia, nel gennaio 2025, il Conseil national de l’Ordre des médecins ha elaborato, insieme a medici creatori di contenuti e con il contributo di esperti di YouTube, una Carta in dieci principi rivolta ai professionisti che comunicano online. L’obiettivo non è vietare la presenza dei medici sulle piattaforme, ma renderla più trasparente e coerente con la deontologia: fonti esplicite, contenuti aggiornati, dichiarazione delle partnership, corretta identificazione delle qualifiche. Allo stesso tempo vengono richiamati limiti netti, come il divieto di fornire consigli personalizzati, promuovere terapie non validate o trasformare la comunicazione sanitaria in autopromozione commerciale.
Anche Bruxelles ha riconosciuto che il problema non può più essere trattato come una semplice questione di costume digitale. Nella lettera di missione al commissario europeo per la Salute e il benessere animale, Olivér Várhelyi, la presidente Ursula von der Leyen ha chiesto un’indagine a livello europeo sugli effetti più ampi dei social media sul benessere, con particolare attenzione ai giovani e alla salute mentale. È un passaggio importante: ciò che accade nei feed non riguarda soltanto la comunicazione, ma entra ormai nel perimetro delle politiche di salute.
Il modello francese è interessante proprio perché non demonizza. Non dice ai medici di stare zitti; chiede loro di esplicitare chi sono, da dove vengono i dati e quali interessi possono essere in gioco. È la direzione giusta. Ma è solo un primo livello di risposta.
Ma la regola lascia il campo vuoto
Regolamentare chi possiede un titolo professionale è necessario, ma non basta. Il problema è l’asimmetria: gli obblighi deontologici vincolano il medico, mentre chi non appartiene a nessun ordine professionale può continuare a pubblicare, promettere, semplificare e vendere. E gli algoritmi di raccomandazione non premiano necessariamente la fonte più autorevole; premiano ciò che trattiene l’attenzione, genera reazioni e produce interazione.
È qui che la questione diventa davvero di policy. Non basta governare chi parla: bisogna occuparsi anche dei meccanismi che rendono una voce visibile, credibile e replicabile. Una carta può disciplinare il professionista, ma non modifica da sola l’architettura dell’informazione. E se i medici più seri, intimoriti dalle regole o semplicemente troppo occupati, rinunciano a comunicare, quello spazio non resta vuoto. Viene occupato da chi ha meno vincoli e spesso più tempo, più aggressività comunicativa e maggiori incentivi economici.
La lezione, per chi ha responsabilità pubbliche, è scomoda ma chiara. Non basta dire ai professionisti cosa non possono fare. Bisogna metterli nelle condizioni di esserci e di farlo bene: formazione alla comunicazione digitale, strumenti per tradurre l’evidenza scientifica, criteri trasparenti per dichiarare interessi e sponsorizzazioni, reti di esperti riconoscibili, capacità delle istituzioni di intervenire rapidamente quando circolano informazioni false o pericolose. Nessun ministero può né deve occupare ogni feed, ma può costruire un ecosistema nel quale l’autorevolezza sia più facile da riconoscere e da trovare. Per anni la sanità pubblica ha guardato ai social soprattutto come a un rischio reputazionale. Oggi il rischio può essere anche l’assenza.
La prossima voce non avrà un volto
Mentre discutiamo di come regolare gli esseri umani che parlano di salute, è già arrivato un attore che cambia di nuovo le regole del gioco: l’intelligenza artificiale. Sempre più persone utilizzano chatbot generalisti per porre domande che, in passato, avrebbero rivolto a un medico, a un farmacista o a un motore di ricerca. Le ragioni sono comprensibili: sono disponibili sempre, rispondono in pochi secondi e restituiscono un linguaggio apparentemente personalizzato.
Il punto, però, è che la qualità di un sistema non coincide con la qualità dell’interazione reale con chi lo usa. Uno studio pubblicato su Nature medicine nel 2026 ha coinvolto quasi 1.300 persone chiamate a valutare scenari clinici. I modelli, quando testati da soli, mostravano prestazioni elevate nell’identificare possibili condizioni; ma le persone assistite dagli stessi modelli non prendevano decisioni migliori rispetto al gruppo di controllo. Il problema non era soltanto ciò che l’intelligenza artificiale “sapeva”, ma il modo in cui utenti e sistema si scambiavano informazioni.
Un altro studio, pubblicato su Nature Health, ha mostrato un ulteriore punto debole: le persone che credevano di descrivere i propri sintomi a un’intelligenza artificiale fornivano resoconti di qualità inferiore rispetto a chi pensava di parlare con un medico. È un dettaglio solo in apparenza. In sanità, una risposta può essere buona quanto le informazioni che la precedono. E un sistema capace di superare un test può fallire quando incontra un essere umano che omette un sintomo, interpreta male una domanda o non sa distinguere tra due raccomandazioni contraddittorie.
Anche la questione della responsabilità cambia forma. Non è corretto dire che intorno all’intelligenza artificiale non esistano regole; il quadro europeo si sta rapidamente strutturando e, a seconda dell’uso, possono entrare in gioco obblighi diversi per sviluppatori, fornitori, strutture sanitarie e professionisti. Il vero problema, per il cittadino, è che la catena della responsabilità è molto meno leggibile. Quando un medico sbaglia, sappiamo chi ha preso la decisione. Quando un chatbot produce un’indicazione errata, può essere molto più difficile capire dove si sia verificato il fallimento e chi avrebbe dovuto prevenirlo.
Per questo la tentazione di rispondere con un semplice divieto sarebbe insufficiente. L’intelligenza artificiale è già entrata nei comportamenti quotidiani, e la politica sanitaria deve partire da questo dato. La risposta non può essere soltanto costruire modelli “più intelligenti”, ma progettare sistemi affidabili: fonti verificabili, tracciabilità delle risposte, criteri di escalation verso un professionista, test con utenti reali, audit, monitoraggio degli incidenti e una responsabilità chiaramente attribuita.
Vale per il chatbot ciò che vale per il medico-influencer. Non basta stabilire chi può parlare. Bisogna costruire le condizioni perché le informazioni migliori siano anche quelle più riconoscibili, accessibili e responsabili. La domanda che i decisori dovrebbero portarsi a casa, allora, non è se lasciare parlare di salute il medico, l’influencer o l’algoritmo. Tutti e tre parlano già. La domanda è se le istituzioni sapranno governare lo spazio in cui quelle voci competono, prima che siano gli algoritmi a farlo al posto loro.
(Pubblicato su Healthcare Policy 20)















