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Trump, l’Iran e l’Europa davanti a un’America più fragile. La lettura di Katulis

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La battuta d’arresto dei repubblicani alle elezioni di metà mandato potrebbe spingere Donald Trump a rivedere la propria strategia verso Teheran, senza necessariamente rendere Washington più prevedibile. Brian Katulis, senior fellow del Middle East Institute, avverte che l’Europa, Italia compresa, si prepara ad affrontare due anni di maggiore incertezza, mentre il presidente americano cerca una via d’uscita da un conflitto ancora irrisolto

Donald Trump ha riconosciuto che la guerra contro l’Iran ha contribuito alla sconfitta dei repubblicani alle elezioni di metà mandato, ribadendo tuttavia che, se tornasse indietro, prenderebbe nuovamente la decisione di attaccare Teheran. Un’ammissione che restituisce il costo politico di una campagna militare che ha pesato sulla sua presidenza, mentre Washington continua a cercare una soluzione diplomatica sostenibile. Altre figure dell’amministrazione — su tutti il vicepresidente JD Vance — hanno citato l’Iran nell’analisi della sconfitta.

“L’Iran ha avuto un peso”, ha dichiarato Trump al Wall Street Journal, riferendosi a caldissimo al risultato elettorale. Ma il presidente ha escluso qualsiasi ripensamento: “Non ci penso. Ho fatto la cosa giusta. Lo rifarei”. Per Brian Katulis, senior fellow del Middle East Institute di Washington, le parole del presidente mettono in evidenza un problema più profondo della politica americana verso Teheran: l’assenza di una direzione strategica riconoscibile, che accompagna l’amministrazione dall’inizio del conflitto, lo scorso febbraio.

“Fin dall’inizio della guerra contro l’Iran, il presidente Trump ha rilasciato dichiarazioni confuse. È la prosecuzione di uno schema preoccupante, nel quale il presidente degli Stati Uniti rende pubbliche affermazioni che dimostrano la sua stessa confusione strategica e l’assenza di un piano chiaro sull’Iran”, spiega Katulis a Decode39. “Trump si contraddice quasi quotidianamente su moltissime questioni, e la guerra in Iran non fa eccezione. Nessuno può prevedere quale sarà la sua prossima mossa. Forse nemmeno Trump stesso lo sa”.

Il giudizio arriva mentre la Casa Bianca deve fare i conti con le conseguenze di un voto nel quale la guerra, le sue ripercussioni economiche e il più generale malcontento verso una leadership presidenziale, che tra l’altro prometteva — sin dai tempi del primo mandato — la fine di quelle che Trump stesso aveva definito “endless war” mediorientali, hanno contribuito ad alimentare il dibattito politico interno. “Il messaggio di una netta maggioranza degli elettori è arrivato chiaramente con le elezioni di metà mandato di questa settimana: gli americani sono insoddisfatti di come Trump ha gestito la guerra e dei costi che questa ha avuto sulle loro vite. Vogliono una soluzione pacifica, non un’altra fase del conflitto”, osserva Katulis. Resta da capire se Trump interpreterà la battuta d’arresto come un incentivo a riaprire il negoziato oppure se sceglierà di rispondere con un’ulteriore dimostrazione di forza militare.

Le conseguenze politiche vanno oltre il risultato elettorale. Trump ha investito una parte considerevole del proprio capitale politico nello scontro con l’Iran, ma il protrarsi della crisi ha messo in evidenza i limiti di un approccio fondato prevalentemente sulla pressione militare. “Se Trump vuole migliorare la propria posizione sul fronte interno e aumentare le possibilità di lasciare un’eredità politica più solida, dovrebbe prendere in considerazione una gamma più ampia di opzioni rispetto all’approccio seguito finora sull’Iran, caratterizzato soprattutto da attacchi militari senza una strategia e senza un percorso diplomatico chiaro per raggiungere un accordo duraturo”, sostiene Katulis.

La strada migliore per risolvere la crisi iraniana? “Passa certamente da una diplomazia coordinata con i partner degli Stati Uniti in Medio Oriente, in particolare con i Paesi del Golfo”, risponde l’esperto statunitense. Il riferimento alla diplomazia regionale è significativo: come già analizzato, i governi del Golfo hanno un interesse diretto a evitare nuove escalation e a preservare la stabilità dell’area. Il loro coinvolgimento potrebbe offrire a Washington canali diplomatici e incentivi politici per perseguire un accordo che la sola pressione militare non è riuscita finora a produrre. Non è chiaro se Trump sia disposto a muoversi in questa direzione. Il risultato elettorale introduce però un ulteriore elemento nelle valutazioni della Casa Bianca, anche se le conseguenze istituzionali della sconfitta repubblicana potrebbero rivelarsi meno incisive di quanto alcuni osservatori si aspettino.

Un Congresso più combattivo, ma con margini di manovra limitati

Alla vigilia delle elezioni, in un’analisi pubblicata dal Middle East Institute, Katulis aveva sostenuto che anche un significativo avanzamento democratico al Congresso avrebbe potuto produrre cambiamenti limitati nella politica americana verso il Medio Oriente. Una valutazione che, alla luce del voto, resta sostanzialmente confermata. “Sospetto che qualcosa nella politica americana in Medio Oriente possa cambiare, ma non per effetto di ciò che farà il prossimo Congresso”, spiega.

“La maggior parte dei cambiamenti nella politica di sicurezza nazionale degli Stati Uniti nasce dal potere esecutivo, e Trump ha interesse a rimediare al disastro che lui stesso ha creato con l’Iran”. È una distinzione importante per comprendere la prossima fase della politica americana. Un Congresso più ostile alla Casa Bianca potrebbe intensificare il controllo sulle decisioni dell’amministrazione, contestarne la gestione della guerra e aumentare il costo politico di un’eventuale nuova escalation. La possibilità di tradurre queste pressioni in vincoli effettivi rimane tuttavia limitata.

Katulis si aspetta un atteggiamento più attivo da parte dei parlamentari, ma invita a non confondere i risultati elettorali con la capacità di imporre un cambiamento sostanziale alla politica presidenziale “Il prossimo Congresso sarà più attivo nel porre domande difficili e nel cercare di esercitare la propria influenza, ma i democratici dovranno dimostrare maggiore unità su questi temi e molti più repubblicani dovranno prendere le distanze dall’agenda di Trump per creare al Congresso una maggioranza sufficientemente ampia da superare un eventuale veto presidenziale e porre limiti concreti al suo approccio politico”.

Ne deriva che un eventuale cambiamento di rotta verso Teheran potrebbe dipendere più dai calcoli politici dello stesso Trump che dall’intervento del Congresso. Il presidente potrebbe avere interesse a cercare una soluzione diplomatica, soprattutto se il conflitto continuerà a indebolire il suo consenso interno. Ma la concentrazione delle decisioni nella Casa Bianca lascia aperti interrogativi sulle modalità e sui tempi di un possibile riposizionamento.

Per i partner internazionali degli Stati Uniti, la prospettiva di cambiamenti determinati dalle valutazioni personali del presidente, anziché da un orientamento istituzionale consolidato, costituisce un ulteriore elemento di incertezza.

L’Europa, e l’Italia, davanti a un’America più debole e meno affidabile

Le conseguenze delle elezioni di metà mandato si faranno sentire anche sull’altra sponda dell’Atlantico, dove i governi europei devono valutare come gestire i rapporti con un’amministrazione americana politicamente indebolita? Per l’Italia la questione assume una rilevanza particolare. Gli interessi strategici di Roma nell’Indo-Mediterraneo, dal Nordafrica al Golfo, da Hormuz a Bab El Mandeb, le relazioni economiche con i partner regionali e l’esposizione alla stabilità dei mercati energetici internazionali rendono gli sviluppi della politica americana in Medio Oriente una questione di interesse diretto.

Katulis individua un possibile elemento rassicurante nel risultato elettorale: i governi europei dovrebbero trovare a Capitol Hill un numero maggiore di interlocutori disponibili a contestare le scelte della Casa Bianca. “Gli alleati europei, come l’Italia, troveranno nel nuovo Congresso più voci contrarie all’approccio caotico di Trump agli affari internazionali, e questo sarà per loro rassicurante”, osserva. Ma un Congresso più ricettivo alle preoccupazioni europee non equivale necessariamente a un’America più affidabile. “La principale sfida che l’Europa dovrà affrontare nei prossimi due anni sarà un’amministrazione Trump allo stesso tempo più debole e meno affidabile sulla scena internazionale”, avverte Katulis.

Una valutazione che va ben oltre la crisi iraniana. La gestione dei rapporti con Russia e Cina, insieme all’approccio verso altri attori che hanno contribuito a compromettere la stabilità internazionale, continuerà a rappresentare una fonte di incertezza per i governi europei. Il prolungarsi dello scontro con Teheran solleva inoltre interrogativi sugli equilibri regionali. L’attivismo diplomatico cinese nel Golfo assume un rilievo crescente mentre i governi dell’area cercano di gestire i propri rapporti con potenze internazionali in competizione. Per l’Europa, i cui interessi si intrecciano con quelli americani nel Mediterraneo e in Medio Oriente, la possibilità di ulteriori riallineamenti geopolitici rende ancora più complesso un quadro strategico già difficile.

Katulis non formula previsioni specifiche su come Pechino potrebbe sfruttare le difficoltà americane in Iran. Il suo avvertimento riguarda piuttosto l’imprevedibilità complessiva della condotta internazionale di Washington e le conseguenze per gli alleati che hanno tradizionalmente fatto affidamento sulla leadership americana. “Le mosse imprevedibili che Trump potrebbe tentare nei confronti della Russia, della Cina e di altri Paesi che hanno minato la stabilità globale faranno sì che i Paesi europei, come l’Italia, debbano fare maggiormente affidamento su sé stessi e su altri partner per promuovere i propri interessi”, conclude.

Le elezioni di metà mandato potrebbero dunque aumentare la pressione politica su Trump affinché trovi una via d’uscita dal conflitto iraniano. È meno probabile che riescano a ridurre l’incertezza che circonda la politica estera americana. Per le capitali europee, Roma compresa, la sfida immediata sarà mantenere aperto il dialogo con un Congresso più disposto a interrogare e contestare la Casa Bianca, preparandosi al tempo stesso ad altri due anni di decisioni presidenziali che, come suggerisce Katulis, potrebbero risultare difficili da prevedere persino per lo stesso Trump.


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