Skip to main content

Le sorti dell’Europa dipendono dall’Europa. La versione di Bonanni

Ogni esitazione riduce il rispetto degli alleati e accresce l’appetito dei nemici. Senza una entità statuale credibile, le sovranità diventano terreno di gioco. Sanare le disfunzioni europee non è un atto ideologico, ma una necessità strategica

Ci sono momenti della storia che non si limitano ad annunciare il cambiamento: lo impongono. Passaggi tormentati, spesso confusi, nei quali le certezze si incrinano e le classi dirigenti rivelano, senza attenuanti, la loro reale statura. È in questi frangenti che scelte guidate più dall’orgoglio che dal senso di responsabilità finiscono per esporre le comunità a rischi profondi, duraturi, talvolta irreversibili. Anche la recente vicenda della Groenlandia, ricondotta in queste ore entro un quadro Nato di sicurezza condivisa tra americani ed europei, dimostra che fermezza, intelligenza strategica e visione del futuro possono ancora prevalere.

L’irruzione di Donald Trump sulla scena politica occidentale, con propositi radicali e un linguaggio deliberatamente spiazzante quando non apertamente offensivo, ha colto impreparata larga parte dell’Europa. Lo sconcerto è comprensibile, ma non può tradursi in paralisi, né legittimare scorciatoie strategiche. Le decisioni che attendono l’Italia e l’Unione europea, per quanto difficili, devono restare ancorate a un dato che non ammette ambiguità: non esiste alternativa credibile all’alleanza occidentale, economica e militare, e in primo luogo al rapporto con gli Stati Uniti d’America.

Proprio per questo l’alleanza non va subita, ma governata e rafforzata nel cambiamento. Quanto più l’Europa saprà dimostrarsi all’altezza delle responsabilità che essa richiede in una fase di profonda riorganizzazione delle strategie economiche e commerciali imposte dalla mondializzazione, tanto più l’alleanza potrà consolidarsi su basi nuove e mature. La narrazione trumpiana, spesso forzata e strumentale, non si fronteggia né con l’indignazione rituale né con la subalternità opportunistica, ma con un salto di qualità politico che l’Unione rinvia da troppo tempo.

Il vero nodo, infatti, non è Washington, ma le capitali europee e dunque Bruxelles. I ritardi accumulati hanno aperto varchi nei quali si sono inseriti interessi ostili all’integrazione, autentici cavalli di Troia nutriti da narrazioni convergenti, ora putiniane ora declinate in chiave Maga. Continuare a tergiversare significa esporsi a una lenta ma inesorabile disintegrazione. L’unica risposta all’altezza dei rischi è quella più volte annunciata e mai realizzata: un’Unione federale, con una difesa comune e una reale capacità decisionale unitaria.

Le sorti dell’Europa dipendono dall’Europa. Ogni esitazione riduce il rispetto degli alleati e accresce l’appetito dei nemici. Senza una entità statuale credibile, le sovranità diventano terreno di gioco. Sanare le disfunzioni europee non è un atto ideologico, ma una necessità strategica. Si sa tra i Paesi membri c’è chi ambiguamente si oppone. E allora si vada avanti con chi ci sta per l’Europa federale, per un unico esercito, per procedere con il piano di sviluppo Draghi.

In questo passaggio, un appello va rivolto alla presidente Meloni. L’equilibrio mostrato finora è stato un fattore positivo. Ora servono scelte più nette: meno distinguo, più determinazione. Perché solo così il futuro potrà continuare ad appartenere alla nostra storia.


×

Iscriviti alla newsletter