Nessuno può davvero prevedere quale potrebbe essere l’esito di un rovesciamento del regime dal basso, tenendo presenti gli esempi non proprio confortanti del recente passato in Afghanistan e Iraq e ripensando a quanto accadde dopo la disgregazione dell’Urss. C’è però chi trarrebbe sicuramente vantaggio da un Iran finalmente reintrodotto nella comunità internazionale. L’analisi dell’ambasciatore Giovanni Castellaneta
Attaccano o non attaccano? È questa la domanda che tutti si stanno ponendo in queste ore nelle cancellerie occidentali riguardo alla possibile azione militare che gli Stati Uniti potrebbero sferrare contro il regime degli ayatollah in Iran. Quello che è certo è che il Presidente Trump assumerà ogni decisione in splendido isolamento assistito da pochi fedelissimi e senza passare per i tradizionali canali multilaterali oramai considerati desueti, con un comportamento al quale la comunità internazionale sembra oramai assuefatta.
Analisti, esponenti dell’intelligence e diplomatici stanno cercando di fare previsioni sulla base dei segnali che arrivano (o non arrivano) da Washington e dalla regione del Golfo, ma la verità è che la risposta l’avremo solo se e quando l’attacco dovesse effettivamente verificarsi. Questo perché Trump, sia per il suo consolidato atteggiamento poco incline a coinvolgere gli alleati che per ragioni di sicurezza, non condividerà la sua decisione con nessuno, neppure con i governi più amici.
Intanto, il tempo gioca a favore di Teheran sia per la possibilità di rafforzare le proprie difese, magari con l’aiuto di qualche Paese amico, sia per dare tempo ai negoziati in corso di arrivare a qualche compromesso, dai quali gli europei e con essi l’Italia sono purtroppo esclusi nonostante il patrimonio di rapporti culturali, sociali ed economici che potrebbe essere invece una leva formidabile per un accordo che eviti spargimenti di sangue in tutta la regione.
Sul tavolo, però, ci sono molti altri interrogativi che si susseguono l’un l’altro. Gli Usa attaccheranno in maniera “chirurgica” e mirata oppure andranno all-in nel tentativo di suscitare un regime change? Le tesi sono infatti contrastanti: c’è chi ipotizza un attacco di portata “simbolica” che possa valere da avvertimento (anche perché Trump alcune settimane fa si era esposto parecchio annunciando l’imminenza dell’attacco), oppure si potrebbe pensare nuovamente ai siti nucleari come bersaglio o, infine, ad un vero e proprio colpo al cuore del regime con l’obiettivo di rovesciare la teocrazia di Teheran. L’esperienza del Venezuela non è di alcun aiuto, vista la disparità delle forze e del contesto tra i due scenari e la complessità della regione mediorientale, peraltro situata a solo qualche ora di volo dalle nostre frontiere.
Quali sarebbero poi le modalità di questo eventuale attacco? In solitaria, oppure contando sulla collaborazione attiva di Israele e sul tacito consenso dei Paesi arabi limitrofi? E, ancora, avverrebbe per via aerea, oppure non si scarterebbe l’ipotesi di mettere addirittura boots on the ground con un intervento via terra, che potrebbe però avere conseguenze molto imprevedibili allungando in modo imprecisato la durata dell’operazione militare che potrebbe anzi tramutarsi in un vero e proprio conflitto? E, ancora, quarto interrogativo: gli altri Paesi della regione auspicherebbero che gli Usa andassero fino in fondo oppure preferirebbero che fosse la popolazione iraniana a decidere autonomamente del proprio futuro una volta che il regime sia stato reso ‘inoffensivo’?
E arriviamo all’ultimo quesito, che è quello più importante e anche il più complesso a cui rispondere. Quale potrebbe essere l’esito di una nuova rivoluzione (dopo quella del 1979), se alla popolazione fosse lasciata “mano libera” per arrivare ad un cambio di regime? In questo caso, certamente non bisognerebbe commettere l’errore di sottovalutare l’estrema complessità di un Paese come l’Iran.
Innanzitutto a livello demografico, con una popolazione di circa 90 milioni di persone con un buon livello medio di istruzione, consapevoli della loro storia e cultura millenaria e dotate di un forte orgoglio nazionale. E poi a livello geografico, con un’estensione territoriale oltre 5 volte quella dell’Italia e con una varietà climatica e orografica estrema: da Nord a Sud, dalle gelide montagne al confine con la Turchia fino alle acque calde di Bandar Abbas vicino al Pakistan e di fronte agli Emirati, e da Est a Ovest, dal lungo confine condiviso con l’Iraq fino a quello con l’Afghanistan.
Insomma, in una tale complessità geopolitica nessuno può davvero prevedere quale potrebbe essere l’esito di un rovesciamento del regime dal basso, tenendo presenti gli esempi non proprio confortanti del recente passato in Afghanistan e Iraq e ripensando a quanto accadde dopo la disgregazione dell’Urss, quando le cancellerie occidentali immaginavano che la Russia potesse tornare a far parte della comunità occidentale come era stato ai tempi degli zar e senza tornare agli esordi della rivoluzione islamica del 1979 quando Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna riportarono in aereo a Teheran dal suo esilio parigino Ruhollah Khomeyni immaginando di poter gestire a loro favore il passaggio dallo Scià Mohammad Reza Pahlavi ad un regime democratico.
È chiaro che alla Casa Bianca si stanno valutando tutte le ipotesi. Apprenderemo la decisione finale solo dalle agenzie di stampa, magari contando su qualche anticipazione nelle ore precedenti grazie all’intelligence o a movimenti aerei o navali “sospetti” nell’area. È possibile ipotizzare che la cautela di Trump, Vance, Hegseth e Rubio sia determinata dalla preoccupazione di infilarsi in un ginepraio ben peggiore di quello afghano e iracheno, con il rischio di scatenare una guerra dagli esiti davvero imprevedibili che si potrebbe allargare al resto della regione mediorientale.
La sostanziale stabilità osservata nelle ultime due settimane, nonostante le proteste e le violenze compiute per reprimerle, lascia intendere che ci sia un dialogo in corso tra Washington e Teheran per arrivare a un accordo che consenta a entrambe le parti di salvare la faccia ed ottenere qualche risultato spendibile mediaticamente.
Non va dimenticato del resto che l’Iran, pur se molto indebolito dalla guerra dei dodici giorni e dalle opposizioni interne e senza i tradizionali proxies, dalla Siria allo Yemen, agli Hezbollah in Libano, ad Hamas a Gaza, non è rimasto del tutto solo, potendo contare sull’appoggio di Russia e Cina. Pur di garantire la sua sopravvivenza c’è da immaginare che anche con la messa al bando dei Pasdaran il regime ,non avendo altro da perdere, utilizzerebbe fino all’ultimo dei suoi mezzi offensivi, svuotando il suo arsenale di guerra e prendendo di mira tutti i possibili bersagli, dalle basi militari nemiche alle installazioni industriali, agli impianti petroliferi e alle vie di navigazione.
In un’ottica globale e strategica, non si può scartare l’ipotesi che siano tuttavia in corso trattative di portata più ampia che prevedano, in cambio di una minore protezione in favore dell’Iran da parte di Russia e Cina, di posizioni più morbide verso Mosca nei confronti dell’Ucraina e verso Pechino relativamente a Taiwan.
Rimane poi il dilemma degli attori regionali a partire dalle monarchie del Golfo, sull’utilità di un cambiamento di regime che non è chiaro dove possa portare e potrebbe rivelarsi più antagonista dell’attuale, fino ai loro timori su di un Iran democratico e concorrente sul piano economico che distoglierebbe gli investimenti dalle loro aree, nel caso di rimozione delle sanzioni. Bisogna guardare infine ad Israele, che avrebbe la grande e definitiva occasione di favorire un’azione che elimini del tutto il suo peggiore (o migliore) nemico possibile.
C’è però chi trarrebbe sicuramente vantaggio da un Iran finalmente reintrodotto nella comunità internazionale: i Paesi europei e, tra questi, tra i primi sicuramente l’Italia. Il nostro Paese può infatti contare su di un tradizionale ed antico patrimonio di amicizia e stima con il popolo iraniano, che si potrebbe utilizzare nell’immediato contribuendo ad eventuali accordi per la riapertura del negoziato Jcpoa sul nucleare e predisponendo contemporaneamente le basi per un rilancio dei rapporti economici e industriali potenzialmente assai elevati dopo quasi cinquanta anni di congelamento dalla rivoluzione del 1979.
















