L’ordine globale è finito. Ed è tempo che l’Europa diventi potenza. Draghi non le manda a dire al Vecchio Continente e ripropone il suo piano di rilancio. Stavolta con più connotati politici. Ma sono da considerare i rischi. Ostacoli che nello scenario contemporaneo appaiono insormontabili. L’opinione di Maurizio Guandalini
Viene d’istinto facile dare ragione a Mario Draghi. Nella lectio tenuta a Lovanio, durante il conferimento della laurea honoris causa, ha riproposto i temi del Rapporto presentato nel settembre 2024. Accentuando il versante delle soluzioni politiche. L’ordine globale è defunto e per diventare una potenza, l’Europa, senza finire schiacciata tra Usa e Cina, deve passare da confederazione a federazione pragmatica . Un’integrazione senza subordinazione. Accentrando e rafforzando le leve di comando. In sintesi. Occorre fare qualcosa per non morire, ha detto l’ex governatore della Bce. Un cammino da intraprendere con chi ci sta. Con le nazioni disponibili. Com’è stato fatto per l’euro.
Ripensavo alle prime lezioni che tenevo davanti agli imprenditori agli inizi degli anni Novanta, con faldoni esagerati di fogli tra le mani a spiegare le magnifiche sorti e progressive del Mercato unico europeo (completato il 1 gennaio 1993). Molto di quell’impianto (“per fare progredire concretamente l’Unione europea”) è rimasto sulla carta delle buone intenzioni. Narrazione tale e quale per il rapporto Draghi, un piano d’investimenti di 800 miliardi di euro, circa il 5% del Pil Ue, pensato per rilanciare la competitività europea tramite innovazione, decarbonizzazione.
La prima constatazione del cantiere Europa vs potenza è l’inadeguatezza delle classi dirigenti che commissionano piani sui massimi sistemi che puntualmente ricevono grandi applausi (per la verità il Rapporto Draghi non ha trovato grandi spazi sulla stampa fuori dall’Italia) buoni per tutte le stagioni. Ci voleva poco manifestare la volontà delle nazioni europee. Bastava conferire a Mario Draghi la presidenza del Consiglio europeo. Si è preferito vivere alla giornata e tenere un basso profilo. Come sempre, d’altronde. Reazione tipica dei Paesi che tutto hanno nel cuore meno quello di sacrificare pezzi pesanti di sovranità nazionale per trasferirli all’Unione europea.
Da confederazione a federazione, appunto. Draghi cita il modello euro. Poteva indicare per stare sul politico-difesa il format volenterosi per il sostegno all’Ucraina. Comunque nel transito da confederazione a federazione stiamo nella visione di aspetti che toccano non solo gli interessi ma le identità delle nazioni e quindi il coinvolgimento più attento di storie e passioni dei popoli. Non credo arriveremo mai a un’identità politica europea da Draghi intesa, a un Presidente dello Stato Europa e via scendendo. Come non arriveremo mai a un esercito europeo. Forse avremo un coordinamento tra eserciti che non può prescindere dall’indispensabilità degli Stati Uniti e dalla centralità della Nato, come ha ribadito di recente l’Ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone.
Dove stanno gli ostacoli del percorso indicato da Draghi? Sono da tenere conto di due sommovimenti pesanti accaduti negli ultimi cinque anni: pandemia e guerra in Ucraina. Il virus ha inciso su alcune pratiche (Africa&Gulf, Atlante dei Paesi in crescita nell’era del coronavirus, a cura di M. Guandalini, Mondadori Università, 2020) ma le ferite mentre erano in corso di essere rimarginate velocemente è piombato il conflitto russo-ucraino che ha sconvolto l’impianto geopolitico e geoeconomico a sua volta rifinito con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca. E’ proprio il comportamento tenuto dall’Unione europea nei confronti della guerra in Ucraina (Draghi era premier in Italia) che marca sterminati motivi che hanno generato il patchwork attuale.
Il pressapochismo politico della Commissione, l’andirivieni diplomatico, il caos sanzionatorio, l’isolamento delle decisioni, l’incunearsi in un conflitto regionale di una nazione che non fa parte né della Nato né dell’Unione europea, alimentare il pericolo di un’invasione imminente della Russia ha spinto gli Stati a una sorta di sovranismo autarchico, a un fai da te delle nazioni, in netta controtendenza rispetto agli auspici di un’Europa federale, potente e unita. Parallelamente è subentrata l’asfissiante débacle economica della locomotiva tedesca.
Così la vicina Francia però con possibilità più rapide di recupero in alcuni settori trainanti. Sopra ci sta la mollezza delle leadership europee compresi i ruoli ricoperti nella Commissione europea. Rebus sic stantibus tutto è da fare meno adottare il piano Draghi per staccarsi dagli Stati Uniti e anche dalla Cina e rivendicare il nostro ruolo di neo potenza mondiale. Da americani e cinesi arrivano energia, tecnologia, difesa e fare frontino non mi pare proprio il caso.
Quindi, che fare? Mettiamola così. Riprendere in mano il Mercato Unico Europeo e completarlo per raggiungere l’Unione europea. Senza complicanze di troppo. Snellendo e tagliuzzando burocrazie e regolamenti qua e là. Ed è vero che attraverso il pragmatismo negoziale l’Europa ha sistemato commercio, concorrenza e politica monetaria. Mancano, però, due o tre dossier che a vista oggi sono notevoli da affrontare. Fiscalità, mercato del lavoro (competitività) e politica industriale. Altresì aprirsi ai mercati, senza diktat di chiusure prossime (anche con la Russia sarà da ricostruire un rapporto di cooperazione). Gli esempi recenti di Mercosur e India anticipano un percorso a estuario.
Se poi Trump è capace di siglare la pace tra Russia e Ucraina sarà un modo per tirare fuori dal vicolo cieco l’Europa. La strada è ancora lunga. Gli step successivi mélange di elezioni nazionali e rimescolamenti interni alle famiglie tradizionali europee (tra socialisti e popolari stanno montando da più parti critiche alla gestione della Commissione attuale) daranno via via slancio a cambiamenti progressivi che non riusciamo ora prevedere saranno così incidenti da sancire un cambio da confederazione a una federazione tra Stati. La certezza è che avremo un nuovo approdo e nulla sarà come prima.
















