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Il discorso di Draghi, letto da Frederick Kempe (Atlantic Council)

Nella lettura di Frederick Kempe, presidente dell’Atlantic Council, l’intervento di Mario Draghi a Lovanio certifica la fine dell’ordine post-bellico e mette l’Europa davanti a una scelta non più rinviabile: restare un grande mercato o diventare una potenza, con il federalismo come strumento di sopravvivenza strategica

L’intervento di Mario Draghi all’Università cattolica di Ku Leuven viene letto da Frederick Kempe, presidente e Ceo dell’Atlantic Council, come una presa d’atto definitiva della fine dell’ordine internazionale che ha accompagnato l’Europa dal secondo dopoguerra in poi. Nella sua lettura, il discorso di Draghi diviene una lettura non ideologica in favore di una più necessaria diagnosi strategica sul mutamento dell’ambiente globale.

Un nuovo ordine

Quando Draghi definisce “morto” l’ordine post-bellico, osserva Kempe, registra il venir meno di un sistema che ha garantito all’Europa sicurezza americana e apertura dei mercati, consentendole di crescere come unione economica senza completarsi sul piano politico. Quel contesto non esiste più, è certo, e continuare a comportarsi come se fosse ancora valido espone il continente a una vulnerabilità strutturale. Quello di Draghi è un monito, non una sentenza.

Nella ricostruzione del presidente dell’Atlantic Council, uno dei passaggi più rilevanti del discorso riguarda proprio il cambiamento della postura statunitense. Draghi descrive un’America che oggi tende a sottolineare i costi della propria leadership globale, trascurandone i benefici sistemici. Questo si traduce in dazi verso l’Europa, in pressioni sugli interessi territoriali del continente e, per la prima volta in modo esplicito, nella constatazione che Washington considera la frammentazione politica europea funzionale ai propri interessi. Per Kempe, questo è l’evidente segnale di una discontinuità storica, nella quale l’integrazione europea non è più percepita automaticamente come un obiettivo condiviso dall’alleato americano.

Il dragone

Il secondo vettore individuato da Draghi, e valorizzato da Kempe, è la Cina. Pechino viene descritta come una potenza capace di controllare nodi critici delle catene globali di approvvigionamento e di sfruttare questa posizione per esercitare pressione economica. Nella lettura dell’analista dell’Ac, Draghi non denuncia soltanto una concorrenza aggressiva, ma un modello che utilizza l’export in eccesso, la ritenzione di input strategici e la gestione degli squilibri interni come strumenti di influenza sistemica. Lo scenario che si delinea individua il rischio per l’Europa come quello di una traiettoria combinata di subordinazione politica, divisione interna e deindustrializzazione.

Fred Kempe collega l’argomentazione di Draghi al dibattito aperto dall’intervento del primo ministro canadese Mark Carneyal World Economic Forum di Davos, dove si è parlato di una frattura dell’ordine basato sulle regole e del ritorno a una competizione tra grandi potenze che utilizzano la leva economica come strumento di coercizione. La differenza sostanziale, che sottolinea Draghi secondo Kempe, è che l’Europa dispone di risorse, mercato e capacità industriali tali da poter ambire a uno status di potenza autonoma.

E il richiamo al precedente del 2012 non è casuale. Kempe legge il discorso di Lovanio come un consapevole eco del “whatever it takes”. Allora la minaccia era finanziaria, oggi è geopolitica e geoeconomica. In entrambi i casi, quella individuata è una carenza strutturale: nel 2012 l’assenza di strumenti credibili per difendere l’euro, oggi la mancanza di un’architettura politica e strategica in grado di sostenere il peso del confronto tra grandi potenze.

L’Unione..

Secondo Kempe, il punto centrale dell’intervento è la relazione tra unità e potere. Dove l’Europa agisce come soggetto unico, commercio, concorrenza, mercato unico, politica monetaria, viene riconosciuta come attore globale. Dove resta una somma di Stati (difesa, politica estera, politica industriale) viene trattata come un insieme di Paesi di media dimensione, facilmente divisibili e marginalizzabili.

…Fa la forza

Da qui discende la conclusione che Frederick Kempe attribuisce al ragionamento di Draghi. Senza un passaggio da confederazione a federazione, almeno in ambiti chiave come difesa, energia, tecnologia e politica estera, l’Unione europea resterà esposta alle decisioni altrui. Il federalismo evocato è pragmatico, necessario, dunque costruito per generare capacità di azione.

Nella lettura di Kempe, il discorso di Draghi vuole imporre una presa di coscienza. L’idea che il mondo non sia cambiato viene descritta come un’illusione pericolosa. La vulnerabilità europea non è un rischio futuro, ma una condizione già in atto. Riconoscerla è il primo passo per evitare che l’Europa resti un oggetto della competizione globale, anziché un soggetto.


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