Ormai il fine ultimo del movimento olimpico non è la pace, ma quello di assicurare il regolare svolgimento dei Giochi e perpetuare se stesso. La pace è certamente un valore, ma non al punto da mettere in discussione la sopravvivenza stessa dei Giochi. Se si imponessero rigide sanzioni verso quei comitati olimpici i cui governi non rispettano la tregua olimpica, si rischierebbe di limitare uno dei dogmi cardine del Cio: l’universalismo. L’analisi di Nicola Sbetti, storico dello sport presso il dipartimenti delle Arti dell’Università di Bologna
Il 19 novembre 2025 l’Assemblea generale dell’Onu ha adottato per consenso la risoluzione sulla Tregua olimpica in vista dei Giochi olimpici e paralimpici invernali di Milano-Cortina 2026. In quell’occasione Antonio Tajani ha dichiarato: “Oggi restituiamo speranza al multilateralismo grazie allo sport, che ha fatto convergere le posizioni di tutti i Paesi attorno a un tema centrale, quello della fine delle ostilità, e a una prospettiva, quella della pace, che ispira costantemente la nostra azione diplomatica”. Accanto a quella del ministro degli Esteri non sono mancate altre entusiastiche affermazioni fatte da esponenti della politica e della diplomazia sportiva italiana. Tuttavia, se si volge lo sguardo al passato, queste pur legittime dichiarazioni assumono un tono velleitario.
Nonostante i proclami, infatti, la moderna tregua olimpica raramente si è rivelata uno strumento efficace. L’unico concreto successo che le si può attribuire fu la visita del presidente del Comitato olimpico internazionale (Cio), Juan Antonio Samaranch, e il conseguente cessate il fuoco, garantito dai caschi blu, nella Sarajevo assediata durante i Giochi di Lillehammer 1994. Al contrario non si contano le violazioni. Ricostruirle con precisione non è facile anche perché non sono quasi mai state sanzionate. Basti pensare, però, che nel nuovo millennio la Russia non l’ha rispettata almeno in tre occasioni. Nel 2008 la vigilia dei Giochi di Pechino fu segnata dallo scoppio della guerra russo-georgiana, nel 2014 l’operazione che portò all’annessione della Crimea a Mosca coincise con la fine delle Olimpiadi di Sochi, mentre l’invasione in larga scala dell’Ucraina è cominciata nell’intervallo fra i Giochi olimpici e quelli paralimpici di Pechino 2022. Solo in quest’ultima occasione, tuttavia, sono state comminate delle sanzioni. La ragione di questa inefficacia è semplice. La risoluzione “Building a peaceful and better world through sport and the Olympic ideal” non è vincolante: se violata non vi sono conseguenze dirette.
Del resto, quando venne promossa nel 1993, il Cio e l’Onu più che a obiettivi pragmatici miravano a mandare un messaggio ideale. Pur richiamandola simbolicamente, la tregua moderna si differenziava da quella antica, che serviva semplicemente per permettere ai pellegrini e agli atleti di raggiungere i luoghi dei Giochi sacri (Olimpia, Delfi, Istmia e Nemea). Proprio perché limitata nel tempo e nello spazio veniva generalmente rispettata, anche se Tucidide nel suo La guerra del Peloponneso riferisce di almeno tre violazioni. La tregua moderna, invece, è sicuramente più ambiziosa ma anche più vaga. Chiede agli Stati firmatari di non fare guerre da una settimana prima delle Olimpiadi fino a una settimana dopo le Paralimpiadi. Nasceva in una stagione in cui, con la fine della Guerra fredda, il ritrovato attivismo da parte dell’Onu aveva dato l’illusione che la comunità internazionale, in nome del diritto e della globalizzazione, potesse trovare un nuovo e pacifico ordine mondiale. Soprattutto, però, serviva a legittimare il Cio e a rilanciare l’ideale di Pierre de Coubertin. Secondo il barone francese e fondatore delle Olimpiadi moderne i Giochi non dovevano essere il fine, ma un mezzo per giungere alla pace internazionale.
Quest’ambizione idealistica non è certamente riuscita a fermare le guerre, ma ha comunque influenzato in positivo numerose persone. Philip Noel-Baker, per esempio, dopo aver partecipato ai Giochi di Stoccolma 1912 e conquistato un argento a quelli di Anversa 1920, nel 1959 è stato insignito del premio Nobel per la pace. Tutt’oggi appelli alla pace fanno parte dell’apparato ideologico del Cio e compaiono costantemente in occasione delle cerimonie d’apertura. Tuttavia il paradigma coubertiniano si è invertito. Ormai il fine ultimo del movimento olimpico non è la pace, ma quello di assicurare il regolare svolgimento dei Giochi e perpetuare se stesso. La pace è certamente un valore, ma non al punto da mettere in discussione la sopravvivenza stessa dei Giochi.
Se si imponessero rigide sanzioni verso quei comitati olimpici i cui governi non rispettano la tregua olimpica, si rischierebbe di limitare uno dei dogmi cardine del Cio: l’universalismo. Quando i Giochi perdono la loro universalità è più facile che emergano competizioni concorrenziali, come fu negli anni Venti e Trenta con le Spartachiadi, negli anni Sessanta con i Giochi delle nuove forze emergenti e nel 2024 con i Giochi dei Brics. Questo è proprio il motivo per cui, malgrado le sanzioni anche sportive imposte dalla comunità internazionale a Russia e Bielorussia, il Cio si è adoperato per limitare il loro impatto, permettendo la partecipazione ad atleti neutrali. A dispetto di una certa ipocrisia di fondo il movimento olimpico resta, in ultima istanza, un alleato di chi vuole la pace per il semplice fatto che in tempo di guerra fare sport fra nemici non è possibile.
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