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I cannoni di Mosca parlano (ancora) europeo. Cosa svela il report di Frontintelligence Insight

Nonostante la centralità dei droni, l’artiglieria continua a causare una quota rilevante delle perdite in Ucraina. La Russia ha aumentato la produzione di munizioni, ma la modernizzazione delle sue fabbriche resta fortemente dipendente da macchinari occidentali e asiatici, mettendo in luce i limiti reali delle sanzioni

Mentre la guerra in Ucraina viene sempre più raccontata come un conflitto dominato dai droni, l’artiglieria continua a rappresentare una componente decisiva dell’attrito sul campo. Secondo un’analisi di Frontelligence Insight, nel 2025 tra un quarto e un terzo delle perdite complessive sarebbe ancora riconducibile al fuoco di artiglieria e mortai. I droni sono oggi il principale fattore di logoramento, ma la Russia continua a considerare i sistemi convenzionali come un pilastro della propria capacità militare.

Dopo le gravi carenze emerse già nel 2023 e il ricorso temporaneo a forniture provenienti da Iran e Corea del Nord, Mosca ha accelerato il rafforzamento della produzione interna. Le difficoltà di qualità, compatibilità e affidabilità riscontrate sulle munizioni importate hanno infatti spinto verso una soluzione strutturale, basata sull’espansione dell’intera filiera industriale: dalla produzione delle polveri di lancio alla fusione dei corpi, fino alle lavorazioni meccaniche di precisione e alla sostituzione continua delle canne.

Secondo i dati citati dall’outlet ucraino Militarnyi, nel 2024 le forze armate russe avrebbero ricevuto circa 1,43 milioni di colpi da mortaio da 120 mm, saliti a quasi 2 milioni nel 2025. Nello stesso periodo, gli ordini di munizioni d’artiglieria da 152 mm sarebbero aumentati di oltre il 10 per cento. Numeri che indicano la volontà di stabilizzare una produzione su larga scala, riducendo la dipendenza da forniture estere di emergenza.

È in questo contesto che si inserisce l’indagine di Frontelligence Insight, realizzata con una società di analisi denominata Dallas, basata su documentazione interna russa. Al centro dell’analisi c’è lo stabilimento n. 9, situato nella zona industriale di Uralmash, a Ekaterinburg, uno degli impianti chiave per la produzione di canne d’artiglieria e di sistemi d’arma destinati a obici semoventi, carri armati e mezzi modernizzati.

Dall’analisi congiunta di immagini satellitari e schemi tecnici aggiornati al 2025 emerge un vasto programma di ricostruzione e riattrezzaggio che coinvolge almeno sei edifici, tra cui due grandi officine di lavorazione meccanica e un reparto galvanico. Una parte centrale del progetto è dedicata alla realizzazione di una linea produttiva integrata per il sistema d’artiglieria da 152 mm impiegato dall’obice semovente Koalitsiya, con reparti separati per le lavorazioni di precisione, l’assemblaggio, i collaudi e la preparazione alla consegna.

Il dato politicamente più sensibile riguarda però la tecnologia utilizzata. Le carte mostrano che quasi tutte le fasi critiche del ciclo produttivo dipendono da grandi macchine utensili di origine europea e taiwanese: centri di fresatura, torni Cnc, macchine per la dentatura e per la rettifica. Non si tratta quindi di piccoli componenti o di elettronica facilmente occultabile, ma di sistemi industriali avanzati, indispensabili per garantire le tolleranze richieste nella produzione di canne e organi meccanici.

Secondo gli analisti, questa dipendenza non è un effetto diretto della guerra. Documenti interni risalenti a prima del 2022 mostrano come lo stabilimento avesse già segnalato formalmente l’impossibilità di produrre in patria alcune tipologie di macchinari ad alta precisione, rendendo strutturale il ricorso a fornitori esteri.

A oltre dieci anni dall’avvio della politica russa di sostituzione delle importazioni, uno degli impianti più importanti per la capacità di fuoco dell’esercito continua quindi a poggiare su tecnologie occidentali e asiatiche. Il fatto che macchinari di grandi dimensioni, teoricamente più facili da tracciare e sottoporre a controllo, continuino a entrare nei cicli produttivi russi suggerisce che l’elusione del regime sanzionatorio sul fronte industriale non sia episodica, ma sistemica.


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