Il passaggio del comando Nato di Napoli alla guida italiana segna un momento significativo per il ruolo del Paese nel fianco sud dell’Alleanza. In un Mediterraneo attraversato da instabilità e nuove minacce, la scelta viene letta come un segnale di maggiore responsabilità europea. Opportunità e impegni si intrecciano in una fase che chiama Roma a un salto di qualità strategico. Formiche.net ha intervistato Lorenzo Cesa, presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della Nato
La guida italiana del comando Nato di Napoli segna un passaggio rilevante nel ruolo del Paese sul fianco sud dell’Alleanza. Il trasferimento della leadership viene interpretato come un segnale concreto di maggiore responsabilizzazione europea in un contesto segnato da instabilità nel Mediterraneo allargato, competizione tra potenze e nuove minacce ibride. Per l’Italia si apre una fase che intreccia sicurezza, visione strategica e proiezione nel Mediterraneo e in Africa, anche alla luce del Piano Mattei. Un’evoluzione che comporta opportunità ma anche maggiori responsabilità operative, politiche e finanziarie. Formiche.net ne ha parlato con Lorenzo Cesa, presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della Nato, per analizzare implicazioni e scenari del nuovo assetto.
Onorevole Cesa, il trasferimento del comando Nato di Napoli sotto guida italiana viene letto come un segnale di maggiore responsabilità europea. Che valore politico e strategico ha questo passaggio per l’Italia e per il suo ruolo all’interno dell’Alleanza?
È un passaggio di peso perché trasforma una “centralità geografica” in influenza concreta. La guida di un comando sul fianco sud consente all’Italia di incidere su priorità, esercitazioni, piani di contingenza e livelli di prontezza nel Mediterraneo allargato: uno spazio dove si intrecciano instabilità dal Sahel e dal Medio Oriente, competizione tra potenze, minacce ibride e tutela di linee vitali. Politicamente, è un segnale che l’Europa vuole contare di più assumendo compiti misurabili, e agli attori regionali che Roma è un interlocutore credibile non solo diplomatico ma anche operativo. Per l’Italia significa più capacità di orientare la pianificazione e di “tenere il punto” sul sud nel dibattito Nato su risorse e posture, riducendo il rischio che il fianco meridionale resti una priorità intermittente.
Questa redistribuzione dei comandi è stata interpretata da alcuni come un passo verso una maggiore autonomia europea nella difesa, da altri come un primo segnale di disimpegno americano. Lei quale lettura ritiene più corretta e quali implicazioni vede per l’Italia?
La lettura più solida è la responsabilizzazione europea dentro la Nato, più che un disimpegno strutturale americano. Il trasferimento di leadership su alcuni comandi risponde alla richiesta politica di Washington di una condivisione delle responsabilità più equa, ma avviene senza smontare l’architettura integrata dell’Alleanza. La continuità transatlantica non è in discussione. Detto questo, il segnale è chiaro: l’Europa deve essere in grado di “reggere” anche se la politica Usa diventa più imprevedibile. Per l’Italia l’implicazione è doppia: investire per non dipendere da pochi asset chiave e usare il nuovo ruolo per costruire coalizioni europee, così da portare nella Nato una voce comune sulle priorità del sud. E, al tempo stesso, mettere in campo diplomazia e risultati operativi che rendano conveniente per gli Usa restare pienamente ingaggiati nel teatro mediterraneo.
L’Italia con il comando del sud dell’Alleanza ha finalmente un ruolo chiave nel mediterraneo, che si affianca alla visione per l’Africa tracciata dal Piano Mattei. Insomma, l’Italia da molti anni ambiva a un ruolo più operativo nel fianco sud della Nato. Che tipo di scenari si aprirono?
Un ruolo di comando permette di predisporre opzioni di risposta rapide a crisi simultanee: terrorismo e reti criminali, traffici, sabotaggi a infrastrutture critiche, pressione migratoria strumentalizzata, crisi statuali e competizione tra potenze sulle rotte energetiche. In parallelo, si potenzia la cooperazione con partner regionali, riducendo “zone grigie” in cui prosperano attori ostili. Questo può affiancarsi al Piano Mattei: sicurezza e sviluppo vanno coordinati, perché stabilizzazione, investimenti e gestione delle crisi si tengono insieme. Il punto è evitare sovrapposizioni, creando sinergie con iniziative dell’Unione europea. Si aprono scenari in cui l’Italia può passare da “Paese di frontiera” a regista della sicurezza nel Mediterraneo allargato.
Assumere un ruolo di comando significa anche maggiori responsabilità operative, politiche e finanziarie. L’Italia è pronta, secondo lei, a sostenere questo salto di qualità in termini di investimenti, capacità militari e credibilità internazionale?
Sì, l’Italia può essere pronta, ma il salto di qualità va sostenuto con continuità politica e scelte coerenti. Guidare significa avere forze pronte e sostenibili. Non basta “mettere a bilancio” serve aumentare disponibilità e investire su ciò che conta davvero. Sul piano finanziario, la chiave è programmare su più anni e spendere meglio: standard comuni, acquisti congiunti europei, meno frammentazione industriale e più interoperabilità. La credibilità internazionale cresce se gli impegni sono prevedibili e verificabili. Serve anche un consenso interno più stabile con obiettivi chiari e una visione politica di lungo respiro che colleghi sicurezza, economia e tutela del welfare.
Venerdì si apre la Munich security conference. Quali aspettative ha per il ruolo dell’Italia e della Nato in quella sede, e quali temi chiave spera emergano rispetto alla riorganizzazione dei comandi e alla sicurezza euro-atlantica?
Alla Munich security conference mi aspetto che la riorganizzazione dei comandi venga trattata come banco di prova, non una rotazione simbolica ma capacità e responsabilità europee misurabili. Per l’Italia è l’occasione di presentarsi come perno del fianco sud e come “connettore” tra deterrenza, gestione crisi e partenariati nel Mediterraneo e in Africa. Mi aspetto anche focus su minacce ibride (sabotaggi, disinformazione, cyber), protezione delle infrastrutture critiche e coordinamento Ue-Nato con ricadute concrete su industria della difesa e rapidità decisionale.
















