Al Teatro Carignano di Torino, lunedì 16 febbraio, con l’intervento del Presidente della Repubblica, sarà celebrato il centenario della morte di Piero Gobetti che sarà ricordato per un intero anno in varie manifestazioni. Il ricordo di Gianfranco D’Anna
Piero Gobetti: una inesauribile passione politica, letteraria e giornalistica animata da una concreta azione ideale. È questa la straordinarietà intrinseca ed estrinseca del giovane intellettuale, considerato il più romantico e profetico dei protagonisti del liberalismo italiano, che il 16 febbraio 1926, a soli 24 anni, moriva a Parigi per le ferite dello spietato pestaggio fascista subito a Torino.
Una “prodigiosa giovinezza” come la definì Noberto Bobbio, che ad un secolo dal martirio evidenzia tutta l’eccezionale attualità complessiva della sua intera esistenza, dalla biografia alla lungimiranza politica, dalla genialità editoriale all’attitudine storiografica. Un’esistenza tragicamente breve ma inestinguibile. Davvero sorprendente l’attualità della denuncia di Piero Gobetti del fascismo, valutato non come una semplice parentesi reazionaria, ma come ancestrale manifestazione del conformismo e della pavida avidità della borghesia italiana.
Così come risalta la contemporaneità della valenza rivoluzionaria della sua concezione popolare del liberalismo e l’intransigente rifiuto di ogni compromesso con le vecchie élite per costruire una nuova etica pubblica, fondata sulla responsabilità individuale. Un liberalismo non utopico che si ricollega agli ideali libertari e di giustizia sociale dei fratelli Rosselli, Gaetano Salvemini e di Antonio Gramsci e ad un’etica filosofica che rinvia più a John Locke ed Immanuel Kant che al pensiero di Hegel.
Per Gobetti infatti le libertà non sono concessioni dall’alto, ma il risultato di una presa di coscienza, una consapevolezza culturale e politica che doveva coinvolgere l’intera società.
Anche culturalmente lascia un’eredità sproporzionata all’età: tre riviste (Energie Nove, La Rivoluzione Liberale e Il Baretti), una casa editrice che porta il suo nome e che pubblica l’esordiente Montale, accanto a Croce, Einaudi, Sturzo, Giovanni Amendola, Nello Rosselli, ma anche Pirandello e Dostoevskij, convinto com’era che la letteratura, la filosofia e l’arte fossero strumenti essenziali per una presa di coscienza.
È l’idea di cultura, volano della democrazia, che non fa da cornice alla politica ma la attraversa. Un pensiero critico non astratto, che per Gobetti richiede impegno, dedizione, coerenza, il coraggio di denunciare e di essere minoranza.
Pagine, concetti, idee che continuano ad interrogare la coscienza di un Paese che sembra essere riprecipitato, nell’ambito di un analogo panorama globale nazional populista, negli anni venti del secolo scorso, con Trump negli Stati Uniti, Marine Le Pen in Francia, Putin in Russia, i neonazisti in Germania, Vannacci, Casa Pound e i nostalgici mussoliniani in Italia.
“Fascismo autobiografia della nazione” è la definizione tranchant di Gobetti, che aleggia tutt’ora sull’odierno contesto culturale e politico italiano, che apparentemente ha rimosso il fascismo delle origini, ma che evidenzia latenti sintomi di mutante metamorfosi. “Restare politici nel tramonto della politica”, scrive l’editore della Rivoluzione Liberale con una tensione morale che, un secolo dopo, continua a chiedere conto del nostro presente.
Una grande lezione morale che non è affatto una parentesi chiusa nella storia, ma rappresenta una sfida quanto mai attuale che meriterebbe una capillare divulgazione da parte di università, scuola, media e l’intitolazione di strade, piazze, edifici scolastici. Non soltanto per onorare la memoria di Piero Gobetti, ma per farlo uscire dall’oblio nel quale l’ha relegato la guerra fredda e l’ideologia delle chiese dominanti: comunismo, anticomunismo, cattolicesimo.
Ma commemorarlo soltanto come martire del fascismo sarebbe come focalizzare soltanto su un aspetto, pur essenziale, tutta l’enorme e ancora inespressa potenzialità culturale del laicismo liberale. Perché la lezione di Gobetti insegna, ancora oggi, che la vera rivoluzione non è quella delle armi, ma quella delle idee, della mobilitazione e della assunzione di responsabilità della società civile.
Non un profeta disarmato e dimenticato, ma l’esemplare biografia al presente da studiare e da additare di un autentico eroe, suo malgrado, di un’Italia autenticamente democratica ancora incompiuta.
















